
di Alfio Pellegrini
Non eravamo ricchi prima di Cristo. Né ricchi né felici. Avevamo appreso, anche a nostre spese, che nella vita nulla è regalato e tutto è frutto di sudate, faticose conquiste. Avevamo appreso il sapore aspro dei conflitti del mondo e ne conoscevamo il dolore. La felicità ci appariva come un rarissimo stato d’animo dal quale era improbabile essere sfiorati per più di qualche attimo fuggevole: talora poteva persino darsi che vi finissimo dentro come in una immersione, ma nessun desiderio di prolungare quegli attimi apparentemente così vicini all’esperienza dell’eterno bastava mai a garantirne una durata non effimera, non occasionale.
Non si può dire se esista davvero un mestiere di vivere, ma anche allora, prima di Cristo, il mestiere di vivere che ci sembrava di imparare giorno dopo giorno era irto di difficoltà. Scorgevamo dintorno tante miserie umane, piccole e grandi, che accendevano in noi reazioni di rabbia e voglia di riscatto. Conflitto e lotte erano così la scuola di vita di questo riscatto, una scuola dalla quale non si usciva mai. Partecipandovi, si incrociavano anzi anche disillusioni e bocciature, si imparavano gli inciampi del cammino, gli intralci che il terreno accidentato metteva tra i nostri piedi e, prima ancora di comprendere a pieno, si sentiva, si percepiva la durezza d’una realtà che si pensava di dover plasmare immaginandola più duttile, più pieghevole, più facile da maneggiare.
Anche prima di Cristo il lavoro era per i più una necessità, da cui dipendeva l’esistenza. Lavorare o non lavorare voleva dire poter vivere con dignità oppure essere totalmente in balìa del volere altrui. E il lavoro stesso era un cedere una parte di sé, il sottoporsi a una disciplina con suoi ritmi determinati, a cui non sempre si riusciva ad uniformare per intero il proprio essere nelle parti del giorno che al lavoro erano destinate.
Dopo Cristo, abbiamo appreso da Marchionne, lavorare è una vaga probabilità, a condizione di essere disposti a rinunciare a tutto ciò che fa di noi degli esseri umani: di rinunciare cioè a salari decorosi, che consentano di vivere con dignità, rinunciare ad andare in malattia, a fare sciopero, a prefigurare qualsiasi forma di lotta; di rinunciare insomma ai diritti, acquisiti prima di Cristo con la lotta.
È una frase da scolpire, quella pronunciata da Marchionne durante le trattative di Pomigliano: “Io vivo nell’epoca dopo Cristo; tutto ciò che è avvenuto prima di Cristo non mi riguarda e non mi interessa.” In sostanza: le condizioni le detto io, prendere o lasciare, e chi non le accetta sappia che posso sviluppare la produzione in altra parte del mondo. E poi c’è chi si meraviglia che ancor oggi, nel secondo millennio, qualcuno continui a parlare di padroni.
È da scolpire, questa frase. Perché bisogna comprendere in che mondo viviamo, capire quanto contino in esso gli esseri umani. Bisogna aver chiaro che i padroni di oggi, nell’era della globalizzazione gloriosa e risolutrice, sono gli unici ad essere prosciolti dal territorio. Al territorio restiamo obbligatoriamente legati e vincolati noi comuni mortali, ma non questo Olimpo di divinità capricciose e potenti, com’erano gli dèi dei greci, che hanno costruito un proprio mondo in cui possono agire imperiosamente, senza sollevare scandalo.
Bisogna scolpirla, questa frase, perché attraverso di essa l’Olimpo viene allo scoperto ed appaiono insulse le mille genuflessioni rivolte al suo indirizzo. Sappiamo anche noi di non essere più nell’èra prima di Cristo, ma guai ad accettare l’idea che il dopo Cristo sia segnato da un’esistenza supina e priva di conflitto, guai a non dire i “no” che vanno detti, guai a non tirare di nuovo le fila, a non organizzarsi, non reagire, non rispondere. Guai a lasciarsi convincere che Pomigliano non ci riguarda, le battaglie operaie sono ormai una storia passata e la conflittualità aperta dalla Fiom e dagli altri oppostisi al diktat di Marchionne è mera retroguardia, da lasciare al suo destino, perché come ripeteva costantemente la Thatcher “non ci sono alternative”.
Le alternative ci sono soltanto se c’è qualcuno che le costruisce e la loro costruzione non riguarda semplicemente il domani immediato: affondano nel presente e guardano al futuro. Solo così la resistenza resisterà. E se non si è capaci oggi di mettere e tenere insieme le molte opposizioni che sorgono, ne sarà pagato ben presto un triste prezzo.
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