
visioni distorte # 8
“anche se non guardi la televisione, la televisione ti riguarda”
Hanno naturalmente fatto il giro del mondo le immagini televisive del premier colpito al volto al termine di una manifestazione nella piazza del Duomo di Milano. Dell’evento esistono riprese da numerosi punti di vista, ma al centro di ogni reportage vi è sempre il volto del premier che sanguina dal naso, dallo zigomo, dai denti:
Ne è fisiologicamente seguito un acceso dibattito sul clima creato dal violento scontro politico in atto nel nostro paese, nonchè sulla qualità delle misure di sicurezza che proteggono il premier, ma non è probabilmente nell’attualità quanto nei tempi lunghi dell’immaginario collettivo che questo evento è destinato ad incidere maggiormente.
Il premier sanguina, e questo contribuisce a farlo percepire al pubblico come un essere umano simile a tutti gli altri; non era mai accaduto prima in questi termini, nè in occasione del crollo di pressione di Montecatini, nè in quella del lancio del treppiedi in piazza Navona.
Rispetto alle suddette situazioni, vi è in questo caso l’estrema evidenza di queste immagini, che ritraggono il premier in un imprevisto momento di vulnerabilità, soggetto a un “attacco” esterno, percosso con violenza sul corpo come una persona qualunque. E mentre sul volto insaguinato del premier si disegna un’espressione di stupore, di colui che non si spiega il motivo di un gesto come questo, lo spettatore è invece colpito dalla sua solitudine metafisica, dal fatto che l’essere materialmente circondato da decine di guardie del corpo e sostenuto da milioni di italiani non sia bastato a difenderlo da un gesto così netto e anche così prevedibile.
E’ proprio questa vulnerabilità che ne devasta il volto a comunicare una verità inconcepibile per la tradizione mediatica: quel volto sempre sorridente, composto, lucido e ritoccato dal trucco, improvvisamente ferito e ridotto a nuda maschera di sangue.
La vulnerabilità di un personaggio suscita sempre compartecipazione nello spettatore, anche nello spettatore che non ama il personaggio stesso.
E’ questo il sentimento che interviene e che può modificare in profondità, almeno in parte, almeno per un determinato periodo, la percezione del personaggio nell’immaginario collettivo del pubblico, molto più delle narrazioni verbali che ne sono scaturite e ne scaturiranno a posteriori: il premier che accusa il colpo ma non cade, il premier che si preoccupa più della sicurezza del suo assalitore che del suo stato, il premier che resiste anche se colpito da un’offensiva senza precedenti, e poi, a seguire, la retorica del perdono e del rappresentare il bene anche quando il male ci minaccia incessantemente.
E’ persino troppo chiaro che chi volesse utilizzare questo evento per raffozare il consenso del premier nell’immaginario collettivo degli italiani dovrebbe soprattutto tacere, perchè ogni parola svilisce la potenza narrativa di quelle immagini carpite dalle telecamere e teletrasmesse in tutto il mondo.
Atti come questo nuocciono alla persona fisica, ma forniscono spessore e profondità al personaggio mediatico.
Vi è però un ulteriore elemento che pesa in maniera decisiva sulla vicenda.
Se si pone l’azione materiale del ferimento su uno sfondo più ampio, che va oltre il cosiddetto clima di odio di cui si discute in questi giorni, non si può fare a meno di percepire che il premier è stato in questo caso vittima di un immaginario, singolo ma comunque rappresentativo, che egli stesso ha contribuito in prima persona a fabbricare in parte determinante.
Egli ha puntato la sua strategia di consenso in modo massiccio sull’esposizione mediatica, spingendosi in situazioni che evocano più la vita di una rockstar che quella di un politico: performance nelle pubbliche piazze, bagni di folla, cordoni di fans da attraversare stringendo mani e firmando autografi, l’emergere di una vita privata piena di avventure sessuali, il tutto puntualmente amplificato a livello mediatico. Ma non è raro che camminando per strada, entrando o uscendo dalle auto di servizio, le rockstar diventino il bersaglio degli agguati di chi non è propenso a un canonico scambio di opinioni. Esporsi è essere esposti.
Colpisce poi il senso di contrappasso insito in un “attentato” perpetrato con una statuina del duomo di Milano. Il setto nasale e i denti del premier sono stati fratturati da un souvenir (in queste ore stanno andando a ruba), da uno strumento pubblicitario, dalla riproduzione del simbolo che più rappresenta la città in cui il premier ha costruito la sua ascesa, la sua immagine e il suo potere, a partire dagli imprescindibili anni ottanta.
Ed è proprio ai tempi dell’esplosione delle tv private che bisogna ancora una volta ritornare per comprendere a fondo il senso di questo evento.
Quando si crede di poter far coincidere la realtà con ciò che viene rappresentato dai media di massa, si rischia di dimenticare che fuori dai media una realtà esiste ancora, e vive di impulsi istintivi, psicologici e culturali che non sempre sono assoggettabili alle leggi televisive. Può anzi capitare che questi impulsi, più o meno consapevolmente, irrompano improvvisamente nella rappresentazione mediatica sotto forma di azioni compiute da attori esterni, riportando con violenza nella narrazione quella realtà che ne risulta normalmente esclusa.
Non è semplicemente “il bello della diretta”, ma, come in questo caso, la constatazione che la realtà che continua ad esistere fuori dalla rappresentazione riguarda tutti, anche lo stesso premier, che pure è l’artefice massimo, in quanto possidente e produttore, delle narrazioni che dominano la nostra cultura mediatica a partire dagli anni ottanta.
Il souvenir, riprodotto in serie in migliaia di copie, è un segno di carattere opposto rispetto al volto televisivo, a quel volto televisivo, che invece è di per sè, unico, inimitabile e non riproducibile. L’urto tra realtà e finzione mediatica è dunque un urto violento, tanto che dalla ferita scaturisce sangue vero.
“Più vicino è il pericolo, più diminuisce la percezione dello stesso”, spiega Paolo Rumiz in Maschere per un massacro (Editori Riuniti, 1996), dopo aver visto molte volte al rallentatore le immagini che mostrano l’estrema facilità con cui l’attentatore di Itzhak Rabin nel 1995 si avvicina al palco del premier israeliano per ucciderlo a colpi di pistola. Vale in questo caso per il premier, ma può valere per un popolo intero, come racconta Rumiz a proposito del popolo della ex-jugoslavia, che a fine anni ottanta più si avvicinava alla guerra più, manipolato dalla disinformazione dei media di massa, si rifugiava nel “no, non potrà mai succedere qui”.
Vivere di televisione, pur senza starci dentro ma solo davanti, può essere consolatorio; finchè nel bel mezzo delle trasmissioni la realtà, con la sua brutalità così poco organizzata sul piano narrativo, così poco patinata e adatta al lieto fine, bussa alla nostra porta.
visioni distorte:
#7: “Epica mediatica, morte reale”. Per i fratelli Cucchi
#6: “Qui e altrove”. Sul corpo del premier
#5: “Pornomedium”. L’aura del video su Piero Marrazzo
#4: “Cancellare l’immagine per cancellare la morte”. Il mito della privacy
#3: “Corpo morto inscritto nello schermo”. L’ultimo spot di Mike Bongiorno


















