
Tra la devastazione imposta dalla natura e le nefandezze perpetrate dagli uomini, l’interrogazione che emerge con maggior forza dalle macerie de L’Aquila terremotata chiama in causa uno un vincolo atavico del nostro essere comunità: la fiducia reciproca.
Poiché ciò che lascia senza parole, tra tutte le testimonianze di “Draquila”, non sono le fin troppo note passerelle mediatiche di un premier che pretende di gestire lo stato come una sua azienda e neppure la corruzione speculatrice che associa allegramente imprenditori, funzionari ed escort, quanto il racconto di un padre che si è fidato.
Un padre cui avevano detto che no, che quelle scosse sempre più frequenti non preannunciavano una ben più terribile scossa omicida, che non c’era da preoccuparsi, che non bisognava scappare via.
E così, quando alle una della notte del 5 aprile l’intensità delle vibrazioni era aumentata, lui non aveva portato i suoi due bambini fuori da casa, lontano, al sicuro, in mezzo a un parcheggio.
“Che palle ‘sto terremoto”, aveva detto il figlio più grande, uscendo dalla sua camera dopo essere stato svegliato dalla scossa.
E il padre ha lasciato che tornasse a dormire.
Si è fidato.
Poi, un paio d’ore dopo, il terremoto si è portato via tutto, e insieme al resto anche i suoi due bambini.
“Vittima della disinformazione” si definisce oggi quel padre, che, giornalista di professione, appena cinque giorni prima della catastrofe aveva lavorato in buona fede per diffondere attraverso il suo giornale quelle notizie che gli erano state comunicate dalla Commissione Grandi Rischi, riunitasi a L’Aquila il 31 marzo: non esiste alcun pericolo di terremoto e pertanto non si rendono necessarie particolari misure di prevenzione e sicurezza per fare fronte agli eventi sismici che ormai da più mesi si susseguono nella zona.
Il racconto di questi bambini che non ci sono più chiude il film e riporta al grado zero il presupposto per cui decine di migliaia di anni fa gli uomini sono usciti dalle loro caverne e hanno imparato ad affrontare insieme le questioni che mettono in gioco la vita e la morte: fidarsi l’uno dell’altro.
La gestione di un territorio, in ambito ordinario e straordinario, è sempre più legata a questioni tecnologicamente complesse, e nello stesso tempo sono complessivamente cresciute le potenzialità di accesso alle informazioni per i cittadini, così che il dibattito sulle scelte negli ultimi anni ha acquisito una dimensione sempre più vasta, e nello stesso tempo più specialistica.
Governanti e amministratori decidono adducendo il parere, le relazioni, le analisi, le determinazioni dei tecnici. Per contro, oppositori, comitati e movimenti si esprimono adducendo il parere, le relazioni, le analisi, le determinazioni di altri tecnici.
Potrebbe scaturirne una dialettica profonda, se nel nostro paese non vi fosse un problema culturale di base.
E’ persino scontato rilevare per l’ennesima volta quanto i meccanismi di accesso e di visibilità sui media di massa tendano a svilire e a semplificare il dibattito, stimolando e infine premiando la semplificazione e il populismo.
Chi non possiede media di massa spesso ha difficoltà a comunicare la complessità e l’articolazione del proprio punto di vista; chi li possiede spesso non ha interesse a farlo, soprattutto quando il punto di vista da comunicare non è il suo.
E in un paese in cui la grandissima maggioranza delle persone acquisisce informazioni esclusivamente dalle televisioni generaliste e dai quotidiani locali tutto ciò rappresenta un problema centrale.
Perché il telespettatore e il lettore finiscono per farsi un’opinione non in base a una dialettica tra analisi approfondite e circostanziate, ma in base a una modalità di contrapposizione più grossolana, che ruota sui proclami che puntano alla pancia e non alla testa oppure sul generico richiamo a una supposta volontà degli elettori, della “gente”, del pubblico.
Se tutto ciò vale per la vita quotidiana di qualunque città nonchè per i suoi progetti di trasformazione, vale ovviamente ancora di più per i suoi eventi straordinari, per le cosiddette emergenze e per tutto ciò che mette direttamente e improrogabilmente in gioco la vita e la morte dei suoi abitanti, anche quando le scelte vengono compiute lontano da quella città e quando chi le compie non è una persona individualmente identificabile.
Uno si chiede: è possibile che si mandi in giro un vagone di GPL senza accertarsi in modo assoluto che non vi sia alcun rischio che esploda e che devasti un intero quartiere?
Sembrerebbe impossibile, inconcepibile.
Eppure accade.
Così, a catastrofi avvenute, ci si richiama di nuovo alle perizie tecniche. Ci si richiama agli errori umani. Ci si richiama alle fatalità.
Le complessità che erano state rimosse prima tornano in gioco poi, con l’effetto di complicare, frammentare, annebbiare il piano delle responsabilità.
Per un po’ tutti si chiedono: ma ci sono davvero delle colpe? E di chi sono?
Poi ci si dimentica, si perde di vista, si passa inevitabilmente ad altro, altre occupazioni ed altre catastrofi, più o meno grandi, più o meno private.
Finché qualche inchiesta giornalistica o qualche film ci riporta alla mente questi spaventosi traumi civili collettivi.
E uno di nuovo si chiede: è possibile che chi ci governa non metta al primo posto tra le sue priorità la nostra vita?
Uno si chiede: è possibile che un tecnico che opera nella Commissione Grandi Rischi e un politico che ne approva la relazione che afferma che non c’è pericolo di terremoto non lo facciano pensando anche ai propri figli, ai propri parenti, ai propri amici, ai propri concittadini?
In questa epoca in cui si può teoricamente avere accesso a tutte le informazioni possibili e in cui diventa pertanto umanamente impossibile accedervi, pochi sono coloro che riescono ad andare a fondo su tutto in prima persona, e che possono così prescindere dal doversi fidare di qualcuno.
Chi vi riesce può affermare con piena cognizione di causa “sono d’accordo”, oppure “non sono d’accordo”, anche se in quest’ultimo caso chi lo afferma non sempre può o vuole andarsene da un quartiere, da una città, da un paese, pur sentendosi in pericolo.
Tutti gli altri devono decidere se fidarsi.
“Draquila” non ci mostra solo come in certi casi la rassicurazione di una popolazione possa trasformarsi nella sua condanna, come in certi casi si possano fare affari, e perfino qualche risata, sulle tombe dei bambini, come in certi casi il nostro paese sembri essere sprofondato in un baratro morale senza ritorno.
Ci mostra anche come vi siano molte persone pronte a fidarsi ciecamente di un premier che gli ha promesso una vita nuova, e dei suoi uomini appositamente arrivati per fabbricarla.
Nel racconto di quel padre, “Draquila” dice anche questo:
devi scegliere se fidarti
Non se fidarti in generale.
Non se essere in generale uno che si affida o uno che diffida.
Scegliere se fidarti volta per volta.
Caso per caso.
Uomo per uomo.
Fidarti di quei tecnici.
Di quel governante.
Di quel sindaco.
Di quella persona.
A volte anche per questioni che, più o meno prevedibilmente, possono mettere in gioco la nostra vita e la nostra morte.


























Fidarsi volta per volta è una buona idea,anche perchè a dà retta sarebbe da rinchiudersi in casa e non parlare con nessuno di niente.
Personalmente però passerà molto,molto,molto tempo prima che riesca a fidarmi di nuovo di idee,istituzioni,uomini,persone e chi più ne ha più ne metta.
Comunque,non è detto che non ci siano persone che si meritino questo diritto,fortunatamente.
In ogni caso se lo sono guadagnato e credo che questo discorso valga anche per l’argomento trattato dall’articolo