
visioni distorte # 14
“anche se non guardi la televisione, la televisione ti riguarda”
Se è vero che nel mese in cui si disputano i Mondiali di calcio vi è ovunque un crollo verticale del numero dei suicidi, è probabile che ciò sia dovuto alla capacità di questa manifestazione di qualificarsi come una delle poche grandi narrazioni collettive oggi in grado di farci sentire parte di qualcosa di più grande, di scatenare aspettative e passioni e in definitiva di salvaguardare la nostra voglia di vivere.
E’ però ancora più evidente come i Mondiali non siano tanto un evento sportivo, quanto piuttosto un evento mediatico, scrupolosamente costruito per proiettare il telespettatore in un mondo fittizio e liberato dalle costrizioni della vita di tutti i giorni, analogamente a quanto nei tempi antichi accadeva per il carnevale, con la sostanziale differenza che in questo caso non vi è alcun sovvertimento dell’ordine e delle regole precostituite, bensì la loro netta conferma, certificata in ultimo anche dal volontario pagamento in denaro di quei cittadini che, non accontentandosi dell’ormai povera offerta della televisione pubblica, acquistano i pacchetti onnicomprensivi delle tv satellitari.
Ma pur senza implicare alcuna carica sovversiva e rinnovatrice, di quelle antiche celebrazioni carnevalesche i Mondiali continuano a mantenere la dimensione di temporanea sospensione della quotidianità, e la voglia di abbandonarsi a rituali collettivi, che siano il guardare le partite in gruppo o il lanciarsi in folleggianti caroselli nelle strade cittadine dopo le vittorie della nazionale italiana. Un sentirsi tutti insieme che apparentemente richiama proprio il carnevale medievale:
Tutti venivano considerati uguali durante il carnevale. Qui, nella piazza della città, una forma speciale di contatto, libero e familiare, regnava tra le persone che di solito erano divise dalle barriere della casta, del reddito, della professione e dell’età. (M. Bachtin, L’opera di Rabelais e la cultura popolare, 1965)
Apparentemente, certo. E solo per i cinque minuti in cui si sventolano bandiere ripescate in cantina.
Ma nonostante tutto, i Mondiali continuano ad essere una grande festa globale.
Una tele-festa, per la precisione.
E a traghettarci, trascinarci e coinvolgerci nelle danze non sono i beniamini che si esibiscono sui campi di calcio, bensì le maschere televisive che tutti i giorni, a tutte le ore, in studi sempre più tecnologicamente dotati e cromaticamente stucchevoli, ci prendono per mano, ci portano in giro per stadi e sale stampa, fabbricano resoconti, si esibiscono in gag, intervistano, dissertano, dibattono.
Che tutti i giorni, a tutte le ore, ci fanno compagnia.
Ed è proprio in questo farci compagnia, funzione principale di format che altrimenti risulterebbero del tutto superflui rispetto alla realtà del fatto sportivo, che si esprime tutta la potenza magnetica del mezzo televisivo, nonchè la sua capacità di connettere straordinarietà dell’evento e bombardamento quotidiano, in modo da farci consumare una tv festiva per un intero mese feriale.
Che tutto ciò però non provochi il rovesciamento bensì il rafforzamento di una cultura lo conferma del resto l’estetica stessa delle trasmissioni, rigorosamente centrata sui canoni dominanti della spettacolarizzazione: negli studi si fa sfoggio di vedettes, si erigono a sagaci opinionisti le vecchie glorie del calcio, si ritaglia lo spazio per l’imbarazzante cabarettista, si ospitano show-man e show-girl che niente hanno a che fare con il calcio ma che sono familiari al grande pubblico, e che pertanto hanno acquisito il diritto di apparire comunque sullo schermo, sia pure per esprimere un giudizio sull’assetto del centrocampo del Camerun o per commentare un fuorigioco.
Di questo mondo è espressione esemplare e persino didattica “Notti mondiali”, trasmissione con cui la pubblica emittenza ci accompagna nelle ore notturne, quando i vicini dormono, il volume si abbassa ed imperversa il chiacchericcio libero, informale e disordinato, che finisce sempre per coagularsi intorno ai soliti concetti: “possiamo far bene”, “dobbiamo dare il massimo”, “cresceremo alla distanza” e tutto il campionario che eternamente ritorna nei salotti calcistici.
Per cui, all’interno di questi festini notturni, potrebbe sembrare quanto mai adatta, persino scontata, la presenza di Giampiero Galeazzi, maschera carnevalesca per eccellenza, incarnazione massima di venticinque anni di televisione in cui lo sport è stato sempre più gestito come show, fino a schiacciare completamente la realtà sportiva sotto la sua rappresentazione mediatica.
In queste notti mondiali Bisteccone esprime semplicemente il suo modo di essere, quello per cui gli adolescenti lo definiscono un “mito” e caricano le sue imitazioni su youtube: canticchia canzonette francesi, suona nacchere tricolori, polemizza, cerca a tutti i costi di porsi controcorrente, si sgola soffiando in una tromba africana, duetta con un’improbabile spalla così come con alti rappresentanti governativi, introduce un trio mariachi messicano e si immerge nella folla dei tifosi apostrofandoli come si fa di solito in un bar; allo stesso modo in cui, qualche tempo fa, dava spettacolo nel contenitore pomeridiano di “Domenica In”, rovesciando su un letto valigie piene di salami, cantando a squarciagola, ballando mentre gli calavano le braghe in diretta e tutti intorno ridevano, contenti che lui fosse lì a fare proprio quello che gli era richiesto.
Poichè Giampiero Galeazzi, suo malgrado, rappresenta oggi ciò che il “grande pubblico” e le “elites” intellettuali percepiscono o riconoscono come trash e, con sguardo più o meno critico, gradiscono come tale.
Ed è su questo rassicurante riconoscere e riconoscersi che il sipario sulle notti mondiali potrebbe anche calare.
Eppure.
Eppure c’è qualcosa che non quadra nelle immagini di quest’uomo sempre sprofondato dietro a una scrivania, qualcosa che ha a che fare proprio con l’esserci di Bisteccone, con la sua debordanza visiva, con il suo corpo televisivamente anomalo e non armonizzabile, non rieducabile ai canoni del tv-show, così rigorosamente costruiti su una fisicità snella, sana, mobile, chirurgicamente ritoccata, erotica ed ammiccante.
Bisteccone non è giovanile, non è aitante, non reclama simpatia, non indossa abiti su misura e non ha neppure qualcosa di più originale da dire rispetto a tutti gli altri.
Che ci fa in questa televisione di corpi sterilizzati e sterili?
Sta, semplicemente.
E mentre presentatori, opinionisti, vallette, ospiti e calciatori si mostrano, si muovono, si agitano e gesticolano, lui resta immobile, lunare e decadente, inchiodato sulla sedia, e fa parlare solo la bocca, come se il resto del corpo non ci fosse.
Un tempo fu davvero così, quando per fare spettacolo gli era effettivamente richiesto di usare esclusivamente le parole; allora, in quelle telecronache tachicardiche e sempre vicine alla soglia dell’infarto, l’anomalia di Bisteccone non emergeva in tutta la sua forza.
Ora che sullo schermo, sotto gli occhi di tutti, ha avuto luogo la radicale trasformazione da giornalista sportivo a show-man over-size, quel corpo, segno disarmonico e punto focale verso cui inevitabilmente tende la prospettiva, reclama il suo peso, e denuncia il suo essere vincolo, fardello e ostacolo per un metodo di rappresentazione che aspira alla cancellazione della realtà.
Da quel corpo emana la consumazione, che altro non è che una soggettiva interpretazione dell’invecchiamento, del disfacimento e della decadenza fisica che fanno parte della normalità di tutti noi, e che proprio per questo vengono severamente banditi dalla comunicazione televisiva.
Bisteccone riporta nel campo visivo la consumazione con la stessa violenza con cui agisce chi quotidianamente la rimuove, poiché è una figura che eccede lo schermo, e che in questo suo eccedere rimanda con forza al di là dell’inquadratura e al di là di sè stessa.
Quel corpo sempre affaticato seppur immobile, quel fiato corto e quella voce rotta ci ricordano che l’essere umano è un congegno perfetto eppure sempre sul punto di incepparsi.
Ci ricordano che la morte esiste.
Lì, nello schermo, dove solitamente è impossibile farlo.
Così, in modo diamentralmente opposto a quanto accadeva nello spot postumo di Mike Bongiorno, in cui si riportava in vita un corpo morto, stavolta la tv ci comunica la morte attraverso un corpo vivo.
E Bisteccone, che dovrebbe star lì proprio per condurre la festa, ci lascia invece intuire che la festa sta già per finire.
# 13: “Il clown scivola sulla buccia di banana. E muore”. La fine è già nell’inizio
#12: “Bruciare libri sul pubblico schermo”. Lo scrittore in vacanza in tv


























grande ale.
ci vorrebbe anche un articolo sulla sua spalla del momento. la camicia coi baffi.
Ben detto Ale anche se già che c’eri potevi analizzar mi un pochino la figura (di merda) di Costanzo in tutto ciò!:-)
Cmq gran bell’artico che ho postato su FB anche sulla pagina di Febbre a 90°
Ciaooo