Incuriosito dalla sua ottima performance al Cage Theatre di Livorno di qualche mese fa ho aspettato con curiosità la pubblicazione de La Ballata di Belzebù : la seconda uscita discografica di Margaret Lee, l’alter-ego di Giacomo Marighelli da Ferrara. Terra feconda di talenti, basti pensare ad esempio all’icona di un certo tipo di rock indipendente quale è Giorgio Canali, che ha oltretutto collaborato alla registrazione delle voci di quest’album. Questo lavoro segue E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce, l’album d’esordio autoprodotto nel 2008.
Già dalla prima traccia di questo nuovo lavoro è possibile cogliere una differenza, sostanziale, rispetto al suo predecessore: meno istintività, più produzione. Il primo lavoro si caratterizzava e si faceva apprezzare per una consapevole registrazione low-fi, con un accentuato noise. Si trattava perlopiù di “mille pensieri sotto un albero, tutti stupefac(i)enti”, che accompagnati dai pochi accordi sghembi della sua chitarra, mettevano in luce le ombre dell’animo umano (il suo).
Per questo nuovo lavoro, fermo restando il proposito di “danzare col diavolo nel pallido plenilunio” (La ballata di Belzebù e Il Burattinaio) sono più curati gli arrangiamenti: costante la presenza della possente batteria di Luca Martelli (Giorgio Canali & Rossofuoco e Atroci), che bene accompagna e si fonde con i riff di Giacomo. Particolarmente esemplificative in tal senso Il nano, che ci fa domandare quanto e cosa siamo disposti a concedere e a perdere per un effimero e fugace desiderio di bellezza; oppure Il Rimorso, che ben descrive con il suo incedere schizofrenico lo stato d’animo del protagonista di un efferato delitto.
È una vera e propria caccia alle Streghe, la penultima traccia dell’album, ne ha per tutti ( “comunisti altruisti finti o fascisti di fatto ma non di nome”) ma si rassegna alla costatazione di fatto che “ormai ci han circondato, troppe da bruciare, sono loro che comandano noi siamo solo cavie”.
Non mancano le citazioni dotte tratte dalle letture del cupo Pessoa, il poeta cantore delle inquietudini umane (Libro dell’inquietudine di Bernardo Soares) . L’illusionista e Il pensatore, traggono spunto rispettivamente da L’ora del Diavolo e Faust. La prima che sta a metà tra CCCP e Massimo Volume, un incontro “chissà quante volte desiderato” col diavolo; la seconda che con il suo passo in levare, invita il protagonista della storia (Faust) a seguire più i propri istinti, siano essi anche folli, perché “la Follia è l’ispirazione” e che invece “bevendo il calice del pensiero, ha provato orrore e non ha capito un bel niente”. Chiude il lotto la lunga suite di Giuda o la notte della Luna vergine, impreziosita anche dalle collaborazioni strumentali di Esma.
Chiudiamo questa recensione con un invito all’ascolto di questo lavoro per tutti coloro che rifuggono da qualsiasi ammiccamento commerciale o ricerca melodica e hanno la pazienza e la voglia di scandagliare i lati ombrosi della propria esistenza.
Un album che ha nella struttura delle liriche, a volte criptiche ma mai banali e spesso dotte, e nella buona empatia del duo , i suoi punti di forza. Perché di questo si tratta di un Elogio alla Follia : “ se solo i mortali si guardassero da qualsiasi rapporto con la saggezza, la vecchiaia neppure ci sarebbe. La vita umana non è altro che un gioco della follia. Il cuore ha sempre ragione.” (Erasmo da Rotterdam)
Tracklist:
1. La ballata di Belzebù
2. L’illusionista
3. Il burattinaio
4. Il nano
5. Il pensatore
6. Il rimorso
7. Le streghe
8. Giuda o la notte della Luna vergine
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