“Cancellare l’immagine per cancellare la morte”. Il mito della privacy

Alessio Traversi 22 ottobre 2009 1

 

scarpe

visioni distorte # 4

anche se non guardi la televisione, la televisione ti riguarda”

 

Come molti già sanno, negli ultimi giorni si è sviluppato nel nostro paese un vivace dibattito sull’azione di spionaggio mediatico effettuata da Canale 5 ai danni del giudice Raimondo Mesiano, che ha da poco pronunciato la sentenza che condanna Fininvest a risarcire 750 milioni di euro alla CIR di Carlo De Benedetti e che, indipendentemente dall’esito della sentenza stessa, è stato appena promosso dal Consiglio Superiore della Magistratura.

Vari giornalisti, esponenti politici e magistrati hanno espresso una pubblica critica contro questo breve servizio televisivo che ritrae Raimondo Mesiano mentre passeggia per strada, mentre fuma, mentre attende il suo turno dal barbiere e mentre siede su una panchina, e che insiste nel definire i suoi comportamenti come “stravaganti”:

il servizio di Canale 5

La qualità del prodotto è disarmante.

Dallo studio si lancia il servizio facendo subito risaltare un’ipotetica inconciliabilità tra le “stravaganze” del comportamento dell’uomo e la sua funzione di giudice, quindi appare una serie di immagini “sporche”, girate da lontano, con un tele-obiettivo, con uno stile che fa incontrare il genere poliziesco con quello del fai-da-te porno-voyeuristico. La voce over della commentatrice si inserisce per dare peso, attraverso un testo, a immagini che non raccontano niente di interessante. Ma il testo non decolla, e anzi scivola in modo progressivo verso la banalità più profonda, fino ad arrivare all’imbarazzante chiusa sul dettaglio dei calzini turchese, “di quelli che in tribunale non è proprio il caso di sfoggiare”. Quando si riprende la parola dallo studio lo si fa per sottolineare come il servizio dimostri che “tra la stravaganza del personaggio e la promozione del CSM c’è qualcosa che non funziona”.

Preme qui sottolineare come l’elemento fondante della maggior parte delle critiche rivolte agli autori di questo servizio sia legato al tema della “violazione della privacy”, ovvero all’indebita intrusione dello strumento mediatico nella vita privata dell’individuo e alla conseguente messa in onda, senza consenso dell’interessato, di video-immagini che lo riguardano.

E’ una questione seria, e legittima.

Noi però non abbiamo troppo fascino per il mito della privacy, soprattutto quando lo si mette in relazione con una ipotetica regolamentazione dell’utilizzo dei media. Di questo servizio preferiamo quindi sottolineare la miserabilità culturale, e il bassissimo livello dell’operazione costruita dalla più importante rete televisiva privata del nostro paese.

Certe operazioni dovrebbero essere rese impossibili non tanto sul piano legale, quanto su quello culturale. Un paese in cui si rende necessario proibire legalmente servizi televisivi come questo è un paese in cui si ritiene che i cittadini siano totalmente lobotomizzati, e che pertanto “credano” a narrazioni come questa. Ma se è davvero così, allora più che legiferare sulla tutela della privacy (che difficilmente si traduce in effettivo beneficio per il comune cittadino) bisognerebbe trovare il modo di legiferare piuttosto sul famoso conflitto di interesse che nessuno negli ultimi quindici anni ha voluto o è riuscito a risolvere.

E non solo perché riteniamo inappropriato proibire la visibilità pubblica delle famose foto di Villa Certosa con piselli e tette al vento.

Ma soprattutto perché crediamo, o almeno abbiamo ancora fiducia, che la rappresentazione di un fatto, per quanto arbitraria, non riesca in ultima analisi a modificare il fatto in sé.

Quando è scoppiato lo scandalo del video-spionaggio del giudice Mesiano, sono immediatamente ritornato con la mente a una notizia di pochi giorni prima, solo apparentemente priva di connessione con questa.

Qualche giorno fa il Pentagono ha ufficialmente proibito ai fotografi al seguito delle truppe in guerra di scattare foto ai soldati morti durante i combattimenti. Formalmente un provvedimento a tutela dei militari, nella pratica una censura delle brutalità della guerra.

La fotografia che ha originato questo provvedimento risale al mese di settembre, e ritrae il caporale Joshua Bernard, sanguinante e morente dopo esser stato colpito una granata nei pressi del villaggio di Dahaneh, in Afghanistan. Comunque la si pensi su questa e su altre guerre, è una fotografia toccante:

 afghanistan1

 Anche in questo caso la scena è stata ripresa con un tele-obiettivo. La fotografa ha scattato da lontano: “Non mi ero resa conto pienamente di quello che stavo riprendendo; poi l’ho visto, a dieci metri da me, una gamba strappata dall’esplosione, l’altra appesa a un brandello di pelle”.

Anche in questo caso il dibattito è ruottato attorno alla privacy.

Il padre del soldato ha protestato, ed è probabilmente vero che gli sarebbe stato possibile elaborare in altro modo il suo dolore ed il suo lutto in presenza di una morte “immaginata”, e non pietrificata per sempre nell’oggettività di questa testimonianza visiva. Il ricordo di una persona cara che soffre è insopportabile per chiunque.

Si tratta però di un punto di vista che in questo caso vale solo per lui, per i familiari, per gli amici.

Per tutti noi che guardiamo il soldato morente seduti sulle nostre poltrone o nello schermo dei nostri pc, questa foto dice soprattutto che la guerra è violenza, devastazione, morte.

Il Pentagono ha deciso di affrontare la questione con un divieto formale che dovrebbe servire ad espellere dall’immaginario collettivo narrazioni come questa.

Come se, eliminata la narrazione visiva, Joshua Bernard avesse avuto una morte più “rispettosa”. Come se le sue gambe non fossero volate via dal corpo, in mancanza di qualcuno che si fosse ritrovato a vedere la scena, e poi a raccontarla. Come se bastasse chiudere a chiave in un cassetto il resoconto medico dell’analisi sul corpo per far morire Joshua Bernard con meno sofferenza.

Lungi da noi difendere un certo giornalismo d’assalto, di guerra, di morte.

E comunque, anche qui, si può voltare pagina, cambiare canale, coprirsi gli occhi, se ci fa stare meglio.

Ma cancellare l’immagine non significa cancellare la morte, non significa cancellare questa morte.

 

visioni distorte # 3

Corpo morto inscritto nello schermo”. L’ultimo spot di Mike Bongiorno

visioni distorte # 2:

“Il corpo delle donne”. Tette, tv e pietas

visioni distorte # 1:

Costruire la realtà attraverso la finzione. La rappresentazione del potere da “Porta a porta” a “Videocracy”

 

Un commento »

  1. Paolo Ferrara di Analisi Completa il Blog 26 ottobre 2009 alle 14:53 - Reply

    Le immagini scomode che prendono vita grazie all’opera di una persona, si possono nascondere, distruggere e bruciare. Finchè ci sarà una sola persona in grado di vederle anche per un attimo potranno essere comunicate e mai dimenticate.

    http://www.analisicompleta.it il blog

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