
Raymond Chandler (1888 – 1959), Raymond Carver (1938 – 1988).
Non credo possa esserci distanza più abissale tra questi due autori, le loro sensibilità abitano due pianeti diversi. Eppure anche il giorno e la notte hanno i loro punti d’incontro, l’alba e il tramonto ed è lì che troviamo le loro similitudini. Innanzitutto sono due Maestri ed iniziatori di genere, Chandler da il via a quello che poi sarebbe stato individuato come Noir, inventando la figura ormai archetipa dell’investigatore privato Philip Marlowe. Carver invece battezza e dimensiona un genere di difficile frequentazione, sia per i lettori che per gli scrittori, il Minimalismo. Altro punto in comune è che per tutta la vita hanno cercato di farsi sotterrare dall’alcol, riuscendoci più o meno bene. Ho quattordici anni, sono acerbo e assetato come una pianticella di limone, il mio amico, coetaneo ma chilometri davanti a me, mi presta i libri che lui sa che mi faranno bene e male. Quella è l’età in cui sai di “essere un duro”, anche se sei un’ameba, sai di “essere fondamentalmente un teppista”, anche se fai il chierichetto il venerdì nella chiesa di Borgo, così imbattermi in un librettino chiamato: IL GRANDE SONNO e diventare investigatore privato squattrinato e alcoolizzato fu un tutt’uno…Il primo romanzo di Chandler, 1939, il suo più grande capolavoro, intriso di ironia tanto da farmi cascare dal letto a forza di risate e tenermi inchiodato per terra a esaurirmi la vista finché non finiva quella sua trama morbida e avvincente, ed anche ruvido e aggraziato da rapirmi per sempre. Siamo in Villa Fabbricotti, un’estate di centomila anni fa, sempre il mio amico estrae dalla saccoccia che si portava appresso un libro e mi dice: Tò leggiti questo. Afferro il malloppo, copertina rigida e leggo il titolo e l’autore: Cattedrale, Raymond Carver. Non lo so, penso, ho diciannove anni e mi sembra di essere già al capolinea, vivo la mia “angoscietta esistenziale” e lavoro al porto come scaricatore. Ragazzi se mi faccio il culo. Comincio a leggere e subito la temperatura scende di dieci gradi, è una raccolta di racconti, sono istantanee di delirio controllato al millimetro, sono operazioni di microchirurgia a cuore aperto e senza anestesia, tutto diventa blu e di ghiaccio, tutto rallenta, quasi si ferma, sembra che in quei suoi racconti non accada proprio niente e quando ne hai finito uno la tua vita non è più la stessa, i tuoi occhi non sono più gli stessi. Credo di essermi dilungato un po’ troppo, continuiamo la prossima volta, chissà quando.
ALDO GALEAZZI.
























