di Federico Bernini (fotogiornalista)
Aulla, 30 ottobre 2011. L’alluvione c’è già stata, precisamente mercoledì 26 ottobre, i danni sono già consumati, le vittime già sepolte, il tempo di scappare e mettersi in salvo già scaduto.
Appunto il tempo, quello che è servito all’acqua del fiume Magra che in 15” ha distrutto Aulla e molte zone che costeggiano il suo argine.
Arrivati ad Aulla dopo appena quattro giorni dal disastro sembra di essere in una di quelle immagini che si vedono solo in televisione, come essere a Kabul, polvere, fango, mezzi militari che si muovono per le strade, pezzi di città distrutti. Sembra una guerra ed invece è solo un’alluvione causata dall’esondazione del fiume Magra.
Ma ad Aulla i cittadini non ci stanno a pensare che sia stata solo la grande quantità di pioggia caduta nella notte precedente; via Resistenza e via Lunigiana sono state le due vie maggiormente colpite, qui l’acqua ha raggiunto anche i sei metri di altezza, inondando completamente di fango e detriti i primi piani delle case.
Immagini viste e riviste ai telegiornali regionali e nazionali, eppure a tanta distruzione è subentrata un forza vitale, positiva dei cittadini che hanno iniziato ad autogestire la pulizia dal fango e dai detriti nelle case, nelle strade, nelle cantine e nei negozi. Molti volontari sono giunti nella cittadina della Lunigiana per prestare soccorso e aiuto, la Protezione Civile ha coordinato le operazioni di intervento e di evacuazione là dove necessario.
C’è Marco, un ragazzo giovane, poco più di vent’anni che ci accompagna per i palazzi e gli appartamenti, ci fa vedere i danni e le famiglie che ripuliscono tutto: ruspe prestate, trattori che portano via alberi e detriti, pompe idrauliche che risucchiano la melma dalle cantine e pompe a pressione che sparano acqua per lavare via il fango.
Nelle cantine le persone hanno perso un pezzo di vita, ricordi conservati, oggetti di un tempo ormai passato, c’è un signore che ci fa vedere i suoi vecchi lettori betacam, la sua telecamera a tubo catodico, un ingranditore per lo sviluppo dei negativi in camera oscura, tutti pezzi di antiquariato incrostati e infiltrati dal fango che difficilmente torneranno in vita.
Non manca la cortesia e la disponibilità a parlare, a raccontare quello che si è visto, la paura provata, il dolore per ciò che si è perso, la rabbia perché forse questa cosa poteva essere evitata.
Quello che pensano ad Aulla in molti è questo, che quella maledetta diga su fiume Teglia, affluente del Magra, poteva essere aperta prima e non all’ultimo momento, rapidamente.
Come sempre ci dicono, quando il bollettino meteorologico annuncia una grande pioggia, la diga non viene mai aperta perché spesso quella tanta pioggia annunciata non arriva e la diga non vuole perdere kw/h di produzione idroelettrica. La diga è comandata direttamente da Milano, dal Gruppo Edison, ma questa volta sembra che di acqua ne sia venuta giù molta e la diga è stata aperta all’ultimo momento provocando un’immissione di un grande ed eccessivo quantitativo di acqua nel Teglia e poi nel Magra. Questa è una delle ipotesi di cui in paese più si discute, ma forse c’è dell’altro. In molti dicono anche questo, che non è più possibile non prendersi cura del letto del fiume, che è necessario dragare e togliere sterpaglie e detriti naturali, tronchi di albero e altri possibili ostacoli al corso dell’acqua; a loro avviso una certa responsabilità è anche degli ambientalisti e della loro ostinata tutela forzata del patrimonio naturale protetto. Se solo fosse possibile raccogliere i tronchi e le ghiaie ad uso edile, tutto questo non sarebbe successo, è ancora una delle posizioni che si esprimono sull’accaduto.
Detriti naturali in effetti ce ne erano molti, abbiamo risalito il Magra ed abbiamo visto il ponte di Villafranca, quello di Mulazzo e del Teglia distrutti, rotti in due a causa delle dighe naturali createsi alle basi dei bastioni dei ponti: la forza dell’acqua che quando non trova una via se la crea, capace di spezzare un ponte o scoperchiare i tetti dei garage di Aulla.
È difficile stabilire le cause, la Procura di Massa ha aperto un indagine contro ignoti, la magistratura farà il suo corso, certo però è che una collisione di fattori e causa umane, non ultime le politiche edili che hanno consentito di costruire ovunque e spesso male, il muro d’argine del Magra ad Aulla si è completamente cappottato, hanno generato un danno umano, economico e sociale di proporzioni gigantesche.
Al tempo della pulizia dovrà seguire il tempo della ricostruzione, di un modo diverso di occupare terreno, di un modo diverso di costruire, nella speranza che non vada come all’Aquila, dove si sono sprecate parole e buone intenzioni ma i fatti dopo due anni sono ancora assenti.
Alta dovrà essere inoltre la soglia di guardia al rischio di infiltrazioni mafiose nel processo di ricostruzione e di ristrutturazione, un film già visto, tra facce compiacenti e speculatori che fanno sciacallaggio edile, che non vorremmo si ripetesse.














































