
visioni distorte # 7
“anche se non guardi la televisione, la televisione ti riguarda”
E’ stato indispensabile far passare del tempo per poter guardare con freddezza, e con un certo distacco critico, le immagini che ritraggono sul tavolo dell’obitorio Stefano Cucchi, morto all’alba del 22 ottobre in un letto del reparto carcerario dell’ospedale “Pertini” di Roma. Molto si è discusso pubblicamente su questo caso, che per alcuni giorni ha fatto riemergere con violenza sui media di massa i dati dell’alto numero di decessi che si verificano nelle nostre carceri, e più complessivamente l’estrema situazione di sofferenza in cui si trovano a vivere molte persone che le carceri stesse abitano.
Mentre le immagini del corpo martoriato di questo ragazzo invadevano la rete telematica, le televisioni generaliste hanno scelto, come prevedibile, di non trasmetterle, oppure di trasmetterle solo in parte (la schiena, il dettaglio degli occhi gonfi), preferendo che esse fossero narrate verbalmente dai protagonisti della vicenda.
Così, nonostante in questo caso la responsabilità di rendere pubbliche le immagini sia stata assunta consapevolmente dagli stessi familiari della vittima, le leggi dominanti della nostra cultura televisiva le hanno respinte in base al canonico precetto del “non mostrabile”, della rimozione di ciò che potrebbe urtare la sensibilità dello spettatore, e più in generale, della tendenza ad escludere dalla rappresentazione del corpo umano qualunque segno di “orrore” a favore della “grazia”, della comunicazione di una realtà esteticamente armonica, anche quando artificiosamente o chirurgicamente costruita, gradevole per l’occhio e rassicurante per l’animo.
Questioni di etica mediatica che periodicamente creano dibattito, ma che in questo caso non costituiscono l’elemento che più colpisce chi si interessa di rappresentazione e percezione culturale.
Più significativo, nella narrazione mediatica della vicenda Cucchi, appare proprio questo contrasto tra orrore e grazia. Ciò che comunica orrore, nelle immagini dell’autopsia di Stefano, non è solo la devastazione di questo povero corpo, ma soprattutto l’idea che quella devastazione sia stata provocata da altre persone. Ciò che invece comunica grazia è il volto della sorella Ilaria, pur segnato dalla vulnerabilità (l’elemento che per Pasolini crea il fascino del volto umano) e dal dolore per la perdita del fratello. E’ anche per questa grazia, e per la consapevolezza culturale di questa donna nel rapportarsi con i media, che probabilmente la televisione generalista ha dato alla narrazione della vicenda spazi insoliti rispetto a quanto accade di solito per le persone che muoiono in carcere:
Ilaria Cucchi a “L’era glaciale”
Così, più o meno consapevolmente, i media di massa hanno finito per offrire del caso Cucchi una rappresentazione epica, o più precisamente, tragica in senso classico:
“la tragedia monta un’esperienza umana a partire da personaggi noti, ma li installa e li fa sviluppare in modo tale che la catastrofe che si produce, quella subita da un uomo non spregevole né cattivo, apparirà come del tutto probabile o necessaria. In altri termini, lo spettatore che vede tutto ciò prova pietà e terrore, ed ha la sensazione che quanto è accaduto a quell’individuo avrebbe potuto accadere a lui stesso.” (J.P. Vernant, Mito e tragedia nell’antica Grecia. La tragedia come fenomeno sociale, estetico e psicologico, Einaudi, 1976)
Vi sono infatti, oltre al conflitto tra orrore e grazia, altri elementi narrativi che si ritrovano nella tragedia classica: il solitario destino di morte dell’eroe, innanzitutto; la visceralità dei vincoli familiari, che riscatta la morte stessa; la lotta della sorella che, come Antigone, si oppone all’ingiustizia e si spinge fuori dalle mura per recuperare il cadavere del fratello e dargli una degna sepoltura, e per ristabilire la verità; il silenzioso e impenetrabile potere dei governatori della città; e sullo sfondo la sensazione che, nonostante l’eccezionalità del caso, si tratti di vicende che potrebbero accadere a tutti, poichè sono accadute a persone “non spregevoli né cattive”, come Stefano Cucchi, come i suoi genitori, come sua sorella. Vicende determinate dal caso, o da volontà inaccessibili per l’uomo comune.
E’ in questa chiave che la vicenda diventa rappresentabile. Narrata attraverso servizi televisivi che invece di mostrare l’orrore delle immagini dell’obitorio mostrano quelle di un passato felice (la torta di compleanno o il parto della sorella, dove paradossalmente il letto di ospedale rappresenta un segno di vita piuttosto che di morte), che esprimono i fatti attraverso i resoconti degli avvocati, che danno spazio a un’indignazione corale destinata a svanire presto, sormontata da nuove indignazioni, la vicenda diventa rappresentabile; più precisamente, diventa mediaticamente spendibile anche per le televisioni generaliste.
Ma è una rappresentazione che non basta.
Perchè è impossibile raccontare efficacemente, con le sole parole, un evento come questo, per sua natura “indicibile”. Perchè è impossibile guardare la rovina di questo corpo e credere che essa sia il frutto del caso o di volontà sovrannaturali, e non delle azioni di una mano umana. Perchè non si tratta di una vicenda che potrebbe accadere, ma di una vicenda che è accaduta. Perchè a guardarci dall’alto, con il compito di ristabilire la giustizia, non ci sono gli dei, ma personaggi di altra natura come Carlo Giovanardi. Perchè a differenza della tragedia classica, qui alla fine non c’è nessuna catarsi.
Perchè questo tragos, questa vittima sacrificale, non è un’invenzione narrativa, ma una persona vera.
Stefano Cucchi non era un eroe epico come Ettore, da trascinare per i piedi a testa in giù sopra le pietre per versi e versi, ma una persona come tante, che ha pagato con la morte il suo non essere assimilabile a qualche ignorante canone di buon gusto in fatto di uomini.
L’epica mediatica passa velocemente, anche se in qualche ritaglio di giornale restano quei referti medici che raccontano di un ragazzo di 31 anni che durante le visite gira la testa dall’altra parte e non parla, che come ultimo atto della sua esistenza rifiuta di mangiare un piatto di patate, che sta per morire e non lo sa.
L’epica mediatica passa velocemente, e lascia spazio alla pubblicità, e poi ad altre fiction.
Rimane la morte vera, e quel dolore, il dolore per la morte di un figlio, per la morte di un fratello, che invece non passa.
visioni distorte:
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