Fare cultura in carcere in tempo di navi prigione

Alessio Traversi 5 agosto 2009 0

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In questi giorni si conclude il quinto anno di attività del Laboratorio teatrale che l’Arci svolge all’interno della Casa Circondariale di Livorno, ripreso con una rinnovata progettualità dopo la breve pausa del 2003. Un quinquennio rappresenta sicuramente un arco di tempo sufficiente per tracciare un bilancio significativo di una esperienza che è ormai diventata un punto di riferimento importante per la vita culturale della nostra città.

Il punto di arrivo di questi cinque anni ci ricollega con quello di partenza, e con la consapevolezza che sin dall’inizio ha orientato il nostro lavoro: fare teatro in carcere, e soprattutto farlo con certi obiettivi e certe aspettative, non è semplice. Chiunque conosca un minimo il mondo carcerario e le sue dinamiche, sa che per sviluppare un percorso collettivo che abbia un senso bisogna maturare il giusto atteggiamento per impattare questa particolare realtà. Innanzitutto bisogna fare i conti con sé stessi e con la propria capacità di mettersi profondamente in gioco come persone, perché per fare teatro in carcere servono a poco le teorie e le letture accademiche; ci vuole piuttosto una certa disponibilità mentale, una volontà di comprendere il contesto, e le persone che lo abitano, nella loro complessità; ci vuole una capacità di stare continuamente sul confine, di muoversi tra le “cose che non si possono fare” e quelle che si potrebbero fare; ci vuole una abilità nel saper mediare, nel saper attraversare, nel saper utilizzare in modo positivo il rapporto di forza atavico che da sempre esiste tra il “custode” e il “prigioniero”. E, ancora prima, ci vuole quell’onestà che allontana gli atteggiamenti strumentali, e che prova a far incontrare tra loro le motivazioni di fondo di persone che intraprendono insieme un viaggio che ha mete profondamente diverse: perché alla fine l’operatore torna nel mondo libero, mentre il detenuto, quasi sempre, torna nella sua cella. Bisogna provare a spogliarsi di una certa cultura della “categorizzazione” che purtroppo va molto di moda quando si parla di carcere: quel tipo di atteggiamento che tende a vedere i detenuti, così come le altre persone che il carcere popolano (le guardie, gli operatori civili, i volontari…), come insiemi indistinti di persone, identificabili attraverso una serie di bisogni, comportamenti e culture che si presuppongono comuni a ciascun individuo di quel gruppo. L’errore principale è proprio quello di non tener conto del fatto che ogni persona è singola, che ogni storia è diversa, che ogni detenuto è un mondo completamente diverso dal mondo di un altro detenuto. Purtroppo una sommaria lettura di qualche testo di Michael Focault non basta a comprendere a fondo che cosa sia realmente la vita in un carcere; non basta per sondarne la verità, la complessità e le contraddizioni. Per conoscere il carcere bisogna starci dentro; bisogna liberarsi degli atteggiamenti ideologici e fare spazio dentro di sé a una dialettica interna, almeno se si ha l’obiettivo di rendere migliore la condizione dei detenuti e condividere con loro un percorso, di vivere e far vivere il carcere come un quartiere della città, di produrre ed esportare cultura per tutti i cittadini dall’interno di una istituzione totale.

In questi anni abbiamo faticato molto, ma siamo convinti che ne sia valsa la pena. Dal 2004 al 2009 l’attività di laboratorio teatrale ha permesso a quasi cento detenuti diversi, uomini e donne, di uscire all’esterno, nelle piazze e nei teatri, per rappresentare spettacoli che loro stessi hanno contribuito a creare, con le loro idee e la loro sensibilità. Hanno discusso tra loro, hanno elaborato proposte e punti di vista, hanno messo la loro faccia in spettacoli che sono stati visti da migliaia di persone; e fuori dal carcere hanno potuto liberamente parlare con tanti cittadini, giornalisti, rappresentanti di autorità e associazioni. Nel contempo centinaia di persone “libere” sono potute entrare in carcere per lavorare insieme ai detenuti, per conoscerli, per scambiare opinioni e anche per divertirsi insieme a loro. In qualche occasione siamo riusciti anche a far entrare grandi gruppi di cittadini, come è accaduto per le rappresentazioni che abbiamo fatto all’interno o per le prove che, come nello scorso aprile, hanno richiesto la presenza di decine e decine di adolescenti e ragazze delle scuole di danza cittadine. Abbiamo creato le condizioni perché nello spazio detentivo arrivassero politici, consiglieri comunali, giornalisti, operatori dell’associazionismo, stagisti di corsi di formazione, musicisti, attori, tecnici dello spettacolo, videomaker, minorenni cui a volte con fatica abbiamo strappato il consenso ai genitori; e abbiamo fatto in modo che non ci fossero barriere tra chi veniva da fuori e chi aspettava dentro. Tutto questo è stato ed è fondamentale non solo perché ha permesso a molti cittadini di metabolizzare il fatto che il carcere non è un entità lontana che non li riguarda, ma anche perché ha permesso di rendere il carcere stesso un luogo più attraversato, più condiviso, più democratico.

Sono stati anni difficili per la Casa Circondariale di Livorno. Hanno dominato il sovraffollamento, la carenza di personale, la fatiscenza di una buona parte della struttura; una significativa area dell’edificio, in cui sono ospitate alcune sezioni detentive, avrebbe bisogno di un radicale intervento di ristrutturazione, mentre un’altra vasta area, che include anche la sala polivalente, fondamentale per la sua funzione di luogo di incontro e lavoro collettivo, è stata recentemente chiusa per inagibilità dal Genio Civile. I lavori vanno a rilento, si inceppano, riprendono, si allungano.

Ci sono stati molti suicidi: un numero impressionante di episodi. Per ciascuno di questi episodi, l’impatto sulla cosiddetta società civile è stato lo stesso: il giorno dopo ne parlano i giornali, due giorni dopo nessuno ne parla più, e soprattutto nessuno riesce ad elaborare proposte costruttive; proposte in grado di portare un valore aggiunto ai percorsi che tentano di rendere il carcere un luogo in cui vivere il più serenamente possibile; proposte cui segua un impegno fattivo; proposte che soprattutto servano a migliorare la vita dentro il carcere, piuttosto che a fare propaganda al suo esterno. Personalmente dopo questi anni di lavoro in carcere ho imparato che è inutile sia liquidare un suicidio con un richiamo alla fatalità, sia strumentalizzarlo e usarlo come carne da macello per supportare qualche banalizzante analisi. Non abbiamo svolto esperienze di supporto psicologico e cura di singoli detenuti “a rischio”, servizio che comunque altre Associazioni svolgono con grande impegno, ma ho ben presente che dietro ad ogni suicidio c’è una persona vera, e non un dato statistico. Nessuno dei ragazzi che sono morti negli ultimi anni è passato dai nostri laboratori, ma in buona parte si trattava sicuramente di ragazzi simili ai molti con cui abbiamo avuto a che fare: stranieri di fatto o anche solo di stato d’animo, senza radici, senza punti di riferimento amicali o familiari fuori dalle mura di cinta, a volte ormai abituatisi troppo a identificare i confini del loro mondo con quelli della loro cella, a volte incapaci di sopportare quei confini anche per un solo giorno; persone che a parità “di reato” con altre persone hanno molte meno possibilità di affrontare consapevolmente la loro condizione, perché non conoscono bene la lingua e la legge italiana, perché non hanno una famiglia che li aiuta, perché non hanno soldi per pagarsi un avvocato che li segua davvero; persone spesso condannate dalla vita ancor prima che dai giudici, perché spinte dalla povertà, o da un miseramente pagato lavoro al nero su un ponteggio, a fare i corrieri con qualche etto di droga addosso; persone che a volte restano in attesa di giudizio per anni, senza certezze, senza sapere quale futuro aspettarsi. Come operatore mi sono chiesto di che cosa avrebbero avuto bisogno, che cosa sarebbe stato possibile fare, che cosa è possibile fare perché altri detenuti non si appendano ad altre corde. Non ho alcuna soluzione efficace, ma credo che l’unica possibilità sia essergli vicini, coinvolgerli, condividere, così come dovrebbe accadere per qualunque persona in difficoltà, che sia libera o detenuta; non si può che provare a dare un senso alla loro pena, farli sentire comunque cittadini, dargli una mano a rivendicare la loro dignità, la loro cultura, la loro capacità di rielaborare un percorso di vita, se necessario ripartendo da zero; e soprattutto non bisogna ricordarsi che esistono solo quando il carcere che li ospita finisce sulle pagine dei giornali.

Fare teatro dentro una casa circondariale è in primo luogo dare voce a chi quel luogo abita; e far sì che una volta tanto quella voce, così come quelle parole e quelle facce che trasudano carcere anche quando recitano “Romeo e Giulietta”, sia quella dei detenuti stessi, e non quella di chi è abituato a rappresentarli come una categoria indistinta per semplificarsi la vita o farsi tornare i ragionamenti. In un tempo in cui si avvicina il ritorno alle medievali navi-prigione, bisogna continuare a lavorare perché il carcere non sia percepito come un’isola rimossa dal tessuto cittadino: attraversandolo, standoci dentro, facendo incontrare persone vere e corpi veri, contaminando incessantemente interno ed esterno, impegnandosi quotidianamente, rifuggendo la banalità.

Alessio Traversi

Resp. Cultura Arci 

 

 

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