Italia Wave 2010: consuntivi finali

RadioCage 28 luglio 2010 4

stadio vuoto

Si è appena conclusa la terza edizione livornese dell’Italia Wave Love Festival. Di seguito riportiamo le valutazioni complessive dei nostri due inviati Marco Grassi e Federico Fiamberti, che per questa manifestazione hanno lavorato molto, a partire dalle settimane precedenti alla sua partenza; due punti di vista diversi, che però mettono al centro, oltre a una riflessione sul programma, la stessa fondamentale questione: il problema della ricettività del pubblico livornese per eventi e spettacoli dal vivo che hanno un biglietto di accesso, che non hanno protagonisti locali e che non fanno riferimento alla cultura  televisiva.

 

“Consuntivo finale”

di Marco Grassi

E così si conclude, nei termini del gentlemen agreement, il triennio del Wave a Livorno.

Curiosamente, dopo le edizioni precedenti, l’evento scivolava via come un ricordo estivo, bello ma non tracciante nelle vite  dei livornesi.

Quest’anno tutti vogliono dire la loro.
E’ stata una edizione caratterizzata da un calo nelle presenze paganti, non clamoroso ma significativo.
E allora giu’ cause, motivi, spiegazioni, andando dalla classica crisi economica al parco ospiti, da taluni non ritenuto all’altezza, da altri ritenuto settoriale nella sua esplorazione dell’elettronica dance.
Avendo lavorato molto per questo evento, voglio dire la mia.
Innanzitutto, chi dice festival non dice solo musica, ma un insieme di iniziative collaterali e correlate: mai come quest’anno il programma era estremamente completo, di notevole spessore culturale e umanitario, ricco di conferenze, incontri, workshop e quant’altro che ormai tutti conosceranno.
O forse no, vista l’assenza ai suddetti contesti di miei concittadini, siano essi stati persone comuni o autorita’ varie (le quali, disertando in toto, non hanno brillato in quanto ad ospitalità).
I livornesi sono mancati un po’ ovunque, dimostrando di non aver percepito, assimilato, affrancato cio’ che e’ il senso di un festival, ovvero un evento globale e multietnico che offre sicuramente spunti di interesse e di arricchimento culturale.
Se si guarda all’evento singolo si perde il filo di una 5 giorni che, al di la’ delle critiche, non ha comunque uguali in questa citta’, come qualita’ complessiva della manifestazione.
E’ presto, dopo 3 anni, per poter dire che la citta’ comincia ad assorbire il Wave?
Non so, ma mi ero fatto un’idea diversa di come Livorno si sarebbe relazionata agli “alieni” di Arezzo e al suo seguito di ragazzi da tutta Italia, e qualcuno dall’estero.
Ergo: Livorno per ora e’ un “progetto” di citta’ multirazziale, aperta, positiva e propositiva, e in quanto progetto, e non realta’, va corretta nella sua impostazione.
Qui si stendono ponti d’oro per industriali che arrivano, parlano molto, illudono di piu’, e in capo a 1 anno o 2 capitolano.
E non si tiene nella dovuta considerazione una struttura che, al terzo anno, ha fatto lavorare numerosi giovani altrimenti al mare, ha portato un servizio organizzato seriamente (e che resiste, dopo 24 anni, agli attacchi sconsiderati dello Stato, che taglia continuamente finanziamenti alle attivita’ culturali) e ha cercato di integrarsi nel nostro tessuto portando una grande festa.
Forse la festa con gli aretini e’ finita, io mi auguro di no.
Personalmente, faccio i miei complimenti vivissimi allo staff di Mauro Valenti.
Intensita’ lavorativa, competenza assoluta, abnegazione, estrema gentilezza.
A chi ha avuto modo di lavorare con loro, questo gruppo di ragazzi e ragazze ha fatto vedere come si vive un festival; esperienza fondamentale dato che festival, raduni e rock village vari sono il presente e forse il futuro dell’approccio alla musica live e agli eventi ad essa legati.
E pure il sottoscritto, che pensava di saperne tante, ha imparato molto lavorando con loro.
Gli aretini premono per riavere ItaliaWave a casa loro, mentre alcune dichiarazioni ipotizzano un esodo all’estero; forse ci renderemo davvero conto dei vantaggi derivati dall’ospitare questo grande evento, e di gestirne l’indotto, solo quando l’evento ci avra’ detto Ciao.
In autunno sapremo se potremo chiamarci Livorno Wave o no.
Se è certo che questo festival non rappresenta l’unico momento di grande aggregazione per Livorno, e’ altrettanto certo che farne a meno sarebbe delittuoso e masochistico, anche per coloro cui alcuni aspetti del Love Festival 2010 non sono piaciuti o compresi
E allora, che ognuno di noi faccia la sua proposta, disegni il suo Italia Wave ideale, sara’ mio preciso compito mostrare loro cio’ che Livorno chiede.
E vediamo poi cosa succede.
________________
 
 
“Flop Wave Love Festival 2010″
di Federico Fiamberti
Avevo deciso di non scrivere quest’articolo, ma stasera nell’atto di volermi togliere il “braccialetto” arancione, simbolo del festival, qualcosa mi è scattato dentro. Me lo trovo al  polso destro e mi chiedo ancora come sia stato possibile tutto ciò.
Mi sembra ieri quando ho deciso insieme a Lucia e a Marco grassi, con la collaborazione di Alessia Marchi, di intraprendere l’avventura “Wave in Cage”, rubrica di approfondimento e di avvicinamento al festival.
Su ammissione di alcuni degli ospiti, e anche in cuor nostro, il fatto che questa edizione presentasse delle lacune era già affiorata fin dagli esordi, ma come mi capita spesso e come è giusto che sia, l’ottimismo prevale.
La questione era sempre la solita, e cioè che il programma del main stage fosse proiettato tutto verso un certo filone musicale (peraltro gradito n.d.r.) e quindi non appetibile verso una buona parte del pubblico.
Previsione questa, quanto mai azzeccata.
Tranne che per la serata del giovedì, dove Ok-go, Editors e Groove Armada hanno mischiato diversi tipi di sonorità, abbracciando così un pubblico più ampio, le restanti serate purtroppo hanno visto un calo di affluenze dovute al problema sopra citato.
Distaccandoci dal fattore musicale non indifferente è stato il problema dato dall’elevato prezzo delle serate che hanno portato così all’insuccesso dell’intero festival: l’abbonamento costava 60 /65 euro, a seconda di quando veniva acquistato; includendo poi il costo dei 20 euro dati dall’Elettrowave si arrivava a cifre sicuramente alte e distanti anni luce a mio parere da quella che era o dovrebbe essere la filosofia di questo festival.
Ricordo ancora quando nel 2002 ho potuto apprezzare gratuitamente artisti del calibro di Giuliano Palma, Max Gazzè, Carmen Consoli, Sud Sound System e molti altri in un clima di assoluta festa e in mezzo a un folto pubblico presente in tutti i vari stage nella città di Arezzo. La recessione c’è, si sente, si è sentita e proprio in questi momenti si doveva cercare di venire in contro alle tasche dello spettatore, che invece, messo di fronte a tali cifre, ha dovuto scegliere di non partecipare a questa splendida iniziativa.
Infine è da sottolineare che non tutte le colpe vanno addossate alla dirigenza  del festival e delle sue scelte.
So che è un punto dolente perché anch’io sono Livornese, ma la filosofia per cui tutti ci lamentiamo del fatto che in questa città non ci sia mai nulla di positivo contrasta poi con i dati riscontrati dopo questi eventi.
Perché non sentiamo comunque la voglia di provare e essere partecipi di un evento unico in Italia quando ce l’abbiamo dentro casa? Cosa ci spinge a lamentarci e poi ad ignorare tali eventi? Non riuscirò mai a darmi una riposta.
Concludendo, posso dire che il festival è stato completo, tutti gli artisti del main stage hanno mantenuto le promesse regalandoci prestazioni superlative.
Unica nota stonata, è stata l’Elettrowave, che ha mostrato con fermezza il low budget con cui era stato ideato. Il palco, le installazioni video non erano minimamente paragonabili a quelle dello scorso anno. Un peccato, vista la presenza degli ottimi dj presenti, che non meritavano né un palco del genere, né  i fischi da parte del pubblico, come è accaduto nel caso di  Moodyman (ignoranza di chi era all’interno del palazzetto n.d.r.).
Forse sono uno dei pochi che ci crede, ma spero vivamente che questa kermesse si possa svolgere nuovamente all’interno delle nostre mura cittadine, anche solo per riscattarci da questo che a tutti gli effetti può essere considerato come il Flopwave Love Festival 2010.

4 commenti »

  1. massi 28 luglio 2010 alle 15:25 - Reply

    io per la prima volta negli ultimi 10 anni (se si esclude la parentesi fiorentina) non mi ero perso nessuna edizione del festival, nel senso che almeno 1 serata, compreso quand’era GRATIS a arezzo, lo andavo a vedere.
    quest’anno no.
    motivo? semplice, non mi piaceva niente o quasi del cartellone. (già l’anno scorso quando si annunciò il concerto dei kraftwerk come un evento epocale…
    ganzetti, per carità, ma epocale sarebbe stato un concerto degli who o dei pink floyd)
    è una colpa?
    no perché, sento incolpare molto la città, i livornesi… in realtà mi sembra palese che questo festival si stia un pò trascinando e campi molto di rendita del passato di quando ci suonarono i Sonic Youth o la Nannini piuttosto che Moby o Byrne…
    come ogni cosa bella, se finisce, non ne facciamo un dramma storicosocialepolitico.
    finisce e basta.
    in più aggiungiamoci che il funzionamento del festival è faticoso e macchinoso, arranca nonostante il grande impegno di tanti ragazzi che ci mettono anima, corpo e portafoglio.
    è una colpa se il pubblico non apprezza? è mercato.
    se proponi cose che non attirano, hai voglia di esserti sbattuto, non troverai la massa ad acclamarti né i titoloni dei giornali, né tantomeno appoggi importanti.
    poi proprio questi appoggi importanti -> le istituzioni livornesi si sa, sono inclini nel rovinare tutto ciò che vien fatto per bene, e nulla dura a lungo per colpa dei colpi di machete inferti dalla militarizzazione delle strade, dai paletti logistici.
    pace, se italia wave lascia la nostra città non ne facciamo un dramma, semmai domandiamoci perché tutto finisce così presto in questa città.

  2. Rowan 28 luglio 2010 alle 17:59 - Reply

    Credo che invece la questione sia da analizzare in termini politico-sociali. Per prima cosa vorrei sottolineare l’assoluta freddezza con cui il festival è stato accolto in questi anni dalle autorità locali che non hanno mai fatto nulla per pubblicizzare l’evento, mantenendo sempre una linea di basso profilo e limitandosi semplicemente a mettere a disposizione dell’organizzazione le aree per i concerti. Per non parlare delle aree dei campeggi. L’unica traccia tangibile delle autorità è stata ancora una volta rappresentata dalla forze dell’ordine che sistematicamente circondavano le aree dei concerti in tenuta antisommossa, pronti a combattere una guerra mondiale contro immaginari black block, brigatisti e barbari di ogni tipo. Inspiegabimente invece nessuno ha mai visto un ambulanza o una squadra di pronto soccorso aggirarsi intorno alla pineta della rotonda nei 5 giorni di concerto.
    Un tale atteggiamento delle istituzioni locali non deve comunque stupire. In questa città si è sempre praticata una sistematica politica isolazionista in tutti i settori, dal turismo, al lavoro, dalla cultura agli spettacoli. Livorno è una città che accoglie ma che assorbe poco o nulla di ciò che proviene “da fuori”. Aperti si, ma diffidenti di fronte alle novità e poco disposti a cambiare abitudini che a lungo andare si trasformano in pregiudizi. Ci vorrebbero un paio di lustri per iniziare a convincere i livornesi della bellezza unica di un festival multimusicale, multietnico e culturale come l’italia wave. Solo a titolo di esempio vorrei ricordare come Livorno ha impiegato 15 anni per accorgersi di un artista come Bobo Rondelli, 30 anni per capire Piero Ciampi, e molti livornesi non sanno nemmeno dove sia nato Modigliani.
    Per quanto riguarda l’affluenza al wave di chi a Livorno non risiede, si apre un’altra questione, di tipo economico e sociale.
    Personalmente non capisco che affluenza ci si poteva aspettare. Prezzi alti, cast non eccelso, strutture ricettive scarse. è chiaro che se vogliamo combattere la musica commerciale rinunciando ai grandi nomi (scelta che condivido) c’è bisogno di attrarre il pubblico in maniera diversa, non certo aumentando la musica elettronica e i prezzi. Del resto non bisogna dimenticare che nel sistema in cui siamo immersi, fondato sull’omogenizzazione dell’offerta musicale e artistica, è praticamente impossibile ascoltare per radio o tv artisti come pan del diavolo, alessandro fiori, sikitikis, brunori sas.
    Internet è l’unica via alternativa percorribile per fuggire dalle armi di distrazione di massa impugnate dalla società in cui viviamo.
    Ora che è tutto finito il livornese medio è più sollevato e già fiuta l’aria viziata dei fossi di Venezia. Ecco bravi andate, andate a Effetto Venezia.

    Que viva el wave!

  3. marco 30 luglio 2010 alle 10:05 - Reply

    un elemento sfugge ad alcune considerazioni: in 3 anni il festival ha creato innegabile indotto.
    via il festival,l’unico che e’ davvero contento e’ il gelataio che scende sul romito,perche vende piu gelati a quel centinaio di persone che anche quest’anno sono state strappate allo scoglio per lavorare.
    sputiamoci tanto sopra,sul lavoro,tanto livorno e’ una succursale della svizzera,stanno tutti bene,i soldi non mancano,l’economia va.
    MGrassi.

  4. massi 30 luglio 2010 alle 16:06 - Reply

    l’indotto?
    ma se a livorno ci sono quasi un milione di turisti/croceristi l’anno e i negozi son chiusi!
    ma cosa gliene frega ai livornesi dell’indotto…
    io ti do ragione in pieno, è un peccato mollare un festival così grosso, ma è anche il festival stesso che è in ribasso, non diamo sempre le colpe ai soliti noti (e già evidentemente colpevoli)

Lascia un commento »