Da Gianfaldoni a Pini, un secolo di scherma epica.

Alessandro Paroli 30 gennaio 2012 0

La cappella di Irigny, teatro del famoso suicidio di Gianfaldoni e Teresa.

Quando iniziai a muovere i primi passi da schermidore, nella sala del Circolo scherma Fides, un maestro dell’epoca mi ripeteva sempre: “Alessandro, sei capitato nel posto giusto per diventare un campione; la vera essenza della scherma scorre tra i fossi di Livorno e va direttamente nelle tubature di questo palazzetto!” Una frase del genere, sempre all’epoca (avevo circa 9-10 anni) la trovavo buffa e mi faceva ridere, provando ad immaginare vecchi spadaccini che nuotavano felici nelle acque di Livorno; ma una decina di anni dopo, approcciandomi alle incredibili storie che cerco di raccontare, ho capito l’importanza e la verità di quella frase. Una città capace di dare natali a spadaccini sette-ottocenteschi ed in seguito a schermidori moderni, con la frequenza di Livorno è forse un caso unico nel mondo, come la Giamaica per i velocisti o il Kenia per i maratoneti o il Brasile per i calciatori: con la notevole differenza che queste sopracitate sono nazioni, Livorno è città di medio piccole dimensioni.

Dopo Angelo Tremamondo fu una famiglia intera a prendere la scena e le cronache nei duelli nazionali ed europei: i Gianfaldoni. Il capostipite Andrea, di origine pisane condivise l’apprendimento dell’arte schermistica con lo stesso Tremamondo, al seguito di un valente maestro operante all’ombra dei 4 mori agli inizi del ’700, di cui però si è perso completamente le tracce; Andrea ebbe 5 figli, ma soltanto 2 si dedicarono alla prosecuzione dell’attività del padre: Michele e Giuseppe Maria. Quest’utlimo si affermò ben presto come il degno erede in Italia e in Europa del Tremamondo. Le fonti riportano che intorno al 1760 Giuseppe Gianfaldoni partì per Londra, per perfezionare la sua scherma presso l’Accademia che L’Angelo livornese aveva appena inaugurato; il viaggio nella capitale inglese, gli insegnamenti del Tremamondo formarono a tal punto Gianfaldoni, come uomo e come spadaccino, che l’aitante e giovane livornese si recò in Francia dove conquistò il palcoscenico parigino e la fama nazionale dopo aver sconfitto a duello il Cavaliere di Saint-Georges, considerato il ” Dio della Scherma”. Era il 1766 e al povero Giuseppe Maria non rimaneva ancora tanto da vivere; giunto a Lione ed aperta, con la benedizione del Re, una sala di scherma, Gianfaldoni conobbe la diciannovenne Teresa Lortet, di cui si innamorò perdutamente. Il loro amore, tuttavia, fu tanto intenso e passionale quanto breve: Gianfaldoni, per salvare un suo allievo caduto nel Rodano, rimase troppo sott’acqua e fu colpito da un’aneurisma cerebrale. I due amanti, osteggiati dal padre di lei e disperati per le condizioni di Giuseppe, decisero di togliersi la vita insieme sparandosi a vicenda; il suicidio, avvenuto nella cappella di Irigny (nella campagna di Lione) nel 1770, divenne celebre e ispirò numerosi artisti e letterati come Gaetano Donizetti, che compose la cantata , o come il grande illuminista Jean-Jacque Rousseau, che scrisse il loro epitaffio tombale.

Scomparso Giuseppe Maria, fu il fratello Michele, più calmo e longevo, a proseguire la tradizione schermistica paterna e livornese; con il suo impegno, soprattutto nel far confluire a Livorno esponenti di varie correnti di pensiero, si arrivò settanta anni dopo alla formazione di colui che è considerato il vero e proprio fondatore della scuola schermistica livornse: Giuseppe Pini.

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