“I morti ritornano”. Nota sulla fine degli anni zero.

Alessio Traversi 31 dicembre 2009 1

tv zombie

visioni distorte # buon anno

“anche se non guardi la televisione, la televisione ti riguarda

Gli anni zero si erano aperti con l’idea che i media di massa potessero e dovessero trasmettere la “vita vera”, raccontando le storie delle persone qualunque, quelle che “si incontrano per strada, al bar, al lavoro”. Nel 2000 Mediaset lanciò la prima edizione de “Il Grande Fratello”, e aprì in questo modo la strada al format del reality show, percorsa poi dal punto di vista dei contenuti e delle modalità comunicative non solo da format analoghi ma anche da molti contenitori e prodotti tipici delle tv generaliste.

Cominciava quel fenomeno che da subito fu definito, dall’interno dei media stessi, come il trionfo della vita in tv, e che successivamente è stato sviluppato a tal punto che ormai in generale si da per scontato che l’unica “vita vera” sia quella narrata dai media, e che quella che ne rimane fuori altro non sia che un refuso, uno scarto di produzione, un sovrappiù che non interessa nessuno.

Ha quindi una sua logica il fatto che gli anni zero si chiudano con un tentativo di superamento mediatico della morte, seppur esclusivamente della morte di quelle star che lo stesso sistema mediatico ha prodotto, e non certo di quella del comune spettatore: se si concede ormai ai molti il classico quarto d’ora di celebrità mondana, è pur sempre ai pochi che si continua invece a concedere il privilegio della memoria mediatica.

Per cause e con protagonisti diversi, il 2009 ha dunque visto la reincarnazione mediatica di molti defunti.

E’ resuscitato Michael Jackson, prima richiamato in vita dalla diretta tv di un mega funerale costruito attorno a una bara vuota, e poi ritornato definitivamente tra noi attraverso un video-documentario prodotto con immagini filmate appena prima del decesso e montate ad esequie avvenute.

Stesso destino è spettato all’attore americano Heath Ledger, morto a metà lavorazione del suo ultimo film e riportato poi in vita anche grazie a una moltiplicazione di alter ego dal cinema d’autore di Terry Gilliam.

In modo tipicamente più italiano e domestico, analoga sorte è toccata anche a Mike Bongiorno, immortalato dallo spot di una tariffa telefonica realizzato prima e trasmesso dopo la morte.

Cause e protagonisti diversi, ma in tutti i casi narrazioni il cui messaggio centrale finisce per essere la morte stessa, e la volontà di far assumere al medium anche l’accezione esoterica associata al proprio nome, ovvero quella di mettere i vivi in contatto con l’aldilà e trasmettere loro la voce e l’ectoplasma dei defunti.

Ne scaturisce quello che è il più sinistramente futuribile dei format prodotti negli anni zero: il format che ridà la vita a chi l’ha perduta, producendo un’immortalità mediatica.

Come nelle sedute spiritiche, la narrazione funziona, ma solo quando è anche lo spettatore a crederci, o più precisamente a volerci credere.

Questo potere sempre più forte dei media sul nostro immaginario vacilla però davanti alla impossibilità di dominare o cancellare del tutto proprio quella realtà che essi escludono dalle loro narrazioni in quanto intoppo, eccesso, superfluo.

Come i morti riportati in vita dai format della reincarnazione, anche quella realtà rimossa a volte ritorna, ma, a differenza dei primi, lo fa in modo incontrollabile, caotico, destabilizzante e insofferente al buon gusto televisivo.

L’anno mediatico italiano si chiude così con immagini che sfondano in modo imprevisto lo schermo: le foto di due coniugi italiani ”della porta accanto” rapiti in Mauritania e inginocchiati sotto i mitra del terrorismo internazionale, quelle del premier sanguinante dopo essere stato colpito al volto con un souvenir in piazza Duomo a Milano.

Sono anch’esse immagini al cui centro c’è la morte, nella forma dell’estrema vulnerabilità cui ogni essere umano è continuamente esposto.

I media di massa hanno naturalmente la capacità, e anche l’obbligo, di inglobare tutto, e di trasformare tutto in strumento di audience, ma perdono in questi casi quella di suscitare nello spettatore un effetto predefinito, voluto, calcolato.

Invece di attuare la funzione consolatoria insita in operazioni quali la reincarnazione mediatica, lo schermo rimanda la paura della morte, il senso di precarietà e di ansia, l’invecchiamento e la sofferenza del corpo: ingredienti severamente proibiti per qualunque autore della tv generalista.

Così la televisione, tra uno spot e una fiction, tra un talk e un game-show, tra un reality e un serial, è costretta a ricordare allo spettatore che fuori dallo schermo esiste davvero una vita, e soprattutto che esiste davvero una morte.

visioni distorte:

#8: “La ferita del premier”. Quando la realtà irrompe sui media

#7: “Epica mediatica, morte reale”. Per i fratelli Cucchi

#6: “Qui e altrove”. Sul corpo del premier

#5: “Pornomedium”. L’aura del video su Piero Marrazzo

#4: “Cancellare l’immagine per cancellare la morte”. Il mito della privacy

#3: “Corpo morto inscritto nello schermo”. L’ultimo spot di Mike Bongiorno

#2: “Il corpo delle donne”. Tette, tv e pietas

#1: “Costruire la realtà attraverso la finzione”. La rappresentazione del potere da “Porta a porta” a “Videocracy”

#spot natalizio: “La croce e la polenta”. Sulla religione mediatica

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