
di Andrea Pagani
Dopo aver assistito a “Welcome to the machine”, ed aver fatto decantare l’emozione naturale data dall’ascolto di una canzone dei Pink Floyd, emergono chiare due strade da seguire, quasi parallelamente. Da una parte ci troviamo a valutare la finezza della ricerca discografica, che fornisce materia prima di qualità per la tessitura dell’intreccio; dall’altra, come ogni amante della musica cantata e suonata, è d’obbligo un’analisi del confronto, comunque impari, tra l’interprete ed il demiurgo.
Andiamo con ordine. “Welcome to the machine” è un concerto, più che un musical, ma un concerto speciale; le canzoni sono state unite come in un lungo domino, a creare un intreccio che ricorda ed interpreta la figura di Syd Barrett, e camminando in bilico attraverso la discografia dei Pink Floyd, ci porta a visitare un mondo abitato da produttori senza scrupoli (ottimo Nicola Palladini), amici traditi, madri e giudici psichedelici, distacco, paranoie e crisi che terminano nella solitudine più angosciante.
Astronomy Domine dà il via al viaggio ipnotico, poco supportato dal necessario elemento video, una nota dolente dello spettacolo, che con Brain Damage e Comfortably Numb conclude ed allo stesso tempo avvia la pazzia del protagonista, un eccellente Francesco Dini, che nel secondo atto esplode in tutta la sua potenza, con un’indimenticabile performance canora e scenografica di The Trial, il momento più alto dello spettacolo.
La sequenza delle canzoni scelte è degna di un grande fan dei Pink Floyd, qual è il regista Emiliano Galigani: se dovessimo chiedere ad una persona (se esistesse) che non conosce i Pink Floyd, stenterebbe a credere alla non originalità dei brani. La storia sembra essere dentro la musica, estratta come la miglior cuveè, per offrire allo spettatore una rivisitazione necessaria e sufficiente del mondo floydiano. Tanto di cappello, dunque, al regista ed agli interpreti, con l’unico appunto per l’incipit di Comfortably Numb, affidato ad un pusher che sembra essere fuori tono rispetto agli altri performers, vista anche l’importanza del ruolo.
Siamo dunque già entrati nella seconda strada, quella dell’analisi interpretativa e dell’allestimento: come già detto, notevoli le interpretazioni del produttore Nicola Palladini, di Syd Francesco Dini, e di Marylease Daniela Bulleri, che incanta la platea con Great gig in the sky, canzone fondamentale in un momento fondamentale dello spettacolo, ovvero la ricerca d’empatia con il pubblico. Insufficiente l’apporto del video, che per uno spettacolo dedicato ai Pink Floyd appare necessario e senza regole da seguire, mentre una nota di merito va alle luci e alla fonica, entrambi convincenti, nonostante le difficoltà del luogo, il Teatro 4 Mori di Livorno, specialmente per l’audio.
In conclusione, uno spettacolo meritevole di essere visto, che forse necessiterebbe di qualche forza economica in più, per sviluppare al meglio una struttura già convincente, ma che potrebbe regalare ancora qualcosa. Fosse un vino, sarebbe un vino giovane, al quale dare ampi margini di miglioramento. Ma è uno spettacolo, e dobbiamo giudicarlo così com’è. Possiamo dire che vale la pena andarlo a vedere e godersi le note dei Pink Floyd, apprezzare lo sforzo disco-storiografico e condividere quel sentimento secondo il quale ogni canzone ci regala una storia, arricchito dalla lezione che questo spettacolo ci offre, ovvero che unendo più storie, non è impossibile costruirne una che le comprende e le sviluppa. Tutte.






















davero grandioso io che sono uno dei anti spettatori ho potuto constaare che gli a tori e i musiicisti sono proprio dei grandi
grande musical , vi invito tutti il 2 luglio a villa corridi con un altra grande band romana tributo spettacolo ai pink shiny diamonds