Intervista a Raiz (Almamegretta)

Giuseppe Cardone 20 febbraio 2012 0

Firenze, 18.2.2012

Poche ore prima del concerto tenuto al Viper Club dal vocalist partenopeo con la sua band storica, gli Almamegretta, lo abbiamo incontrato. Ci ha raccontato dei suoi progetti solisti e di gruppo, di Napoli e cultura napoletana oltre che delle sue piccole esperienze cinematografiche.

Partiamo subito con la domanda che tutti i vostri fan si attendono. Sei in giro con gli Almamegretta per il  “reunion tour-vent’anni in dub”, un modo per celebrare un progetto che negli anni novanta ha fatto scuola e un prologo per una effettiva riunione e rilancio della band?

Si, alla fine cercavamo una scusa per poter ricominciare a suonare insieme. L’avevamo fatto anche prima, ma l’occasione che c’ha fatto prendere questa decisione è stata la rivisitazione in studio di un nostro pezzo storico, Nun Te Scurda’, per il film di John Turturro ( Passione, 2010). Si respirava una bella aria in studio. Sia con questo tour che quest’estate abbiamo in mente di sperimentare dal vivo la band che dovrà comprendere un nuovo elemento. Fondamentalmente uno che suoni il dub sul palco come lo faceva Stefano ( Facchielli alias D.RaD , il dj scomparso in un incidente stradale nel 2004) e probabilmente questo lo farà Ash (al secolo Andrea Nicoletti), nostro bassista storico che nel frattempo è diventato un dj programmatore. Stiamo sperimentando e buttando giù delle idee. Se usciranno fuori una decina di pezzi, la nostra idea è quella di produrre un album nuovo nel 2013. Perché poi la verità è che ci vogliamo molto bene, siamo amici da tanti anni. Nonostante che ad un certo punto io abbia deciso e sentito il bisogno di sperimentare cose mie, abbiamo comunque continuato a collaborare e suonare insieme in questi anni (a dimostrazione di questo le produzioni e collaborazioni per i suoi progetti da solista con il tastierista Pablo, Paolo Porcari, nonché le sue ospitate negli album targati Alma postumi alla separazione, Sciuoglie ‘e  cane e Vulgus). Difatti l’idea mia all’epoca in cui sentii questo bisogno artistico (2003) era quella ci “congelare” il progetto Alma e di riprenderlo dopo un paio d’anni. Giustamente però anche loro avevano voglia di andare avanti.

Ecco quindi apriamo una parentesi proprio su questi progetti paralleli. Proprio l’anno scorso, dopo i precedenti Wop (2004) e Uno (2007), è uscito il tuo terzo album da solista, Ya! . Passato un pò in sordina, parliamone…

È un disco che è un pò nato e morto lì. É uscito con una major (Universal), che devo dire c’ha lavorato veramente poco.  Sia la distribuzione che la promozione sono state ai minimi termini, per un lavoro che ha visto la produzione dei Planet Funk. Un disco tutto elettronico, sperimentando e ricercando una sorta di fusion, tra dance e musica popolare mediterranea. Al momento, in attesa della pubblicazione del nuovo progetto con gli Alma, sto lavorando alla pubblicazione di un altro album da solista, che uscirà tra poco. Si tratta di un disco tutto acustico che con la collaborazione dei Radicanto, una band barese, vuole rivisitare in chiave mediterranea le mie produzioni con gli Alma e quelle fatte da solista. Che intendo portare in tour quest’estate.

Una domanda da napoletano per un napoletano è d’obbligo. Nel pezzo Wop, tratto dal tuo primo album da solista omonimo, dici “I’ songo Italian, nuje simme tutti ammiscati, tu che vuo’ fa? ‘so Francese, ‘so Spagnolo, songo pure ‘Mericano, faje cchiu’ ampresso chiamarme Napulitano” e anche in Figli d’annibale, uno dei primi pezzi che hai scritto per e con gli Alma, bene descivi la tua visione della cultura e del popolo napoletano. Un attitudine culturale che è un grande pregio, in un mondo e una società che va invece sempre più verso lo scontro. Un eccellenza culturale della nostra città che inviece viene oscurata dagli stereotipi (la camorra, la munnezza, la pizza, il mandolino, etc) dei media…

Esatto, l’attitudine di Napoli è quella di essere una città molto accogliente. Che non respingere, proprio perché è ingorante. Non sa respingere. Ha duemila altri problemi ma è una città che non ha ombra di razzismo. Anche quando apparentemente avvengono episodi di questo tipo, in realtà non si tratta di razzismo. Ad esempio se degli africani vogliono affittare una casa a Napoli, è chiaro che il padrone di casa se ne approfitta, ma lo fanno non per razzismo, ma poiché si trovano di fronte a persone che non hanno diritti e tutele sociali. S’approfittano della situazione, diciamo. S’approfitterebbero anche di te, di me.  É una città che ce ne sono poche al mondo. È tutta aperta, molto aperta, a tutto. Al bene e al male, di una società ancora molto umana. Quest’argomento lo affrontammo tempo fa in un nostro pezzo, Maje, tratto da Sanacore. Ecco proprio in questa canzone ci chiedevamo se fosse possibile che non ci fosse una via di mezzo tra l’essere poveri e molto umani o essere ricchi e completamente disumani. Ecco questa via di mezzo non c’è o non è stata ancora trovata, e Napoli bene identifica questo concetto. Basterebbe forse un pò di cattiveria, intesa come voglia di cambiare le cose. Quella che a Napoli chiamiamo cazzimma. Che la nostra città non ha o se ce l’ha è per le piccole cose.

La recente rivoluzione politica cittadina può portare anche a una rivoluzione culturale della nostra città?

Un pò sì, anche se devo dire che è come se fosse stato buttato via un bambino con l’acqua sporca. Questa rivoluzione politica e culturale è già avvenuta, a metà degli anni novanta. Le giunte Bassolino, a partire da quell’epoca, hanno segnato una rottura sostanziale con il sistema camorristico che era precedentemente legato a doppia mandata con il sistema politico cittadino. Le grandi famiglie che si dividevamo il territorio e le risorse economiche, basta pensare ai miliardi della ricostruzione post terremoto dell’ottanata, non ci sono più. Ora c’è un sistema di micro-gang, molto violente ed efferatissime. Ma prima queste grandi famiglie controllavono tutto, arrivando persino a imporre sindaci, con buona pace di alcune colombe bianche tipo Maurizio Valenzi, che amministravano le spartizioni per i clan. Poi è arrivato Antonio Bassolino, che ha rotto questo sistema. Purtroppo poi però qualcosa è andato storto. Oggi staremo a vedere. C’è un cambiamento, ma è ancora presto per parlare. L’amministrazione di una città, perdipiù molto complessa come Napoli, si giudica sul lungo periodo. Anche se devo dire, provvedimenti come tipo la ztl estesa a tutto il centro cittadino, se da un lato fanno storcere il naso agli esercenti di queste zone che vedono ridursi il flusso di certa clientela, quella che dalla periferia raggiungeva la città in auto, dall’altro è un segnale culturale forte. Una scelta ecologica e di umanizzazione, che pagherà nel lungo periodo. Anche se ritengo che la sfida è riqualificare e rendere vivibile le periferie, dove il walfare lo fa la camorra. Il nodo culturale che sta alla base anche di certi stereotipi che accompagano la nostra città. Spesso chi non vive queste realtà non riesce a comprendere le reazioni di queste popolazioni che difendono in alcuni casi il camorrista e il sistema camorristico. Pensiamo ad esempio ai casi in cui la popolazione locale si scaglia contro l’arresto dei malavitosi. Che inciviltà! Si pensa. Non sapendo che sono i camorristi, il sistema in generale, che sostiene socialmente e economicamente queste zone. Ecco perchè si verificano questi episodi. Si tratta di un patto sociale, che lo stato in queste zone e con queste popolazioni non ha fatto. Hanno sempre inteso la legalità come un qualcosa di imposto dall’alto, in maniera coatta. Senza capire che la legalità è un patto sociale, tra due componenti. Le reazioni di difesa di un certo sistema sono un fatto di lealtà, verso chi li sostiene economicamente e socialmente. C’è un pezzo molto bello degli A’ 67 , A ‘ Camorra song io, che ben descrive questo fenomeno. È un fatto sociale turpe, ma c’è. Quindi il sistema della camorra si distrugge eliminando e sostituendosi a questo walfare. Purtroppo però spesso nello Stato ci sono infiltrazioni camorristiche che spiegano il motivo per il quale, forse, manca la volontà e la forza di operare questa scelta.

Chiudiamo con una curiosità: parliamo delle tue esperienze come “attore”. Parlavamo prima di Passione di John Turturro e altre piccole partecipazioni.

Mi son divertivo molto. Sono piccole parti. In passione interpetro me stesso, canto per strada come se fossi su di un palco. Poi ho partecipato anche a un film molto interessante ma che non ha avuto una grande fortuna. Si chiama Tatanka con la regia di Giuseppe Gagliardi e protagonista Clemente Russo, che interpetra un pugile della provincia di Caserta che prima si fa aiutare dal sistema per avere successo per poi ribellarsi e ottenere una rivalsa sportiva e umana. Una storia tratta dal racconto di Roberto Saviano Tatanka scatenato incluso ne La bellezza e l’inferno e la sceneggiatura di Maurizio Braucci, che ha lavorato a Gomorra oltre ad essere un mio amico di scuola.

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