
Due morti in tre giorni.
Non era ancora stato celebrato il funerale di Danosor Qalliaj quando ieri Francesco Ratti, 46 anni, una moglie e una figlia adolescente a La Spezia, è morto schiacciato sotto un tubo di tre tonnellate durante la manovra di scarico del mezzo con cui era giunto a Varco Galvani, nel porto di Livorno.
Altro luogo, altra dinamica, altre cause, ma stesso risultato: un’altra morte assurda, un’atra famiglia distrutta per sempre.
Anche su questo episodio sono già partite le indagini (“era un carico insicuro e pericoloso”, ha affermato il magistrato che le coordina), mentre le informazioni che trapelano su quelle in corso sull’episodio di due giorni fa lasciano intuire che potrebbero emergere responsabilità precise.
Anche in questo caso, nessuno potrà restituire la vita a Francesco Ratti, e neppure a sua moglie e a sua figlia.
Ma una società civile, che non è un’entità astratta ma un insieme di datori di lavoro e lavoratori, rappresentanti delle istituzioni, sindacati, magistrati, operatori dei media e cittadini, ha l’obbligo di impedire, con tutti i mezzi possibili, che questo continui ad accadere.
Per tutto il resto, purtroppo vale oggi quanto abbiamo scritto ieri
18 giugno 2010
(la redazione di Radio Cage)
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Ieri nelle acque del porto di Livorno è annegato Danosor Qalliaj, uomo di 38 anni, residente a Sestri con moglie e due figli, dipendente della ditta ligure “Amico” che aveva avuto in subappalto un lavoro all’interno del cantiere Azimut Benetti.
Appena arrivato nella nostra città e al suo primo giorno di lavoro nel cantiere, Danosor è caduto in acqua in un momento in cui si trovava solo nell’area in cui stava operando, e gravato dal pesante abbigliamento e dagli attrezzi da lavoro che aveva con sé, non è più riuscito a riemergere. Quando qualcuno si è accorto di quanto era accaduto, era ormai troppo tardi.
Spesso le morti sul lavoro non sono il frutto di fatalità ma di una gestione avventata del processo lavorativo, che attraverso il meccanismo degli appalti e dei subappalti tende inevitabilmente a risparmiare sulle procedure che dovrebbero garantire la sicurezza del lavoratore, il quale, invece di essere posto al centro di questo processo, finisce per diventarne vittima.
I primi rilievi della magistratura e le dichiarazioni delle rappresentanze sindacali hanno evidenziato da subito una serie di anomalie che potrebbero essere state determinanti nel causare l’accaduto: “Il luogo è pericoloso”, “Si sarebbe potuto salvare se non fosse stato solo”.
Ora, mentre si attende che venga chiusa un’altra bara e si medita sul dolore di un’altra famiglia distrutta, arriva il tempo delle indagini.
Se vi sono responsabilità su quanto accaduto, che siano individuate.
Nessuno potrà riportare in vita Danosor Qalliaj, ma accertare le cause della sua morte permetterà forse di ridurre il margine per cui in futuro episodi come questi, nella nostra città come in tutte le altre, possano nuovamente accadere.
Investire in sicurezza non è solo un obbligo di legge, ma anche il requisito necessario perché un paese possa definirsi civile.
Sulla vita delle persone non si risparmia. Mai.
16 giugno 2010
(la redazione di Radio Cage)

























