DO IT – Bud Spencer Blues Explosion

Giuseppe Cardone 1 dicembre 2011 0

Si chiamano Adriano Viterbini e Cesare Petulicchio. I nomi non vi dicono niente?ok, allora Bud Spencer Blues Expolison? No, non è l’ultima pellicola dell’attore di origini partenopee famoso per i suoi spaghetti western . Se vi state domandando ancora chi siano, siete in grave e colpevole ritardo. Trattasi di due tra i musicisti più bravi e ricercati della scena musicale italiana (basti ricordare le collaborazioni di Viterbini con Raf, Marina Rei, Otto Ohm, The Niro).

Adriano (voce e chitarra slide) e Cesare (batteria e cori) danno vita al progetto BSBE nel 2007 (con l’ep Happy), ponendosi all’attenzione della critica e del pubblico con l’incendiaria performance al concertone del primo maggio del 2009 ( http://www.youtube.com/watch?v=x3XlabNjHC0 ) e la successiva pubblicazione del primo album omonimo, soprattutto per la splendida reinterpretazione in chiave hard-rock di Hey Boy Hey Girl dei Chemical Brothers.

Se vi state ancora chiedendo a cosa si deve il nome del gruppo sappiate che Bud Spencer c’entra come pure, e di più per il sound, The Jon Spencer Blues Explosion, band punk alt-rock americana che si rifaceva al mondo blues e alle chitarre slide. Ma veniamo a questo secondo lavoro in studio: DO IT.

Si parte con uno slide iniziale di pochi secondi, filo conduttore di tutto il lavoro. La prima parte dell’album vede una notevole prevalenza della musica sulle parole: non Più del minimo. La prima traccia dopo l’intro parte con gli echi di Immigrant Song dei Led Zeppelin per un finale in crescendo in puro heavy metal stile Black Sabbath.
Nelle successive Giocattoli e Rottami, la chitarra slide, l’anima blues e l’atmosfera polverosa dello stato meridionale del continente americano vengono fuse con un drumming incalzante . Nel mezzo la ballata blues,  impreziosita dall’uso del piano Rhodes, Cerco il tuo soffio (primo singolo estratto).

La fine di questa prima parte è dedicata alla cover di un brano blues della tradizione: in “Jesus On The Mainline” ( già in passato nelle corde di Ry Cooder e Aerosmith), grazie all’aiuto di Stefano Tavernese al mandolino, sono riusciti a ricreare un’atmosfera da pub del South Carolina, da conflitto tra bianchi e neri e da quel richiamo implicito che c’era nelle canzoni dei blues-man. Segue “Skratch Explosion” con ibridazioni l’hip hop, grazie alla presenza dell’ospite di turno DJ Myke, che serve da intro al mantra blues di Dio Odia I Tristi (acronimo del titolo dell’album). La  soft ballata blues Come un mare, ci dondola lasciandoci prendere fiato per la seconda parte del disco. L’onda e Squarcigola danno più spazio e cura ai testi, mentre il sound seventeen dei primi pezzi si fonde perfettamente al post-rock anni ’90. In chiusura vengono servite una nuova versione di Hamburger, già edita su Happy e da sempre punto di forza della band nelle loro performance live, con un brillante finale hard-blues e la ninnananna Mi addormenterò, spezzata intorno ai tre minuti da uno sferzante assolo di chitarra. È la quiete, dopo la tempesta elettrica!

Definiscono la loro attività come una ricerca di pentatoniche per l’anima. E a ben vedere e soprattutto ascoltare, visti i risultati di questo secondo disco in studio: con Do It hanno centrato in pieno l’obiettivo. I cinque toni sono usati e dosati con cura per colpire l’animo degli amanti dei suoni “duri” anni settanta miscelati con le moderne sonorità rock. Un viaggio da Roma al delta del Mississipi passando per Seattle.

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