Il Triangolo “Tutte le canzoni”: la recensione

Matteo Caldari 7 maggio 2012 0

Quando ho iniziato ad ascoltare musica (erano gli anni delle medie, Kurt Cobain si strappava i jeans e
Freddy Mercury aveva lasciato da poco questa valle di lacrime) fui inevitabilmente attratto dai suoni dei
fabulous sixties. Sarà che i miei ascoltavano Battisti a rotta di collo, sarà che un giorno Giorgio il mio amico
delle medie si presentò a scuola con una cassetta intitolata “the best of the Doors”, fatto sta che per
anni non ho ascoltato niente che non venisse dal decennio 65-75, in maniera quasi integralista. Ebbene,
ascoltando “Tutte le canzoni” (che è pleonasticamente parlando il titolo del primo lavoro del trio di Luino)
de “Il Triangolo”, si ha l’impressione che anche loro come me abbiano avuto un’adolescenza tutta “flower
power” (e sentendo il riff iper Dick Dale di apertura di “Le forbici”, difficile pensare in altro modo)

Chitarre portanti, riverberate come nella migliore tradizione surf o spaghetti western (e quando al riverbero
si aggiungono le trombe tex mex ci si aspetta che compaia Eli Wallach col poncho sudicissimo dalla porta
del salotto/saloon di casa). Ascoltare “Canzone per un soldato e “Johhny” per credere a quanto detto ( e
capire che ogni riferimento ai Calexico non è puramente casuale) e rendersi conto una volta di più che la
sagoma piacevolmente ingombrante di Morricone continua a stagliarsi ogni volta che ci si incanala nel
filone “speroni, pallottole e cavalli imbizzarriti”

Ma stiamo menzionando i 60, e in quel caleidoscopio musicale se si parla in italiano i nostri non potevano
non tributare un omaggio a Lucio Battisti che compare, oltre che nei ritornelli “easy listening” ma non
scontati, anche nel titolo di una canzone che ci ricorda che, volenti o nolenti , “tutti cantano Battisti, tutti
comprano i suoi dischi”. E fra un De Andrè malcelato di “Una sola preghiera” e un Bob Dylan di “I want
you” nel giro di “Giurami” ci si ricorda che siamo nel 2012, ed allora ti vengono in mente i Baustelle, dei
quali però sono vistosamente più leggeri e privi di quell’alterigia solenne che li caratterizza e li rende così
radical chic.

In sostanza, “nessuna pietà per quelli che odiano gli anni 60″; se però vi piace pensarvi con i capelli al vento, i cappotti sdruciti addosso senza tuttavia essere malati di vintage nè troppo seriosi, consigliamo questo disco.

Edoardo Galiberti

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