
Sarà perchè il vento di tardo agosto soffiava sul collo a segnare la fine dell’estate; sarà perchè anche la facciata immobile della chiesa di San Francesco, a strapiombo sul palco, imponeva un senso di fine e di solennità; sarà infine e soprattutto perchè negli ultimi mesi ha annunciato più volte la sua volontà di abbandonare la carriera musicale, almeno così come è stata finora, e di concludere con un’ultima turnè, e poi con un’ultima apparizione live, quale potrebbe essere stata questa di Siena. Fatto sta che quando Moltheni sale sul palco e si diffondono le prime note e poi le prime parole di “Vita rubina”, nella piazza cala un’insolita sospensione.
“L’altra notte mentre uscivo fuori dalla discoteca / mi è passata a quattro metri la mia vita / camminava col bicchiere e un vestito nero / mi ha guardato ma non mi ha cagato”. Moltheni continua a comunicare quel senso di separatezza e di alterità che comincia già nella sua presenza fisica, persino nel suo essere materialmente laterale e marginale anche sul palco.
“La conosco bene, è in collera con me / mi rimprovera le cose che non ho voluto fare / mi rimprovera parole che non ho voluto dire / che mi avrebbero cambiato in meglio insieme a lei”. Facile ipotizzare che gran parte della platea non conosca l’artista e tanto meno la canzone, eppure, a stare lì nel mezzo, si percepisce come il rapimento di quei pochi minuti abbia colpito nel segno, a tradimento, e sia diventato assolutamente totale.
“Ho rivisto il corpo morto di mio padre con i baffi neri / diventati bianchi in un’ora o poco piu’ / ho rivisto quelle estati infinite con il mio amico Gigi / con il sole che ci amava e ci baciava i piedi scalzi”. Il climax incalza, scarno eppure potente, cercando una via di uscita che non può arrivare, poiché, nonostante le mode che imperversano, è vero che si può essere autenticamente marginali, per natura e non per un calcolo di mercato, e che esserlo significa imboccare strade chiuse.
“Ho rivisto mio fratello e le sue mani buone / quelle mani adulte che lo so, io non avrò mai / ho rivisto le città che non mi sono appartenute / i miei anni come ombrelloni chiusi in piena estate”.
Non ce ne sono troppe di canzoni come questa nella storia musicale di un paese. Anche se, dopo che la fine del pezzo fa affievolire l’incantesimo e riporta la situazione a una dimensione più usuale, e anche scanzonata, come è naturale che sia per questo microset ospitato all’interno del concerto del sempre intenso Paolo Benvegnù nell’ambito de “La città aromatica”, Moltheni allinea altri pezzi di grande spessore come “Petalo” e “Per carità di stato”.
Se è stata davvero l’ultima esibizione di Moltheni, è valso la pena esserci.
Se è stata davvero l’ultima esibizione di Moltheni, peccato per chi lo ha scoperto troppo tardi, per chi ora dovrà accontentarsi di ripercorrerlo attraverso una discografia pulsante ma nello stesso tempo congelata per sempre.
Forse.
















