
visioni distorte # 13
“anche se non guardi la televisione, la televisione ti riguarda”
E’ morto Arnold.
E’ morto come dovrebbe morire in teoria ogni personaggio comico: scivolando su una buccia di banana, cadendo rovinosamente, sbattendo la testa al suolo. Il pubblico esplode nell’ultima risata, e il clown viene trascinato fuori scena, mentre finge un’improbabile dipartita.
Morire è stata l’ultima gag di Arnold, grazie alla quale la sua smorfia irriverente è rimbalzata di nuovo sui nostri tele-rotocalchi: e quel “che cavolo dici Willis?” è tornato a risuonare sullo schermo, facendo ogni volta ripartire il lugubre mantra di risate registrate con la voce di altri morti.
Il funerale televisivo di Arnold è stato semplicemente inevitabile.
Inevitabile che si riportasse sullo schermo la “maledizione” che ha afflitto i giovani protagonisti di questa sit-com: Willis, il fratello di Arnold, arrestato più volte per traffico di stupefacenti; la sorella Kimberly precipitata nelle droghe, passata al cinema porno e infine morta di overdose; e infine lo stesso Arnold, relegato ai margini dello star-system, ammalatosi, arrestato più volte per comportamenti violenti e perfino candidatosi a governare la California, finché la parabola discendente si è conclusa in fondo alle scale di casa sua.
Inevitabile che il cadavere di Arnold diventasse un’altra evidenza da utilizzare nelle chiacchere da talk-show in cui si intrattiene lo spettatore spiegando, dall’interno della tv, come la tv consumi e bruci chi si ritrova a farla senza dominarne o almeno conoscerne a fondo le leggi.
Inevitabile che ci si abbandonasse ancora una volta alla nostalgia per la tv del passato, e che ripensassimo a quanto eravamo più giovani quando canticchiavamo “Arnold, Arnold, sempre nei guai”, jingle che ci appare oggi quanto mai beffardamente appropriato alla situazione.
Eppure i guai scatenati da questi format “originari”, indissolubilmente legati nel nostro paese all’avvento delle reti private, non riguardano solo coloro che ne sono stati personaggi, ma incidono una dimensione collettiva ben più profonda, che investe in modo trasversale il nostro immaginario di bambini diventati grandi a colpi di palinsesto.
Oggi, in un tempo che paradossalmente proprio i produttori, i direttori di rete e gli autori definiscono di imbarbarimento televisivo, il richiamo alle origini è sempre più di moda: si celebrano i protagonisti che scompaiono, si saccheggiano non solo gli archivi della Rai ma anche quelli ormai longevi di Mediaset, si ostenta una generica ammirazione per quella televisione che oggi ci dovrebbe apparire innocente, gentile, pacata.
Si fabbrica a posteriori il mito di una purezza incontaminata, nel grembo della quale si accostano Arnold e il giudice Santi Licheri, Fonzie e Mike Bongiorno, Supercar e Raimondo Vianello, liberandosi dalla fatica dell’analisi e abbandonandosi a uno sguardo piatto, che tende a rimuovere la storia e l’evoluzione dell’industria televisiva, e più complessivamente dei consumi culturali, nel nostro paese.
Poiché quelle sit-com creavano un mondo: un mondo dove i buoni sono simpatici e i cattivi non ci sono, oppure sono inevitabilmente destinati a finire in prigione, un mondo dove c’è sempre qualcuno pronto a darti una mano, dove la violenza non esiste, dove non ci sono persone veramente povero e dove i malati guariscono, dove l’amore trionfa e la morte è solo un racconto, dove il lieto fine è imprescindibile.
Un mondo favolistico e del tutto auto-regolamentato, chiuso a intrusioni dall’esterno perfino dal punto di vista fisico, come imponevano quelle location rigorosamente legate ad interni, sempre gli stessi e sempre ripresi dallo stesso punto di vista: il divano, la camera, la cucina, la rampa delle scale, la porta di casa.
Un mondo in cui, con una costruzione narrativa che risulterebbe credibile solo in un cartoon Disney, due poveri orfanelli trovano immediatamente un ricchissimo possidente pronto ad adottarli, in cui ci si trasferisce da un ghetto a un attico in un batter d’occhio, in cui tra bianchi e neri non ci si accoltella per strada ma si scherza sul diverso modo di salutare.
Un mondo in cui ci si può sentire al sicuro, in cui anche lo skyline di Manatthan, che spunta per un attimo da una finestra grazie alla trasgressione concessa al signor Drummond nella prima puntata, appare irreale, quasi dipinto, così come cristallizzate in un’eternità da fiction appaiono quelle Twin Towers che poi nella realtà hanno fatto la fine che hanno fatto:
E quel mondo noi lo abbiamo lungamente consumato, mentre esso per estensione cominciava ad essere non più solo il presupposto di un genere televisivo, ma un vero e proprio modo di produrre immaginario, e a rappresentare un’idea di intrattenimento televisivo che oggi è più dominante di allora: rimozione della realtà, banalizzazione dei conflitti, trionfo della leggerezza, rifiuto della problematicità, celebrazione dei luoghi comuni.
In quelle sit-com, che cominciarono ad essere esportate massicciamente nel nostro paese grazie all’avvento delle reti private, e in particolare di Canale 5, che proprio da un singolare assemblaggio di televisioni locali nacque trent’anni fa e che de “Il mio amico Arnold” fece una delle sue importazioni di punta, c’erano i germi della televisione che sarebbe stata.
Così Arnold vive ancora, ma non tanto nei serial che importiamo dall’estero, tra i quali anzi ci sono probabilmente gli unici prodotti in cui si è riusciti a riportare profondità, conflitto e spessore narrativo; vive diffusamente nella nostra tv generalista, sempre più costruita sul principio che lo spettatore, che arriva a sera dopo una faticosa giornata di lavoro o di studio, non abbia bisogno di complessità ma di distrazione, non di dubbi ma di rassicurazioni, non di pesantezza ma di evasione.
Arnold vive ancora nei nostri show-man, nei nostri conduttori falsamente irriverenti, nei nostri personaggi populisti e buonisti.
Ritorna ogni volta che nel mezzo di un varietà o di un talk-show qualcuno spiega al pubblico che essere razzisti è brutto, ogni volta che si lanciano campagne di solidarietà corredate da foto di bambini affamati e ogni volta che si reclamano sms a favore del terzo mondo mentre davanti alle nostre coste le navi dei clandestini continuano ad affondare, oppure scaricano a riva una marea di persone che non finiscono in un attico ma in un centro di identificazione ed espulsione.
Oggi, a tanti anni di distanza, ci sembra quasi impossibile che allora ci piacesse Arnold, o quanto meno non riusciamo a ricordarci perché.
Imprigionati in una realtà di mutui a tasso variabile e di precarietà totale, abbiamo imparato a nostre spese che il “dentro” è ampio, sicuro e confortevole solo nelle sit-com, persino quando è la rappresentazione di una cella , mentre nella vita reale lottiamo disperatamente per tenere a distanza dalle nostre anguste tane l’enormità di quel “fuori” che preme sempre sulla nostra porta.
Di quel sogno americano che arrivava in casa nostra attraverso Arnold, attraverso la famiglia Cunningham, attraverso Magic Jonhson e attraverso il “Gimme five” di Jovanotti non è rimasto niente.
Perché non era vero neppure allora che “comunque uno ce la può fare”
Forse allora ci sembrava così perché ci appassionavamo alle singole puntate, senza accorgerci che ciascuna ci trasmetteva una morale senza trasmetterci un contesto; che ciascuna si esauriva in sé stessa, senza memoria della precedente e senza premonizione della seguente.
E forse è anche per questo che oggi ce ne siamo dimenticati.
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