Da Maflow a Ri-Maflow: il reportage di Radio Cage sulla Ri-Maflow, fabbrica recuperata e autogestita

Silvia Trovato 3 aprile 2015 0

Nel paese di Trezzano sul Naviglio, situato nel gigantesco hinterland milanese, c’è una fabbrica con un’esperienza fatta di fallimenti, abbandono, lotte paura e disperazione, fiducia, tenacia, sperimentazione. Siamo partiti in quattro alla volta di Trezzano sul Naviglio con l’intenzione di immergerci in questa storia e vedere con i nostri occhi quale fosse la vita di questo progetto collettivo che è Ri-Maflow, unico nel suo genere, come vi racconteremo in questo mese.

La storia di Ri-Maflow è complessa e ricca, unisce la crisi occupazionale alla ricerca del reddito, la riconversione industriale ai modelli di economia sostenibile, lo spazio collettivo condiviso tra profughi, rifugiati e chi ha bisogno di avere un tetto. È una sperimentazione di produzione ed economia alternativa che si collega ai movimenti internazionali di Occupy e alle fabbriche recuperate argentine per lo spirito comunitario e l’intenzione di rivoluzionare le logiche produttive; è una storia che parla di delocalizzazione, silenzi politici e abbandono, una storia che è fatta dalle persone che sono dentro questo enorme stabilimento di 30.000 metri quadri. Abbiamo deciso di raccontarla con tutta la sua complessità e lo faremo sul sito di Radio Cage con tre articoli a partire da questo che si occuperà della presentazione di Ri-Maflow e della riconversione, seguito da altri due articoli che racconteranno la vita della Cittadella dell’Altra Economia e le storie e le impressioni che abbiamo raccolto parlando con chi vive e lavora in Ri-Maflow. Concluderemo questo reportage con un video documentario che abbiamo girato nei giorni a Trezzano, che conterrà anche le musiche dei vincitori del Premio Ciampi 2014, i Filarmonica Municipale La Crisi. Siamo andati a Trezzano partendo da Livorno e con in mente Livorno e la sua crisi, una crisi reticolare e magmatica, che tutto inghiotte nel raggio di chilometri. Continueremo questo reportage allargandolo al territorio,da Piombino a Rosignano, da Livorno a Trezzano sul Naviglio.

Michele, Luca, Stefano, Mariarosa, Stefania, Nello e Michele ci hanno raccontato le loro esperienze e guidato all’interno del grande stabilimento della Ri-Maflow.

Storia e mobilitazione.
La società viene fondata nel 1973 con il nome di Murray, con sito a Milano, come fornitore per case automobilistiche di elementi per impianti di servosterzo e di tubi freno, frizione, benzina. Successivamente entra anche nel campo della progettazione e costruzione di componenti per il condizionamento auto. «A fine anni Ottanta con la collaborazione con Fiat eravamo quasi 1000 persone, avevamo progetti tecnici di rilievo per gli impianti; in quella che ora è la “sala prove” per i musicisti c’era un garage insonorizzato e le case automobilistiche ci davano le automobili prima di venderle per i test su rumori e vibrazioni. Ferrari, Lamborghini, Jaguar: venivano a fotografare da tutto lo stabilimento. Questa era una fabbrica di prestigio per la qualità del suo lavoro» ci racconta Michele, ex operaio Maflow, che ci guida all’interno dello stabilimento.
Nel 2004 la holding scorpora il ramo d’azienda automotive, Maflow S.p.A., cedendolo al fondo di private equity “Italian Lifestyle Partner” promosso da Hirsch & Co. di Mario De Benedetti, Jean François Aron e Stefano Cassina per circa 150 milioni di euro. Nel 2007 Maflow è una multinazionale a capitale italiano con 23 stabilimenti in tutto il mondo (Europa, Americhe, Asia). Il 2004 è un anno significativo nei ricordi di tutti perché è l’anno in cui Maflow passa dai proprietari industriali classici, alla private equity. L’11 Maggio 2009, a dispetto dell’apparente stato di salute dell’azienda che dà lavoro a circa 320 persone solo a Trezzano, il Tribunale di Milano dichiara Maflow in stato di insolvenza, si parla di circa 300 milioni di debito come risultato di operazioni finanziare, gestionali e amministrative, e la pone sotto commissariamento con l’apertura il 30 Luglio 2009 della procedura di amministrazione straordinaria.
«Qui quando le cose andavano bene lavoravamo tanto, tantissimo- racconta Stefania, ex operaia Maflow- quando è cominciata la crisi era proprio una situazione visibile, mi ricordo che ci mancavano le componenti per lavorare e ci chiedevamo perché». Dopo circa un anno e mezzo di Amministrazione Straordinaria – in cui lo stabilimento di Trezzano perde la quasi totalità delle commesse dei propri clienti l’imprenditore polacco Boryszew compra Maflow e il 2 Ottobre 2010 parte Maflow Boryszew con soli 80 dipendenti, scelti con criteri discutibili, ci dicono i nostri intervistati, sui 320 totali di Trezzano e la promessa che con il tempo sarebbero stati assunti anche altri operai.
I dipendenti rimasti fuori dalla fabbrica sono 240 e continuano la lotta iniziata nel 2009, questa volta per riportare in azienda le molte commesse perse nell’ultimo anno «L’80 per cento del fatturato veniva dalle commesse della Bmw e loro ce le avevano lasciate perché facevano fatica a riottenere da altri la stessa qualità di lavoro -racconta Michele– dopo l’euforia iniziale per l’arrivo dell’imprenditore polacco abbiamo capito che il suo obiettivo era un altro; mantenere lo stabilimento in coma, prendere clienti, brevetti e macchinari, spostare tutto in Polonia e poi chiudere tutto, ed è esattamente quello che ha fatto». Continuano le lotte, i presidi, gli operai cercano lavoro dal 2009 «fino a che Bmw ci toglie le commesse perché eravamo senza padroni. Andiamo a Monaco con una delegazione, parliamo con i capi di Bmw, sembra andare bene ma alla fine scopriamo che Boryszew ci aveva preso anche quelle commesse che eravamo riusciti a conquistare con la lotta, aveva preso anche quelle, e le aveva portate in Polonia» dice Michele.

All’inizio dell’Estate del 2012 inizia a costituirsi l’idea tra i cassintegrati di creare una cooperativa, una società di mutuo soccorso, qualcosa che riportasse il lavoro all’interno dello stabilimento, permettendo a tutti di sostenersi, creando reddito. Il settore in cui la Cooperativa decide di lavorare è quello ecologico, con il recupero e riciclo dei rifiuti soprattutto tecnologici e viene individuata una possibile collocazione presso il sito di Trezzano dove è ormai chiaro che la Maflow Boryszew sta morendo. A Dicembre 2012 Boryszew chiude lo stabilimento di Trezzano, porta via i macchinari e vende tutto il rame delle cabine elettriche «i camion entravano e uscivano dallo stabilimento e poco a poco portavano via tutto; noi osservavamo dal nostro presidio, aspettavamo che fosse finita, per rientrare nello stabilimento» racconta Mariarosa, ex operaia Maflow.

Quando Boryszew abbandona la fabbrica e Trezzano, come ci raccontano i nostri intervistati, c’erano solo le pareti, c’era questa enorme struttura, che poteva diventare parte della chilometrica costellazione di capannoni chiusi e abbandonati che si trovano nella zona industriale e nelle zone limitrofe, dove il rame se ne va e l’amianto sui tetti resta, come il terreno gravemente inquinato.
L’idea di occupare lo stabilimento, pensando a un nuovo lavoro, allargandolo a molteplici attività è motivato dalla preoccupazione per un futuro senza lavoro prima di tutto, dal pensiero del reddito, ma anche da un senso di orgoglio, dalla volontà di avere un risarcimento sociale per lo sfruttamento subito, le promesse non mantenute sul lavoro, la solitudine istituzionale. Questo pensiero, il pensiero della riappropriazione del lavoro e degli spazi unisce un gruppo eterogeneo di persone, con differenti provenienze politiche, sociali, generazionali e le unisce intorno a un progetto tenace, orgoglioso, rivoluzionario e complesso.

Ri-Maflow e la riconversione.

Ri-Maflow nasce il 1° Marzo 2013 come Cooperativa Sociale Onlus: Rinascita, Riuso, Riciclo, Riappropriazione, Rivolta (il debito), Rivoluzione, si legge all’ingresso della fabbrica su un grande striscione mosso dal vento. I trentamila metri quadri dello stabilimento contengono laboratori di riconversione di materiali elettrici ed elettronici, laboratori d’arte ed educativi, mercatini del riuso e del riciclo, gruppo d’acquisto solidale, un palco, un sala prove insonorizzata, una mensa, un bar, una palestra popolare, un dormitorio (in fase di definizione) che ospita i rifugiati politici, un deposito di materiali e un parcheggio per i camper e ancora lo spazio è in crescita e definizione.

La scelta della riconversione è stata una scelta determinata dal punto di vista simbolico e produttivo con la volontà di riempire quel vuoto che c’è dopo l’estrazione della risorsa e la produzione dell’oggetto «bisogna chiedersi esaurita la funzione dell’oggetto quale vita potergli dare ancora; noi vogliamo promuovere un differente tipo di produzione e di consumo e questo unisce tutte le nostre attività» dice Michele. Il laboratorio di riconversione dei materiali è pieno di oggetti che porta l’intera comunità e anche le aziende «una scuola di Trezzano ci ha portato 20 computer da aggiustare e riportare a scuola e molte aziende che avevano prodotti da smaltire li hanno portati da noi, non solo perché “costavamo meno”, ma proprio perché in tanti hanno voluto aiutarci». Nei laboratori della Ri-Maflow si aggiustano computer, telefoni, smartphone, si interviene sui software e sugli hardware e si recupera tutto, perché in ultima analisi ciò che non può essere aggiustato arriva al laboratorio artistico di Mauro «questo laboratorio è un messaggio, qui lavoriamo, creiamo a partire da quelli che sono considerati rifiuti, proprio come hanno tentato di far diventare rifiuti le persone che lavoravano qui dentro» racconta Nello, attivista, pensionato e volontario operaio nella Ri-Maflow.

esterniLa proprietà del terreno su cui sorge lo stabilimento è di Unicredit «Quando Unicredit è arrivata qui, a un anno dall’occupazione, Ri-Maflow era andata così avanti che non se la sono sentita di smantellare tutto e poi abbiamo unito tutte le nostre alleanze, dalla chiesa ai centri sociali – racconta Michele– non possiamo né vogliamo pagare un affitto ma ci vuole una formula tipo comodato d’uso gratuito per iniziare l’attività legale, chiedere se servono dei permessi questo è quello che ci manca adesso per partire con il lavoro. Rimaflow è una cooperativa sociale di tipo b che si prefigge di dare lavoro a soggetti svantaggiati mentre Occupy Maflow è attività tra soci e così riusciamo a ricavare quello che è il nostro reddito perché dal mese scorso abbiamo finito ogni forma di cassa integrazione. Le persone che ricavano una sorta di stipendio sono una quindicina, tutto quello che entra in Ri-Maflow con le nostre attività, viene condiviso tra i lavoratori e investito nello stabilimento. La nostra idea è di allargare, riportare la maggior parte delle persone qui dentro. A breve partiremo con un laboratorio di recupero con i bancali e questo potrà darci un’ulteriore spinta».

Nel prossimo articolo approfondiremo tutto quello che fa parte della Cittadella dell’Altra Economia all’interno della Ri-Maflow. Seguiteci sul sito e sulla pagina Facebook di Radio Cage.

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