Haiti – blocchi stradali con massi e cadaveri

RadioCage 15 gennaio 2010 0

Settemila corpi in una fossa comune. L’allarme: “Strage di bambini”
Si cerca ma nessuno spera nel miracolo: “Cadaveri in tutte le strade”

Blocchi stradali con massi e cadaveri
il dramma di Haiti senza acqua né cibo

 haiti_distrutta

tratto da www.repubblica.it

dall’inviato ad Haiti Angelo Aquaro

 

La città che non c’è più si vede alla fine di quella strada- che dal confine di Jimani porta dentro l’epicentro del sisma, quella via maledetta su cui sono tornati trafficanti e banditi, percorsa ininterrottamente dalle colonne della Croce Rossa. Port-Au-Prince è il buco nero che ha inghiottito migliaia di vite.

Tra i volontari che fanno la spola anche la strana coppia di due giornalisti e un poliziotto. Joseph Emmanuel, Myriam Le Branche e Clark Saint Louise sono partiti con la jeep vuota da Port-Au-Prince per caricarla di viveri a Jimani e tornare a casa. “Zucchero, acqua, tanta acqua, spaghetti, oui”. Abitano a Dalmas, la via principale “circondati dai morti, come tutti”. Myriam ha perso un fratello, Philip, in questo mare di morti. Nell’inferno di Port-au-Prince, da cui salgono ancora polvere e lamenti. Con le strade piene di cadaveri. Settemila solo in una fossa comune, dice il presidente Preval.

Agli angoli di quelle che una volta erano strade solo cataste su cataste. E poi la disperazione dei vivi. I vivi che chiedono acqua, acqua, acqua. “Gli assetati sono destinati a morire” grida Jimitre Coquillon, medico. E sembra un urlo biblico. Haiti si risveglia per il terzo giorno sotto le bombe del terremoto. E’ una guerra, peggio che una guerra: il clima lo vedi anche negli spari e nelle esplosioni che sono già diventati la colonna sonora di questa tragedia. Le esplosioni sono l’ultima tragica beffa: è la vendetta delle case crollate, alimentate a metano.

Tra qualche giorno lì davanti al porto dovrebbe comparire una clinica militare galleggiante. Intanto i feriti si curano nei parking degli alberghi che non ci sono più. Basterà? La rabbia dei sopravvissuti dice di no: e nella notte spuntano blocchi stradali fatti di massi e cadaveri per urlare la disperazione di chi è senza aiuto. Medici senza frontiere ha occupato gli unici ospedali rimasti ancora in piedi e nell’ennesimo parking ha allestito una clinica da campo. Il semaforo che adesso lampeggia tra le macerie sembra uno scherzo macabro. L’aeroporto di Port-au-Prince riapre, poi chiude ancora, l’atterraggio sarebbe riservato soprattutto ai mezzi di soccorso ma l’ingorgo e la ripresa del traffico privato lo mandano in tilt. Le barelle dei feriti fanno il resto. 

C’è chi improvvisa un piccolo funerale tra le macerie: si scava per salvare, si scava per seppellire. La regola del terzo giorno è impietosa come tutte le statistiche: il 79% dei salvataggi avviene nelle prime 72 ore. Dopo è un miracolo. Matt Arek parla per la Croce Rossa Usa. Il dramma ha una parola sola: acqua. E’ il dramma dei bambini, delle donne, dei tanti disperati che tendono la mano alle magliette gialle dei volontari, ai pochi medici per le strade, al piccolo esercito dei soccorritori. 
E poi i bambini. La Croce Rossa lancia l’ennesimo allarme, due milioni le piccole vittime del terremoto: morti, feriti, senza casa, senza madre, senza padre, senza tutto. Sarà l’emergenza più lunga, la più difficile da curare. Da Port-au-Prince al resto del paese è un cimitero di corpi piccini. A Jecmel una scuola è crollata con tutti i bambini dentro. Quelli che si salvano mendicano per le vie dei morti. Teneteli almeno lontano da Canape Vert: teneteli lontano dalla fogna della città. “Puzza di cadaveri, puzza di rifiuti, puzza di esseri umani”.

Miracoli pochi. Un volontario dell’Onu tirato fuori da sotto le macerie strappa lacrime e gioia ai soccorritori. Ma sono ancora scosse di assestamento, ancora paura. L’ultimo allarme vero intorno alla mezzanotte di mercoledì. Decine di migliaia di persone sono andate a cercare riposo davanti all’oceano. Non hanno più casa, non hanno più niente, si contano urlando, la mamme che chiamano i figli, i figli che cercano le madri. Non è un accampamento e neppure una processione, la spiaggia è l’unico posto dove fuggire. Ma non c’è pace, non ci può essere pace. Basta un grido più forte degli altri: “Tsunami!”. Torna l’inferno.

Le ombre si muovono nella notte, prima piano, poi sempre più velocemente, l’allarme Tsunami è stato ufficialmente cancellato ma che importa, qui basta un sussurro, una frase: nessuno ha visto in tivù il presidente René Preval che alla Cnn dice di non sapere dove andare a dormire, ma non è un problema, il problema è scavare, scavare, trovare i dispersi. Nessuno ha visto niente in tivù perché qui non c’è tivù, non c’è elettricità, c’è una sola, intermittente linea telefonica. Troppo carica per sopportare tutto il dolore di Haiti.

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