“Il corpo delle donne”. Tette, tv e pietas

Alessio Traversi 1 ottobre 2009 1

annegare

visioni distorte # 2

“anche se non guardi la televisione, la televisione ti riguarda”

Nella stagione che sarà ricordata dagli storici come quella del premier “utilizzatore finale” di escort, è tornato fortemente d’attualità il dibattito pubblico sulle modalità di accesso e presenza delle donne italiane nel sistema della comunicazione televisiva, che notoriamente costituisce il più forte strumento di potere del nostro paese. Colpisce in primo luogo come tale dibattito torni alla ribalta solo in funzione di alcuni particolari episodi di cronaca, quali la cosiddetta “Vallettopoli” o le inchieste della magistratura sui “ricatti fotografici” subiti da alcuni personaggi di spicco dello show-business, a fronte del fatto che il modello culturale che da trent’anni domina il nostro paese abbia sempre orientato, progressivamente e costantemente, la rappresentazione televisiva della figura femminile in base a un preciso criterio di riduzione della donna a oggetto del desiderio maschile.

E’ in questa ottica che merita di essere promossa e consigliata la visione de “Il corpo delle donne”, un video-documentario di Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi uscito nella primavera del 2009 e naturalmente, dato il taglio e il punto di vista, non abbastanza valorizzato presso il “grande pubblico”. E’ un lavoro di soli 25 minuti, che gli autori hanno voluto mettere integralmente a disposizione di tutti sul sito www.ilcorpodelledonne.net, dove è possibile anche leggere un blog tematico costantemente aggiornato da Lorella Zanardo.

Se “Videocracy” racconta la rappresentazione della figura femminile sui media italiani attraverso gli stilemi tipici del genere horror, “Il corpo delle donne” punta soprattutto sulla contrapposizione tra la voce narrante (quella della stessa autrice) e un serrato montaggio di immagini provenienti da varietà, talk show e quiz-show della televisione italiana. L’effetto è positivamente violento: il singolo “culo” con musichetta che ci capita di incontrare en passant facendo zapping all’ora di cena è un immagine talmente canonica che l’occhio ormai quasi non la registra più, ma cento culi in sequenza ci schiacciano sulla sedia, sono un insostenibile mucchio di carne, qualcosa di cui viene spontaneo cercare di disfarsi. E’ del resto quello che accade quotidianamente, quando qualcuna delle tele-vallette pubbliche o private scende un paio di scalini e occupa il centro della scena con la tipica gestualità dello “stacchetto”, magari solo per indicare un punto dello studio televisivo, mentre la regia si concentra pornograficamente sui suoi dettagli anatomici:

da “Il colore dei soldi”, Italia 1

Dal punto di vista formale abbondano le figure intere, i primi piani e appunto i dettagli, ma anche la cinematograficamente desueta “zoomata” da camera fissa, che molto ha a che fare con il cinema porno.

“Il corpo delle donne” si concentra così sul modello maschile della rappresentazione, costruito in modo da far sì che l’elemento femminile nella rappresentazione stessa non possa mai diventare un paritetico alter ego dell’elemento maschile, bensì un oggetto da manipolare. E anche quando le donne riescono almeno in parte a dominare le regole di questo modello di rappresentazione, assumendo ruoli di rilevanza sullo o dietro lo schermo, invece di sovvertirle vi si adeguano, in base al criterio secondo cui “io sono il prodotto, e sono io a decidere il modo migliore per vendere questo prodotto sul mercato televisivo”.

Gli autori utilizzano mettono in gioco anche riferimenti pasoliniani, e ancor prima danteschi, per raccontare il loro punto di vista. Come si è già detto, un singolo culo può provocare nello spettatore, a seconda dei casi, ammirazione, eccitazione, fastidio o indifferenza. Invece un ammasso di culi e di tette finisce per provocare la “pietas”, quel complesso sentimento di pena e compartecipazione che Dante utilizza nell’Inferno descrivendo l’incontro con Francesca da Rimini nel Canto V. E’ questo sentimento di pietas a svelare il meccanismo che si trova alla base di questo modello di rappresentazione: la negazione dell’autenticità della donna. Il corpo femminile non viene mai mostrato come segno di sofferenza, ma come maschera, camuffata e chirurgicamente ritoccata, di un’eterna giovinezza. Dice Pasolini che il volto umano reca un messaggio di vulnerabilità. Ed è vero che è proprio questa vulnerabilità il vero fascino del volto stesso. Negarla significa negare la donna stessa, e trasmetterla nel tempo esclusivamente attraverso l’immagine feticcio della ragazza in vestaglia che cavalca un toro meccanico; immagine che, decontestualizzata, non crea più ammirazione, eccitazione, fastidio e neppure indifferenza: fa pena.

Allo stesso modo in cui si era aperto, “Il corpo delle donne” si chiude ponendo domande che ormai conosciamo fin troppo bene: “Come mai tutte le donne d’Italia non scendono in piazza per protestare per come vengono rappresentate? Perchè non reagiamo? Perchè accettiamo questa umiliazione continua?”. E se non è in grado di farlo neppure l’autrice di questo video-documentario, rispondere in modo soddisfacente a queste domande appare davvero difficile.

estratto da “Il corpo delle donne”

 

visioni distorte # 1:

Costruire la realtà attraverso la finzione. La rappresentazione del potere da “Porta a porta” a “Videocracy”

Un commento »

  1. lorella zanardo 12 novembre 2009 alle 21:39 - Reply

    grazie di qs recensione, una delle piu interessanti scritte sul nostro doc.
    linkiamo al ns sito
    buona serata
    Lorella

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