“Per raccontare un’esistenza devi farla tua” diceva in un’intervista Gianni Amelio. Il suo “Primo uomo”, liberamente tratto dall’omonimo romanzo incompiuto di Albert Camus, sembra effettivamente essere riuscito nella difficile impresa di appropriarsi dell’esistenza di Jacques Cormery, il protagonista del libro, alter ego dello stesso Camus, e farlo suo. Del resto non deve essere stato difficile per Gianni Amelio identificarsi nella vita del personaggio/autore. Il padre perso in giovanissima età, l’infanzia povera, la terra natale abbandonata per seguire il proprio destino, sono tutti elementi che accomunano le vite del regista e del grande scrittore francese, e che si rispecchiano in questa opera.
Attraverso uno spazio temporale spezzato da frequenti flashback, si raccontano le vicende personali di Jacques Cormery, scrittore di successo, e quelle politiche della sua terra natale, l’Algeria del 1957, sconvolta dai tumulti che nel 1962 la porteranno all’indipendenza dalla Francia. La visita all’anziana madre nella natia Algeri diventa per Cormery l’occasione per compiere un viaggio nei ricordi d’infanzia e per ritrovare un’identità incerta, devastata dai nazionalismi francese e algerino che consegneranno alla Storia una nuova pagina di sangue e terrore.
Gianni Amelio riesce a mettere in scena la nostalgia del ritorno che restituisce allo spettatore un’atmosfera incantata e sospesa, come in una cerimonia intrisa di mistero, che si conserva per tutta la pellicola per poi dissolversi solo nell’epilogo, trasformandosi lentamente in un’elegia del distacco, attraverso un bellissima sequenza finale dove le immagini riescono a raccontare molto più delle parole. Come il cinema dovrebbe sempre fare.





















