
visioni distorte # 9
“anche se non guardi la televisione, la televisione ti riguarda”
Cosa ci promette la televisione per gli anni a venire?
Lacrime, tante lacrime.
O almeno questo è ciò che si deduce analizzando quali sono i prodotti dei palinsesti americani che più continuano a penetrare in quelli italiani, sia attraverso la riproduzione diretta di format comprati sul mercato globale, sempre più dominato dalle multinazionali dell’immaginario quali Endemol, sia attraverso il riadattamento di altri format, sempre di marchio globale, a ciò che si presuppone essere lo zeitgeist, lo spirito del tempo, del nostro paese.
Rivelatorie da questo punto di vista sono, ancor prima delle tendenze della tv generalista, le scelte delle pay-tv, per loro natura più intraprendenti nell’orientare il gradimento degli spettatori verso nuove frontiere emozionali.
Proprio in questi giorni Sky Uno ha cominciato ha cominciato a trasmettere l’ultima stagione di Extreme Makeover Home Edition, format prodotto da Endemol e dalla rete americana ABC, in cui un gruppo di giovani progettisti, capitanati da un figaccione in camicia hawaiana, in ogni puntata demolisce e ricostruisce in sette giorni la casa di una famiglia in difficoltà per motivi di vario tipo:
Per rendere l’idea, si può prendere ad esempio la trama della puntata andata in onda domenica 10 gennaio, debitamente doppiata in lingua italiana.
Il team di Makeover, composto da architetti e stilyst maschi e femmine, raggiunge con il suo tour-bus una cittadina dell’Indiana, dove in una vecchia casa cadente vivono una madre e i suoi tre figli, segnati dalla recente, tragica scomparsa del padre e del primogenito in un incidente stradale. L’evento luttuoso, narrato in apertura di puntata, ha tra le altre cose impedito alla famiglia di intraprendere il restauro dell’abitazione, appositamente acquistata a tale scopo.
E’ per questo che il team di Makeover, commosso dal video-messaggio registrato dalla donna, decide di intervenire: arriva sul posto, spedisce la madre e i bambini in vacanza sulla neve, rade al suolo la vecchia abitazione e comincia a ristrutturarla secondo criteri di gran lusso. L’opera prosegue freneticamente per sette giorni, ma rischia a un certo punto di non arrivare a compimento per l’infuriare di forti temporali; allora il team spinge al massimo il ritmo dei lavori e coinvolge anche i vicini di casa: qualcuno stende la ghiaia nei vialetti del giardino, qualcuno aiuta a fissare pezzi di prato sintetico, qualcuno trasporta travi di legno, e tutti sono ben contenti di aiutare la famiglia bisognosa sotto l’occhio delle telecamere.
Così, alla fine del settimo giorno, a notte fonda, l’opera si compie, e la scadenza viene rispettata. La madre può tornare con i bambini a casa, dove ad accoglierla trova una plaudente folla di concittadini, assiepata dietro le transenne; può spalancare gli occhi, può sbalordirsi di tutte quelle novità, può commuoversi nel vedere che la casa è diventata come suo marito e suo figlio l’avrebbero voluta, può finalmente abbandonarsi a un pianto liberatorio.
E anche noi sentiamo l’inizio di un nodo alla gola: il racconto ha funzionato.
E’ del resto un racconto costruito secondo regole antiche, tramandatesi per secoli.
Le individuò, ormai quasi cent’anni fa, il linguista russo Vladimir Propp, che ne La morfologia della fiaba (1928) aveva analizzato la struttura delle fiabe nelle società tribali, accorgendosi di come tutte seguissero lo stesso schema narrativo : c’è una situazione di equilibrio iniziale, immediatamente sottoposta a una rottura (la morte del padre e del figlio maggiore), la quale origina le peripezie dell’eroe (la madre), che proseguono finchè, alla conclusione, viene ristabilito un nuovo equilibrio.
Anche Extreme Makeover sfrutta questo schema in modo quasi didattico, a partire dalla caratterizzazione dell’eroe come portatore di una perdita, ma naturalmente lo forza in base alle proprie esigenze: si elimina il personaggio tipico dell’antagonista, troppo ambiguo e e ingestibile per le consolatorie regole televisive; si assegna un ruolo centrale a un personaggio minore quale l’aiutante (i progettisti figaccioni); si rappresenta un conflitto che deve sempre essere esistenziale o sentimentale, mai sociale o politico.
La peripezia diventa il cuore stesso dello show: si demolisce una casa, la si ricostruisce lavorando giorno e notte, ci si batte contro la violenza dei temporali, si coinvolge un’intera comunità in una gara di solidarietà e alla fine si ha la meglio sulle avversità.
Tutto termina con la trasfigurazione dell’eroe, che in questo caso porta a compimento l’elaborazione del proprio lutto ed è finalmente pronto a intraprendere una nuova vita.
La tragedia realmente vissuta dalla protagonista sembra così essere superata attraverso una catarsi finta, mediatica.
Il trauma diventa merce emotiva, come del resto spiega benississimo il lancio dell’emittente stessa:
Babbo Natale esiste! Si chiama Ty Pennington. I suoi aiutanti? Una squadra di designers, architetti e carpentieri pronti ad abbattere e ricostruire da zero le case delle famiglie più bisognose. Tutto in soli 7 giorni. In questa nuova stagione il team sarà impegnato in nuove missioni, come, per esempio, la ricostruzione di una fattoria vecchia di 135 anni, in Indiana, dove vivono una giovane madre malata e i suoi tre bambini. Emozioni assicurate!
E’ il format del pianto, già abbondantemente incarnatosi sulle nostre tv generaliste (C’è posta per te, Carramba che sorpresa, Stranamore, tutti i reality-show) e spinto attraverso prodotti come questo verso forme sempre più aggressive in quanto sempre più credibilmente congegnate.
L’architettura narrativa ha lo scopo di scatenare una precisa reazione chimica nel nostro organismo, paralizzato dall’assuefazione alle frenesie e alle frustrazioni della vita quotidiana.
Non importa che siano storie vere, importa che siano ben fatte: noi abbiamo bisogno di crederci; abbiamo bisogno di abbandonarci ad esse; abbiamo bisogno di provare quelle emozioni che non siamo in grado di provare nella vita reale, a meno che eventi eccezionali non ci tocchino personalmente.
E non ha senso neppure chiedersi se i personaggi siano attori o meno; poteva forse averlo a metà anni ottanta, quando Mediaset, nelle prime puntate di Forum, cominciò ad ambientare improbabili dibattimenti in quella posticcia aula di tribunale; oggi non lo ha più.
Vi è un’ultima evidenza decisiva.
In un format come Extreme Makeover il protagonista principale non è l’eroe, ma lo stesso mezzo televisivo: è la produzione stessa che, tramite interposta persona, si fa personaggio, muove l’azione, elegge l’eroe (che naturalmente deve essere sempre una persona comune, “uno di noi”), lo accompagna per mano lungo il precipizio e infine lo salva.
Non è affatto come in un film: la narrazione qui non accade autonomamente, ma si genera proprio perchè il suo reale protagonista è il medium stesso.
Non è più vero soltanto che “esiste solo ciò che accade in tv”.
E’ ormai vero anche che molte cose accadono solo perchè è la tv a farle accadere.
Questo format dichiara che questa donna non avrebbe mai superato la morte del marito e del figlio, se non fosse arrivata la tv ad aiutarla; dichiara che non siamo più capaci di spiegare a nostro padre come ci sentiamo veramente, di passare un pomeriggio al parco con nostro figlio o di comprare un mazzo di fiori, se non è un autore televisivo a proporcelo, se non c’è una telecamera a riprenderlo, se non c’è un audience a fare il tifo; che non se siamo più capaci, o forse che non ne vale la pena.
Così, al climax della narrazione, inaspettatamente, sentiamo l’inizio di un nodo alla gola. Sappiamo che tutto è costruito a questo scopo, sappiamo che è quello l’effetto voluto, eppure la reazione chimica si scatena comunque. Che fortuna, allora, che proprio sul più bello arrivi la pubblicità a salvarci.
E mentre sullo schermo scorre l’ennesima promozione di una tariffa telefonica, pensiamo che in fondo non ci è successo niente, se non ciò che ci succede ogni volta che ci commuoviamo ascoltando una canzone o guardando un film.
Tranne per il fatto che stavolta questo pianto ci è offerto, permesso e concesso da uno sponsor.
Visioni distorte:
#bonus: “I morti ritornano”. Nota sulla fine degli anni zero
#8: “La ferita del premier”. Quando la realtà irrompe sui media
#7: “Epica mediatica, morte reale”. Per i fratelli Cucchi
#6: “Qui e altrove”. Sul corpo del premier
#5: “Pornomedium”. L’aura del video su Piero Marrazzo
#4: “Cancellare l’immagine per cancellare la morte”. Il mito della privacy
#3: “Corpo morto inscritto nello schermo”. L’ultimo spot di Mike Bongiorno
#2: “Il corpo delle donne”. Tette, tv e pietas
#spot natalizio: “La croce e la polenta”. Sulla religione mediatica


















E’ vero e allo stesso tempo triste.
Tra un po’ venderanno i sogni in scatola al supermercato stile cyberpunk perchè il futuro di quelli che verranno (per la cronaca nella top ten di speranze in uno scenario del genere è quello di essere già morto e sepolto per vecchiaia) si avvicina già in questi anni a un terribile appiattimento che porterà a seguire qualsiasi cosa che assomigli vagamente ad un sogno/ad una proiezione costruttiva della realtà nella fantasia/ad un ideale.
L’importante è che “Suoni Come..” non “E’ veramente così?” o “Sono in grado di provare a capire senza che venga pilotato TOTALMENTE da questo genere di stimoli?”.
Un film,una canzone,un libro alla fine condizionano in minima parte le persone (è ovvio) ora sembra che sia un martellamento fintanto che anche a chi non piace ci và perchè “è il più martellato”,ma nel vero senso della parola!
I tormentoni (hai presente Corona? Gli Ace of Base?Shaggy? ecco a rota poi finita lì con qualche rantolo qualche tempo dopo >D) duravano un estate e poi finiva lì,non so se riesco a spiegare quello che voglio dire. ^^
Credo che siano dei metodi malati di utilizzare dei mezzi che dovrebbero STIMOLARE le persone ad avere un proprio raziocinio e senso critico (ma non quello di Sgarbi,quello non lo tollera nessuno >D).
V’ho rotto abbastanza le palle con sta mail quindi vi saluto,a lunedì! ^^
I found this article useful in a paper I am writing at university. Hopefully, I get an A+ now!
Thanks
Bernice Franklin
[url=http://www.uggworld.eu]UGG Boots[/url]