
Difficile scegliere tra le tantissime esibizioni in programma Italia Wave 2010 una su cui soffermarsi più a lungo per un resoconto dettagliato. Festival come questo offrono, spesso nell’ambito della stessa serata, una proposta talmente variegata per genere e qualità che alla fine può risultare complicato scindere uno spettacolo dall’altro.
Tuttavia vale la pena di confrontarsi su quello che potremmo definire il marcato ”appeal” dei britannici Editors, che, in una delle giornate più partecipate del festival, è riuscito a richiamare sotto il Main Stage dello stadio di Livorno un folto pubblico di giovani e giovanissimi, spesso provenienti da molto lontano e non di rado animati da un autentico fanatismo old style, con maglietta nera e/o a righe orizzontali, ciuffo uso primi anni ottanta e persino qualche bandiera inglese al vento.
Ciò che del resto colpisce di questa band, a sua volta anagraficamente under 30, è proprio la volontà di rielaborare e riproporre una tradizione musicale, e più estesamente culturale, che, pur datando oltre i trent’anni, riesce ancora a produrre tendenze, suggestioni e consumi.
Lo show è energico ed essenziale, seppur non privo di manierismi. La band, dietro alla quale si staglia un muro di led luminosi rigorosamente orientati su bianco, rosso e ghiaccio, si produce in una lunga rincorsa attraverso un repertorio che pesca in ugual modo dalle hit di An end has a start, che tre anni orsono decretò il successo planetario della band, e del più recente In this light and on this evening, riservando però a quest’ultimo una posizione strategica nel set, a sottolineare il più recente corso del quartetto, orientato a una musicalità carica di synth e a una cupa dance che richiama fortemente la new wave anni ottanta.
Il nucleo espressivo degli Editors risiede del resto proprio in una poetica che inevitabilmente richiama in particolare prima i Joy Division (nella foto) e poi i New Order, e più in generale quel movimento di origine anglosassone che fu denominato a fine anni settanta post-punk, e che nel corso dei primi anni ottanta, combinandosi con sonorità dance quando non esplicitamente pop, pur senza perdere il contatto con la sua originaria matrice decadente, portò a enorme successo una serie di british band ancora oggi attive.
Gli Editors richiamano quella cultura e contemporaneamente ne propongono un personale sviluppo, anche se per chi appartiene alla generazione nata negli anni 70 l’effetto deja vu è davvero notevole, così come la sensazione di sentir cantare quella voce e stridere quella chitarra da più di trent’anni.
Ma tutto sommato il prodotto funziona, e per molti risulta gradevole.
Al tempo di Lady Gaga, in fondo può in qualche modo confortare che vi siano ancora trentenni che suonano e trentenni che ascoltano canzoni che magari non promuovono più la religione del “no future”, ma la consapevolezza di un futuro problematico e infido forse sì.
Certo, nessuno vieta di vederlo roseo e di abbandonarsi durante l’happy hour al ritmo di “Paparazzi”.















