“La cameriera di Artaud” di Verònica Nieto: intervista e recensione

Silvia Trovato 16 agosto 2015 0

Di Rosanna Harper e Silvia Trovato

 

10298910_842800802434921_5488833714812144561_n

 

Un piccolo angolo di Paradiso che si trova in cima alle colline livornesi, a Monterotondo, illuminato dalle persone che lo popolano, dagli artisti che lo riempiono di spunti creativi da ammirare, su cui riflettere. I panni rossastri e cangianti stesi all’interno del parco di arte contemporanea – il Pac 180 – le lunghe installazioni che hanno ricoperto il manto erboso del parco, la gigantesca creatura luminosa che sporgeva sul retro dell’entrata del centro. E ancora: le raffigurazioni pittoriche che arricchiscono l’interno lungo un percorso che emana luce propria. Il centro residenziale Franco Basaglia anche, quest’anno, ha spalancato le porte alla cittadinanza per la diciannovesima edizione di “Serate Illuminate”, richiamando per due giorni, il 3 e il 4 luglio, numerose persone. Durante le “Serate Illuminate” non è mancato lo spazio per la musica: intorno al centro sono risuonate le note di diversi musicisti che si sono alternati sul palco per presentare il Cd “Non sono in queste rive”, mentre le sonorità travolgenti della Banda Libera Svs hanno chiuso i concerti. La manifestazione, inoltre, è stata l’occasione per conoscere il libro “La cameriera di Artaud” (Valigie Rosse), presentato dalla voce dell’ autrice, la scrittrice argentina Verònica Nieto. Radio Cage l’ha incontrata, ecco che cosa ha raccontato, a partire dall’origine del libro. <Tutto è cominciato dal grande interesse – spiega la scrittrice – che ho sempre avuto verso la figura di Antonin Artaud: un autore poliedrico che ha toccato il teatro, la lettura, le arti in generale. Un autore che ha sempre sperimentato il limite: il limite del linguaggio, il limite dell’espressione, il limite interiore>. Il personaggio principale del libro è la cameriera di Artaud: la scrittrice ha visto riflessa nella figura della cameriera la materializzazione del fascino verso Artaud, che rimane un personaggio secondario. Verònica ha creato una storia verosimile, con una parte fittizia che riguarda la cameriera, ma in un contesto reale e storico: Artaud, infatti, è stato realmente nel manicomio di Rodez. La scrittrice ci ha parlato della sua passione verso Artaud che ha origine dal teatro, dalle tecniche di rappresentazione innovative, da quelle realistiche alle ispirazioni del teatro orientale, da quello giapponese, allo yoga. <Nella poesia – aggiunge Veronica – Artaud spingeva il linguaggio e il pensiero al limite e attraverso la sua poesia si chiedeva quale poteva essere il valore del linguaggio stesso. Quando era in manicomio a Rodez, Artaud dipingeva ritratti: disegnava parole, bruciava sigarette in mezzo al quadro, intervenendo con altre tecniche rispetto a quelle classiche>.

Recensione “La cameriera di Artaud” di Verònica Nieto

Francia, regione dei Midi-Pirenei, Rodez: Antonin Artaud viene internato nel manicomio di Rodez per sei anni. Qui sperimenta l’arte terapia e l’elettroshock, considerato tra le terapie innovative nella cura dei disturbi mentali. “La cameriera di Artaud” di Verònica Nieto, edito da Valigie Rosse, rievoca l’atmosfera di Rodez senza contenere quelli che sono gli spiriti, gli umori propri del manicomio come istituzione totale. Nel manicomio il corpo si abbandona e diventa specchio fragile e accecante di emozioni, paure, angoscia. Il corpo ha un messaggio che porta con sé. Il corpo macera, si rinchiude o si apre come un fiore carnivoro. Ci sono le scosse epilettiche, gli spasmi, gli incubi, le allucinazioni. Tutto questo possiede anche il corpo di Antonin Artaud che viene descritto come un internato passibile delle frenesie, degli scossoni della follia. Il corpo è abbandonato, i capelli unti si attaccano alle mani, è scomposto, non regola i movimenti delle labbra, si sporca con la torta di cioccolato come un bambino, deve essere imboccato, accudito, riportato alla vita come un corpo morto, galleggiante, abbandonato, sacco di scheletri. Ma è Antonin Artaud, intellettuale, artista, poeta sciamano: “Qui suis-je? D’où je viens? Je suis Antonin Artaud et que je le dise comme je sais le dire immédiatement vous verrez mon corps actuel voler en éclats et se ramasser sous dix mille aspects notoires un corps neuf où vous ne pourrez plus jamais m’oublier. Chi sono? Da dove vengo? Sono Antonin Artaud e che io lo dica come so dirlo immediatamente vedrete il mio corpo attuale andare in frantumi e ricomporsi sotto diecimila aspetti notori un corpo nuovo e non potrete dimenticarmi mai più”. Il protagonista del libro però non è Antonin Artaud ma Amélie Lévy, una ragazza che entra nel manicomio di Rodez da una parte per sfuggire alle persecuzioni del nazismo, siamo nella Francia dell’occupazione nazista e Amélie è ebrea, dall’altra Amélie pare avere un lieve disturbo della personalità. Amélie vede cadere le parole della Bibbia che legge con avidità cercando di rispondere alla stessa domanda di Artaud “Qui suis-je?”. Il disordine del mondo interiore, la minaccia del mondo esteriore, la guerra arriva per lievi tratti alle porte di Rodez; la guerra contribuisce a rinchiudere la ragazza nel manicomio, la guerra ha il nome dei partigiani che combattono nel bosco circostante, ragazzi giovani che la vedono bella e vulnerabile, la accerchiano con la fame della guerra, una fame che ha molti nomi. “Le parole iniziarono a fuggire dalla pagina bianca come infinite formiche nere. Cominciarono muovendosi a onde, smontando la simmetria delle righe; in poco tempo si accalcarono sul bordo inferiore, trascinate dalla forza di gravità e poi, come se non bastasse, si riversarono sul mio avambraccio e si posarono sul materasso, fino a quando, straripante, una sopra l’altra, si decisero a lasciarsi cadere fino al pavimento, inondandomi le gambe, scivolando fino ai piedi, e conficcandomi i loro piccoli dentini nella pelle, attraverso i vestiti. Mi alzai dal letto per scrollarmele di dosso, perché la smettessero di disobbedire a Dio”. Rodez è popolata da Natasha, internata russa con un misterioso passato e una voluttuosa, scomposta voglia ardente di avere un bambino, luce e lampo nella sua vita internata da schizofrenica. Rodez è il dottor Ferdière che dirige un manicomio all’avanguardia nella terapia artistica mista a quella elettronconvulsiva; appassionato estimatore dell’opera di Artaud, è incaricato per una missione di salvezza, ed è lui, in questo racconto immaginario che sprofonda mani e radici in un luogo che è davvero esistito e che davvero ha ospitato Antonin Artaud, a commissionare quello che poi diventerà il materiale per la stesura di “Alice in manicomio”. Verònica Nieto si addentra nelle storie di Rodez per quello che era, cioè un manicomio a tutti gli effetti; Artaud è un grande uccello marino sgraziato, sguardo furioso, luminoso e veggente, in balia di un corpo che lo abbatte facendo da spugna terrena di una malattia che lo rende imprigionato in un’istituzione totale. Amèlie è la prescelta a Rodez per servire questo ospite tanto speciale ed è così che instaurerà un rapporto esclusivo con Artaud, un rapporto che li condurrà in un altrove, non sempre pacifico, pieno di contrasti e di comuni visioni, alterazioni, illuminazioni. “Il pum-pum-pum del suo bastone contro il tavolo, la voce energica che gli sprigionava dalla cassa toracica, il cadere lento della sua parola incisa su un foglio a righe mi lasciò a bocca aperta, costringendomi a lasciare il lenzuolo e a piegare a poco a poco le gambe, finché potei sedermi a terra. Mi sembrò che il signor Artaud cominciasse ad allungarsi verso il soffitto, pensai che la sua testa avrebbe picchiato contro il lampadario e che avrebbe potuto farsi male; le sue gambe si assottigliarono fino a trasformarsi in corde molli che risuonavano in armonici scaturiti dalla voce profetica e che si riverberavano sui vetri, sulle mie pupille, sulla mia lingua. Il fumo perenne di quella stanza disordinata mi impediva di vedere il suo volto lassù in cima. D’un tratto un vortice elettrico centrifugò la visione di quel gigante di gomma che non la smetteva di gridare”. Amèlie e Antonin Artaud sono così intrecciati da Verònica Nieto in un rapporto in cui pulsa il rimbombare maestoso di quelle che sono le gigantesche ali di una farfalla blu “perché quel signore dentro la testa aveva un’enorme farfalla che sbatteva le ali”.

Lascia un commento »