“Ballando sulle macerie”: la terza parte del reportage di Radio Cage sulla Ri-Maflow. Immagini da un quaderno di viaggio.

Silvia Trovato 17 aprile 2015 0

Di Gabriele Baroni e Luca Limitone

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Nell’Argentina del post-2001, mentre un intero paese oscillava pericolosamente sull’orlo del baratro a causa di anni di politiche economiche neoliberiste imposte dal menemismo, si sono moltiplicati esempi di fabbriche e imprese recuperate e autogestite dai lavoratori. Casi poi diventati emblematici come quelli della Zanon o della Chilavert rimandano in realtà a un fenomeno ben più ampio, che ha visto diversi stabilimenti e unità produttive portati al fallimento da manager senza scrupoli rinascere, sia pure fra mille difficoltà, salvando posti di lavoro e dimostrando, ad un tempo, che è possibile produrre anche senza padroni
Andrés Ruggeri

You can’t start a fire without a spark
this gun’s for hire
even if we’re just dancing in the dark
Bruce Springsteen

Non so dire se la storia che vi sto per raccontare sia partita dalla mia città, dalla regione che ospiterà il prossimo Expo o dall’altra parte del mondo. Livorno, Trezzano sul Naviglio passando per l’Argentina mi sembrano legate da un lungo filo invisibile fatto di storie diverse ma in fondo tutte uguali.

In viaggio da diverse ore. Ci siamo lasciati alle spalle Livorno, Genova, il paesaggio emiliano, Milano Centrale, Cesano Boscone e adesso dal finestrino del Trenord ci avviciniamo verso Trezzano sul Naviglio.
Gli occhi sbattono contro una sterminata teoria di capannoni abbandonati, insegne scolorite che ormai servono solo a riportare a galla i ricordi dei tempi che furono, dagli anni del boom agli anni della crisi. Forse per avere una radiografia chiara del Paese bisognerebbe chiedere a chi lavora sui convogli regionali, non c’è paesologo più affidabile di un capotreno. Dalle pagine dei quotidiani il governo snocciola dati che raccontano di un’Italia in ripresa, si profilano scenari luminosi e avveniristici, probabilmente nessuno di loro si è ancora fatto un giro da queste parti. Lancio ancora uno sguardo fuori e inciampo sulle distese di amianto che sventolano sui tetti. Scendiamo con calma, il treno riparte con destino Verona.
IMG_1408Sotto un cielo grigio cemento, camminiamo in fila indiana nella zona industriale, la Ri-Maflow dista ancora pochi metri, tutto sembra chiuso, deserto, Trezzano assomiglia a un paese disabitato. Quando varchiamo la porta d’ingresso della fabbrica, invece, di colpo ci troviamo dentro una sagra di paese dove tira una strana aria di festa che al momento non siamo in grado di comprendere. Veniamo accolti da Michele, ex operaio Maflow che ha lavorato per cinque anni nel reparto prototipia, dove si testavano i prodotti prima di essere consegnati alle case automobilistiche. «Dall’Audi alla Wolkswagen a Bmw, e perfino la Ferrari», racconta fiero. Subito inizia a spiegarci la storia di questa fabbrica, dai primi licenziamenti all’occupazione, portandoci da un posto all’altro.
Ci aggiriamo con aria disorientata tra aree semideserte, pancali, depositi, magazzini. La voce di Michele tradisce un certo orgoglio mentre ci fa da guida presentandoci quei capannoni abbandonati come fossero vere e proprie attrazioni turistiche. Cassette di plastica viola accatastate ovunque, vecchi computer in attesa di riparazione, officine improvvisate, attraversiamo questi luoghi in silenzio, in una sorta di processione laica.                                         IMG_1587Ci diventa subito chiaro che per Michele quel luogo apparentemente triste e grigio, proprio come ci si aspetta da un’area industriale suburbana, ha per lui un valore ben diverso da quello che può apparire agli occhi di una persona comune, specie a dei forestieri come noi. Mentre con il naso all’insù osservo dei palloncini sgonfi penzolanti dai soffitti dei depositi, Michele ci mostra, accatastati in un angolo, centinaia di inginocchiatoi donati, chissà perché, dal prete di Trezzano assieme a un inquietante crocifisso grondante sangue e ricoperto da numerose lenzuola, come un vero cadavere. Ma alla morte apparente della fabbrica fa da contraltare la brulicante attività umana che si muove sotto i suoi tetti: sconfinati mercatini dell’usato, sale prove, palestre, concerti, mercato ortofrutticolo. Si ripara e si vende qualsiasi cosa alla Ri-Maflow. Qui è come con il maiale, dice Michele, non si butta via niente.

A metà pomeriggio incontriamo Nello in quello che adesso è il laboratorio di riparazione. Si siede comodamente tra una quantità pazzesca di materiale elettronico, sopra la sua testa veglia una fotografia del Che intento a fumare il suo tipico sigaro cubano.
Nel 68 avevo 18 anni e da allora non ho mai smesso di fare attività sociale e politica. Ho sempre seguito tutte le lotte operaie e tra queste c’era la Maflow”. Nello ci racconta dei giorni più scuri della Maflow:
Nello sconforto della mattina della chiusura definitiva ho fatto un giro con le operaie che mi indicavano i luoghi in cui avevano lavorato, allora ho capito che non potevamo fermarci lì. Così abbiamo deciso di rimanere, di ricostruire. Io ero andato in pensione da poco, mi occupavo di radar, ero un responsabile tecnico. Il giorno dopo ho comprato un generatore a benzina, una lampadina e abbiamo detto ecco, ricominciamo da qui. Sono passati due anni e un poco alla volta, grazie anche alla solidarietà di chi ci porta tutto questo materiale da controllare, da riparare, abbiamo messo in piedi tutto. Dalle due lampadine che ci servivano abbiamo ricostruito tutto. Io sono un pensionato ma sarei qua anche se non avessi la pensione perché ritengo che la mia vita sarebbe mediocre se non partecipassi a una cosa del genere, come potrei dormire di notte sapendo che posso contribuire anch’io facendo la mia parte?
Anche Stefania, ex operaia della Maflow, ha sentito il dovere di fare la sua parte, un po’ per coscienza un po’ per necessità:
Cercando lavoro altrove mi sono sentita rispondere sei troppo giovane, perché a 38 anni potrei ancora fare figli, ma sono anche troppo vecchia perché ho comunque 38 anni, quindi una donna è comunque tagliata fuori e allora mi hanno proposto di lavorare senza padrone e ho provato.
Poco dopo incontriamo Luca, lui viene dal mondo del precariato: “Il concetto di fabbrica recuperata è un concetto di riappropriazione sociale, io questo spazio lo faccio rivivere. Dico di non aspettare gli aiuti dall’alto, mettiamoci insieme e proviamo a rompere questo gioco, le fabbriche recuperate possono essere una risposta anticrisi.
IMG_1486La sera nello spazio adibito ai concerti un coro intona canti popolari. A pochi metri di distanza il bar sopperisce ai bisogni dello stomaco. Tra la gente c’è chi balla, chi applaude, chi si commuove, chi non dice niente. Fuori piove una pioggia sottile, fredda e penetrante, mentre dentro partono canzoni antiche contro la guerra, la bella ciao delle mondine e poi quella dei partigiani, l’Internazionale e fischia il vento. Sembra di tornare indietro nel tempo e per un attimo quasi mi convinco di essere capitato in una gigantesca rievocazione storica, come quelle che vediamo in occasione di qualche anniversario importante. Doveva essere questa, mi dico, l’aria che si respirava nelle fabbriche occupate degli anni 60-70, doveva essere questo il sapore della rivoluzione, della rivolta. Si doveva vivere così, all’epoca, camminando in bilico su questo contrasto fortissimo tra speranza e disperazione. Ma quello a cui assistiamo non è il passato, non c’è nessuna finzione qui e l’atmosfera che si respira, questa intensa volontà di ripartire, è vera, è reale. Perché per i lavoratori della Ri-Maflow non c’è spazio per la nostalgia, ma solo la determinazione a combattere per un ideale di giustizia e dignità senza tempo che è sopravvissuto alle epoche storiche, alle guerre, alle rivoluzioni e agli uomini stessi che le hanno perpetrate. Qualunque sarà il destino della Ri-Maflow qualcosa, ne siamo certi, resterà, qualcosa di immortale, come tutte le azioni dettate dal cuore. E così, quello che vediamo scorrere lento nelle vene, che si chiami Naviglio o Mississippi, ci riflette la storia universale di uomini coraggiosi, disposti a lottare per Ri-esistere almeno un’altra volta ancora.
IMG_1527Il giorno seguente percorriamo la strada a ritroso sotto la solita pioggia, consultiamo gli orari degli autobus tra i viali deserti del paese, resi ancora più silenziosi dalla domenica mattina. Dall’altro lato del Naviglio, al di là del cavalcavia e tra i palazzi, si intravede la stazione ferroviaria colorata di lilla, piccola nota di colore in questa sterminata periferia meccanica. Nel viaggio verso il centro di Milano attraversiamo diverse aree di sviluppo crescente. Il paesaggio si fa via via più illuminato, i cartelloni della grande distribuzione assumono grandezze sempre più macroscopiche, il traffico aumenta. I giganteschi manifesti arcobaleno dell’Expo addobbano i grattacieli come gli alberi di Natale, preconizzando la venuta di un nuovo Messia che porterà benessere e felicità per tutti. Milano torna ad essere ai nostri occhi quel grande centro economico così ben sedimentato nell’immaginario collettivo italiano. Il cuore pulsante dell’Italia produttiva adesso sprigiona tutta la sua linfa vitale tra le vetrine delle grandi firme della moda e i caffè di Galleria Vittorio Emanuele mentre a pochi chilometri da lì, i rami secchi del capitale marciscono sotto i tetti d’eternit.
Tra non molto questa città diventerà una vetrina mondiale in cui circa 140 Paesi e Organizzazioni Internazionali mostreranno il meglio delle proprie tecnologie. Un’area di 1,1 milioni di metri quadri dove si prevede la partecipazione di circa 20 milioni di visitatori. Un film di fantascienza, uno stargate, perché la realtà è altrove, dista solo due passi, là dove tira una strana aria di festa e dove si cerca, a mani nude, di ricostruire. Ballando sulle macerie.

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