I ragazzi di Chernobyl in viaggio a Livorno grazie al lavoro di rete di due associazioni

Silvia Trovato 1 settembre 2015 0

DSC07552

Una giornata dedicata ai bambini di Chernobyl, in visita per un giorno a Livorno, grazie all’intreccio tra le associazioni Paka e Un Ponte per Anne Frank. Federica dell’associazione “Un ponte per Anne Frank” e Anna per l’”Associazione Paka ci hanno raccontato di questa importante iniziativa che si è svolta a Livorno circa un mese fa, raccontandoci dei bambini di Chernobyl e dando informazioni per eventuali progetti da realizzare in futuro.

Come è iniziata la vostra collaborazione?
«Uno degli scopi della nostra associazione è quello di proteggere i bambini, di regalare loro dei sorrisi e delle sicurezze- spiega Federica di “Un ponte per Anne Frank”- Anne Frank non solo è il simbolo della Shoah ma rappresenta anche tutti quei bambini, e quelle persone, che ancora oggi sono vittime di persecuzione e che stanno soffrendo. Per questo abbiamo all’attivo numerosi programmi anche per i bambini, in Italia, in India e adesso anche in Bielorussia. Sul dramma dei bambini di Chernobyl è calato un velo silenzioso. Sapevamo che grazie al lavoro di altre associazioni ogni anno numerosi bambini hanno ancora modo di venire in Italia per vivere qui dei periodi di risanamento grazie alla generosità delle famiglie ospitanti e allora abbiamo deciso di intervenire anche noi. Spesso durante questi periodi i bambini hanno poche attività e poche occasioni per stare insieme, quindi abbiamo deciso di organizzare delle uscite, delle gite, per i bambini e le loro famiglie». L’Associazione Paka ha realizzato questo incontro in collaborazione con “Un ponte per Anne Frank”. «L’Associazione Paka è nata a Pescia (Pistoia) l’11 gennaio 2009, fondata da alcuni volontari che provengono da un’analoga esperienza precedente con un’associazione di Cascina (Pisa), il Circolo Arci 690. Ci occupiamo di accoglienza estiva e sostegno a distanza dei bambini residenti nelle zone rurali della Bielorussia più contaminate dall’incidente di Chernobyl del 1986» racconta Anna per l’”Associazione Paka”.

Come si sono articolate le iniziative con i bambini di Chernobyl a Livorno?
«Il primo appuntamento che abbiamo organizzato insieme si è svolto il 9 agosto a Livorno dove abbiamo visitato l’acquario, la città e i fossi in battello. I bambini erano dieci, di età compresa tra i 3 e i 19 anni, e vengono da zone molto povere della Bielorussia. Tutti pagano sulla propria pelle il prezzo dovuto alle radiazioni, alla povertà, alla fame, alla disgregazione familiare e sociale che ne deriva. Dopo il 1986, nei bambini bielorussi si sono riscontrate percentuali elevatissime di malformazioni genetiche, tumori tiroidei, leucemie. Altre patologie, come varie forme carenziali (fra le quali il rachitismo), malattie da malassorbimento e una sorta di sindrome da immunodeficienza, se da un lato sono favorite dalla presenza di radiazioni, dall’altro sono scatenate dalla mancanza di un’alimentazione adeguata o equilibrata» racconta Federica di “Un ponte per Anne Frank”. «Il motivo principale per l’accoglienza dei bimbi bielorussi è di natura sanitaria. Infatti la loro salute è messa in pericolo dalla presenza degli isotopi radioattivi liberati dal reattore n.4 della centrale nucleare di Chernobyl- racconta Anna- isotopi che si sono depositati nel terreno e nell’acqua e che sono entrati nel ciclo alimentare. Dei diversi elementi radioattivi presenti, possiamo ricordare lo Iodio 131, che può provocare varie patologie tiroidee fino al tumore, e il Cesio 137, che si può fissare a qualunque tessuto e che quindi è causa di svariate patologie: malformazioni neonatali, sindromi da malassorbimento, diabete, patologie renali o cardiache, sindromi da immunodeficienza e tumori. Questo giustifica la necessità della loro ospitalità estiva: infatti, la permanenza per almeno un mese all’anno in ambiente libero da radiazioni, permette loro di perdere dal 30 al 50% del Cesio 137 assorbito durante l’anno, diminuendo le loro probabilità di contrarre una delle patologie da radiazioni.

Quali sono le maggiori criticità che riscontrate nelle loro condizioni?

«Oltre ai problemi sanitari, riscontriamo nei bimbi che ospitiamo altre difficoltà, legate soprattutto al contesto nel quale vivono. Questi bambini vivono in villaggi la cui economia, essenzialmente agricola, è stata devastata dalla ricaduta radioattiva, che ha annullato il valore dei prodotti delle locali fattorie di stato, con un conseguente impoverimento delle famiglie che ne traggono il sostentamento. La miseria, insieme all’abbandono da parte dello Stato, ha fatto precipitare le famiglie dei villaggi in una povertà estrema, e la crisi economica è unita alla crisi sociale. Nei problemi comportamentali e relazionali dei bambini si riflette la situazione di degrado delle loro famiglie e la situazione di marginalità nella quale vivono. Oltre ad aiutarli nella speranza di migliorare le loro condizioni di salute, oltre a sostenerli a distanza con l’invio di aiuti umanitari, cerchiamo di affiancarli nella lenta e graduale conquista di capacità di autostima e di autodeterminazione, e nel loro cammino verso la costruzione di un progetto dignitoso per il proprio futuro .
Dal vostro punto di osservazione qual è la risposta dei cittadini alle vostre iniziative?
«Obiettivamente dobbiamo registrare un progressivo calo di attenzione, in parte dovuto alla crisi economica, che rende più difficile per le famiglie italiane sostenere le spese relative all’ospitalità, in parte dovuto alla disinformazione, che fa sì che Chernobyl sia ritenuto un problema del passato ormai risolto. Al contrario, Chernobyl è un problema del presente e del futuro di tutto il nostro pianeta, sia perché gli isotopi ricaduti a terra nel 1986 rimarranno attivi e dannosi per centinaia di anni, sia perché il reattore esploso, il n.4, non è in sicurezza e continua a far fuoriuscire radiazioni, che non sono bloccate dal “sarcofago” di contenimento, una struttura inadeguata, obsoleta e seriamente danneggiata».
Quali possibilità ci sono per chi fosse interessato a prestare un aiuto volontario?

«Come in tutte le associazioni, anche nella nostra c’è molto bisogno di aiuto- racconta Anna- Cerchiamo sempre nuove famiglie ospitanti, quindi cerchiamo di farci conoscere e di interessare famiglie ai progetti di ospitalità per gli anni futuri. Poi cerchiamo volontari attivi, che ci possano aiutare nella raccolta, stoccaggio e preparazione del materiale (abbigliamento usato, materiale didattico, giochi, prodotti per l’igiene, ecc.) che inviamo in Bielorussia con la spedizione di aiuti umanitari; e in ultimo, ma fondamentale, cerchiamo sempre possibili occasioni di raccolta fondi, per finanziare le nostre attività. Noi siamo tutti volontari e prestiamo il nostro lavoro a titolo completamente gratuito, ma l’associazione deve sostenere molte spese legate ai vari progetti, e per questo motivo siamo sempre alla ricerca di fondi, che non riceviamo da enti pubblici, ma solo da contributi volontari o per le iniziative di autofinanziamento che riusciamo ad organizzare».
Chi fosse interessato, può contattare l’Associazione Paka a questi recapiti:

Associazione Paka, via Francesca n.22, 51017 Castellare di Pescia (PT)
tel.: 0572/451741
paka2009@tiscali.itinfo@paka.it
www.paka.it
Fb: Assoc Paka
E Un ponte per Anne Frank su:
www.unponteperannefrank.org
unponteperannefrank@yahoo.it
Fb: Un ponte per Anne Frank

Lascia un commento »