Una storia di amicizia tra bambini rom: “Lungo la ferrovia”, di Gianluca Giunchiglia. Lunedì 5 ottobre alle 18 in diretta su Radio Cage

Federico Bernini 2 ottobre 2009 0

zingari

Eppur sorridono….strano ma vero”

Ho conosciuto Gianluca qualche anno fa a calcetto, poi più niente per due o tre anni, non ricordavo neppure il suo nome, che esistesse.

Alcune settimane fa facendo un giro alla libreria Gaia Scienza incontro il titolare, nonchè editore delle “Erasmo Edizioni”, che mi dice di leggermi un libro. Me lo consegna, è un regalo. Leggo, “Lungo la ferrovia” di Gianluca Giunchiglia, edizioni Erasmo.

Sul retro di copertina una breve descrizione, un nome di bambina, Miluna, una bicicletta gialla, un segreto.

Prendo il libro e ringrazio. A casa il libro rimane qualche giorno sulla scrivania, poi mi decido e lo inizio.

È un racconto, un lungo racconto, parla di una amicizia, di un’avventura, di una crescita.

I protagonisti sono due bambini, Miluna e Giona. Niente di soprendente se non fosse che i due bambini sono zingari, di un qualunque campo rom vicino alle nostre periferie urbane.

Una storia semplice quella di Miluna e Giona, una normale storia fatta di incomprensoni, di bisogni taciuti, di avventure che sfiorano il dramma, ma è la normale licenza poetica e di inventiva che ci fa apprezzare anche un’avventura improbabile in una storia invece molto reale.

Lungo la ferrovia, è un bel racconto, è genuino e sincero.

La cosa che però colpisce in modo profondo e che merita attenzione è il ribaltamento della “normalità” a cui siamo abituati.

Gianluca parla di due bambini rom come di due qualsiasi bambini, figli dei nostri amici, nostri fratelli e sorelle, bambini che possiamo incontrare tutti i giorni in un parco pubblico.

Lo fa con grande naturalezza, come se fosse una cosa normale e come dovrebbe essere. Parla di due bambini che incontrano nel loro percorso di crescita quegli stessi problemi e quelle stesse emozioni forti, assolute e totalizzanti che incontrano i “nostri bambini”.

A me viene da dire “meno male”; mi è sembrato il modo più efficace e giusto per parlare e riflettere anche di altro: di quanto la nostra cultura sia stratificata e densa di pregiudizi al punto tale che ci dimentichiamo che l’infazia ha qualcosa di trasversale e di comune per tutti i bambini.

Il ribaltamento della normalità ci avvicina ad un mondo che spesso teniamo distante, che non vogliamo conoscere, forse per paura di scoprire che non è poi così distante dal nostro, nelle emozioni, nelle risate e nei dolori, nelle fratture della vita quotidiana, nelle ingiustizie e nelle sottili violenze che ci infliggiamo.

Purtroppo è ormai troppo forte lo stigma che è stato costruito e di conseguenza acquisito sui rom che risulta ben difficilè tentare di guardare oltre, di ricucire con un mondo che è periferia mentale e materiale.

In un ben libro edito da Einaudi, Il Normale e il Patologico, Georges Canguilhem traccia la storia di questi due paradigmi e ne evidenzia le diverse strategie di applicazione là dove queste diventano modalità di esercizio del potere, politico ma anche inteso come un modello culturale e relazionale.

L’impressione che si ha oggi cercando di usare il testo di Canguilhem come traccia di lettura del presente è la stessa.

Là dove siamo stati abituati, abbiamo imparato a considerarli “normali”, pur di fronte ad aberrazioni tragiche, a scelte arbitrarie che lasciano allibiti o a comportamenti che vanno contro ogni senso e principio di etica civile. Normali o comunque condizioni che rientrano in una canonicità di cui o non vale la pena stupirsi o di cui si è assunto veramente gli elementi che ne fanno una nostra convinzione.

Altrimenti, ci troviamo di fronte a comportamenti o stili di vita che invece per quanto simili o comunque non così diversi dai nostri, reputiamo sbagliati. Addirittura tacciamo come cose disumane e stigmatiziamo un’intera cultura favorendo e accondiscendendo il nostro bisogno di un nemico, di un capro espiatorio a cui addossare colpe e tutto ciò che noi non vorremmo essere.

Lo zingaro in questo meccanismo è perfetto: sporco, vive di elemosina e di furti, non è mafioso, non è un criminale così potente da temere, ma è un dedole che però ci piace pensare un pò più forte di quello che è, per dipingerlo come un nemico da mettere alla gogna e rimandare a casa sua, tratta i figli come cani e non li fa studiare, è alcolizzato e nomade.

 Ma è prorpio così? O forse queste sono nostre proiezioni amplificate da un bisogno indotto che neanche noi sappiamo bene cosa sia, ma che chiamiamo genericamente sicurezza, pulizia da tutte le mele marce. Non è forse che quelle stesse cose che noi additiamo ai rom, succedono anche nelle nostre famiglie, nelle nostre case, in pratica nella nostra “normale” società.

Con questi clichè è quanto di più lontano da noi e dunque ci mettiamo al riparo dal rischio di toccare e criticare paradigmi che un pò appartengono anche a noi. Ma come tutte le semplificazioni sanno di soluzioni rigovernate ad hoc per far quadrare le cose e farci stare tranquilli.

Cosa dire di decine di genitori che accettano di “escortizzare” per non dire far prostituire le proprie figlie in cambio di soldi e successo con signori attempati che abusano di un potere e fanno del loro status di “quasi intoccabili” un privilegio di cui andare fieri e indifferenti difronte alle leggi?

È solo un esempio di forte attualità che segna il degrado umano e allo stesso tempo l’ipocrisia con cui la nostra società italiana ha deciso di affrontare le questioni come inclusione, solidarietà, diritti e immigrazione: ha deciso quindi di non affrontarli e di riconoscere oggi, chissà domani chi sarà, nei rom uno dei suoi principali nemici.

Mi viene da dire che eppur sorridono anche loro, parlano, vivono ma troppo spesso si ha l’impressione che il rom sia più vicino alla bestia, sembra strano ma è così.

 Per tornare al libro di Gianluca soltanto un’ultima considerazione sul finale che lascia presagire uno spiraglio dove si affaccia la possibilità di un cambiamento e questa è una speranza, un buon auspicio per il futuro anche di questa città.

Il tramonto finale e i fili d’erba vibrati dal vento sanno un pò di lieto fine ma in realtà a parte questo momento di rilascio della tensione narrativa il libro si chiude con una cesura forte data dal nonno, l’anziano del villaggio, che sprona i due bambini protagonisti a non piangersi addosso, a non essere vittime di loro stessi e a non dare adito ai “normali” di considerarli “patologici” o diversi.

 Lungo la ferrovia sarà presentato a Radio Cage in diretta con l’autore lunedì 5 ottobre alle ore 18; sarà anche un modo per parlare di rom e di diversità, la dove il valore dell’identità culturale e della reciprocità delle relazioni rappresentano una sfida non rimandabile.

Federico Bernini 

 

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