Intervista a Leonardo Locchi, pittore fiorentino

RadioCage 2 febbraio 2012 0

Leonardo Locchi è un pittore fiorentino. Lo incontriamo nei locali del Liceo Artistico dove da parecchi anni svolge la sua professione di insegnante di Discipline pittoriche. L’aula è molto grande, alle pareti ci sono dei dipinti (molto belli) dei ragazzi. Dal modo caloroso con cui mi accoglie e dalla dimestichezza che ha con i ragazzi, si capisce subito che è una bella persona, soprattutto appassionata del suo lavoro. Il profondo, sincero entusiasmo con cui mi mostra i suoi lavori e parla della sua attività lo confermano. La sua è una passione che ha radici nell’infanzia: “Tutti iniziamo a dipingere da bambini – spiega – ma lo facciamo giocando e forse lo facciamo anche bene perchè siamo liberi. Ho preso consapevolezza che dipingere era qualcosa che era dentro di me quando ero alle scuole medie: è lì che decisi che volevo fare il pittore”.
Un percorso che peraltro si è svolto secondo i canoni: Liceo Artistico “dove, tra una manifestazione e l’altra, disegnavo veramente tanto.. La mia formazione più importante per quanto riguarda il disegno è stata proprio il Liceo… io inoltre disegnavo anche a casa tanto che a sedici anni feci la prima mostra personale…”. Poi l’Accademia delle Belle Arti e, in più, un ulteriore, curioso “apprendistato” derivante dall’attività che Leonardo ha svolto per parecchi anni a Firenze realizzando piccolo scorci della città da rivendere ai turisti presso la  sua postazione di pittore sotto il Loggiato degli Uffizi. “un’attività frenetica, una vera e propria palestra pittorica”, la definisce, “perchè affini la tecnica, pure in una produzione seriale e a volte logorante, ma senza dubbio formativa. Ricordo con molto affetto quel periodo, a suo modo rilevante nel proseguio del mio lavoro”.

Ecco, Leonardo: quanto conta l’aspetto formativo “istituzionale” nel percorso per diventare un pittore, e quanto invece è importante lavorare per conto proprio, provare, sperimentare?
Devo dire che da una parte è stata fondamentale la frequenza di questi corsi scolastici, ma anche l’esperienza autonoma soprattutto in campo pittorico è stata di vitale importanza. L’acquerello, la  mia tecnica preferita, l’ho appresa da autodidatta. In ogni caso, la pittura è un’azione, bisogna “farla” per entrarci dentro.

L’acquarello è la tua tecnica preferita, mi dici. Come si arriva ad avere la consapevolezza di quale sia lo strumento più adeguato al proprio talento?
Sicuramente c’è una continua evoluzione, sia nei contenuti che negli strumenti; entrambi crescono e mutano lungo il percorso… penso  sempre che l’arte (più nello specifico, la pittura) sia qualcosa che “scorre” e come tale non può fermarsi, ancorarsi ad un solo sistema o ad uno schema… quando dico questo mi ricordo sempre di una frase di un mio insegnante di pittura al Liceo (di lui ricordo solo quella frase, la sua barba lunga e la camicia a scacchi; un giorno gli presentai un mio lavoro che lui trovò interessante e originale, ma la volta  dopo, quando gliene mostrai un altro simile, con un sorrisino malevolo mi disse :”Si si Bravo, bravo!.. ma hai trovato il “sistemino”… Ecco, quella frase mi fa capire che non bisogna “sedersi” e vivere di rendita, non so se hai capito cosa voglio dire..

E il tuo percorso, in particolare, come si Ë svolto da questo punto di vista?
Certamente ognuno possiede una sua poetica, un suo linguaggio, le sue caratteristiche… ti posso dire che sono sempre stato legato alla ” figurazione”, ma cambiando e sperimentando diverse cose, anche se ci sono alcuni aspetti che legano e uniscono il tutto; per esempio “la ricerca della luce”, il “movimento del gesto pittorico” e la “velocità esecutiva”.
Anche per quanto riguarda i “materiali” ho sperimentato diverse tecniche, da quelle tradizionali (pittura ad olio, acrilico) a quelle miste, con diverse tipologie di supporti (legno, tela, carta, per farti degli esempi). Tutte queste esperienze lasciano una traccia che uno si porta dentro e che prima o poi riaffiora, caso mai all’interno di un’altra ricerca. Chiaramente poi scopri la tecnica che più ti corrisponde, come un “vestito” che ti torna perfetto, cucito apposta per te… nel mio caso l’acquerello.

Riesci a spiegare i motivi di questa predilezione?
Quello che mi affascina di questa tecnica è la sua “leggerezza”, la mancanza di “corpo”, la trasparenza che “lascia” la luce della carta (quindi la “luce” non è qualcosa che si aggiunge, bensì qualcosa che si lascia “intatta”, basta vederla e non contaminarla). Mi piace il fatto che l’elemento che dirige il tutto sia “l’acqua”… la sento mia, nella velocità d’esecuzione che ricorda una danza (dipingo sempre con la musica in sottofondo, di solito musica rock), lascia intravedere “il gesto” e che coglie solo l’essenzialità delle cose, la loro anima..

Dal punto di vista delle possibilità di promozione della propria opera, è difficile essere pittore? Com’è la situazione da questo punto di vista?
Non buona, in Italia. Qui è molto difficile trovare il modo di farsi conoscere, di farsi apprezzare: in Francia, Germania c’è senz’altro maggiore disponibilità.
In ogni caso le esposizioni in primis servono a te, è un momento di pausa lungo il percorso, dove ti fermi ad osservare ciò che hai fatto, rivedi in un “insieme” le tue tracce, le colleghi e poi riparti, modificando qualcosa o cambiando a volte completamente direzione. Anzi, credo che il momento più importante di ogni esposizione per me sia proprio quando, completamente “solo”, mi dedico all’allestimento, dispongo le cose, le unisco… una sorta di rito…

A cosa stai lavorando ultimamente? Tra l’altro ti sei recentemente trasferito da Prato a Montespertoli. Mi chiedo se questo abbia comportato dei cambiamenti nella tua ricerca espressiva…
Senza dubbio. Non è un caso che ultimamente sia molto coinvolto dalla “natura”, adesso che abito in campagna, lontano dalla città. “Meditation pages” è il titolo che ho dato a tutto questo lavoro, dove ogni dipinto ha solo un numero progressivo, come le pagine di un unico libro. la carta chiaramente è il supporto preferito per accogliere l’acquerello che è sempre più improvviso gesto che irrompe nella luce del foglio. I soggetti sono frammenti della natura, arbusti spezzati, canne di bambù che scopro camminando, che raccolgo, “elevo” a unica icona poggiandola su un foglio bianco per isolarla dal resto e riproduco nella sua essenza, luce e ombra. Le  dimensioni variano, da pagine di album a carte da parati per i lavori più grandi, sempre “collegate fra di loro o a grandi canne di bambù con lo spago. Ricucire, unire è proprio uno “yoga”…

E lo “Yoga” Ë un’attività assai cara a Leonardo. A cui non resta che augurare in bocca al lupo per il suo lavoro.

Intervista di Michele Cecchini

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