Una distanza da colmare: ponti da costruire.

Federico Bernini 13 ottobre 2009 0

Martedì 6 ottobre ho partecipato all’incontro organizzato dall’Istituto Storico della Resistenza e della Società Contemporanea di Livorno, con lo storico Prof. Enzo Collotti, sulla storiografia della Shoah.
Credo sia stato uno dei migliori incontri/seminari a cui ho partecipato negli ultimi anni, sarà anche per la capacità e la chiarezza del Prof. Collotti, sarà per la tematica affrontata, ma è stato sicuramente un interessante momento di riflessione sulla storia e le aberrazioni del passato e uno stimolo profondo a riflettere sul presente.
Di fatto questo rappresenta il nesso imprescindibile dì fronte al quale oggi ci troviamo testimoni talvolta silenziosi e disorientati.
La platea fortunatamente era composta in prevalenza da studenti delle scuole superiori e da qualche docente e questo ha reso l’incontro utile e finalizzato ad uno scopo che non fosse solo quello di una bella chiaccherata tra appassionati di storia.
C’è però un aspetto, sollevato anche dal Prof. Collotti che lega il bisogno e la necessità di una memoria storica al presente: la memoria è quella consapevolezza e quella conoscenza che ci permette di capire il passato ma anche il presente.
Allora il senso è che la memoria della Shoah e dello sterminio di milioni di ebrei, armeni, zingari, omosessuali etc deve servirci per capire le atrocità del presente e far sì che tra queste e noi non si crei quella distanza che presto diventa indifferenza e poi ignoranza: questo è il terreno fertile su cui poi forme di parassitismo culturale, ipocrisia politica e ignoranza diffusa diventano la “norma” e tutto sbiadisce, diventa opaco e vincono le menzogne.
Questa riflessione carica di senso e di attualità fatta da Collotti ha trovato sicuramente tra la platea che lo ascoltava interesse e condivisione ma quello che mi chiedo è questo: quanto di questa distanza che si crea tra noi e la storia, anche quella attuale, è responsabilità degli individui e quanto questa distanza è frutto di un modello culturale che ha visto in primis la scuola trasferire in modo “geometrico” il pacchetto storico delle follie del ‘900?
Forse la domanda non trova risposta così facilmente, ma iniziare una riflessione che ci vede coinvolti nel tentare di comprendere le cause per cui oggi vince il meccanismo della rimozione e dell’allontanamento, piuttosto che quella del confronto, sarebbe un utile sforzo per comprendere “dove e come siamo”.
Quello che appare più evidente è quanto, della storia del ‘900 europeo, sembra distante, conservato in una teca, di cui ci sembra di sapere a grosse linee quello che è stato, chi erano i buoni e chi i cattivi. Una teca pronta per essere aperta ogni volta che dobbiamo diffondere un po’ di buonismo o per attingerne al puro scopo di declinare alti valori. Ma quanto di quello che è conservato in questa teca ci è utile per comprendere e interpretare quello che succede oggi.
Il presente più del passato è carico di atrocità, ingiustizie, stermini e aberrazioni. Quanto di tutto questo è letto con la chiave della memoria storica, quella chiave che ci permette di leggere quello che accade anche con indignazione, senza pensare che è “roba che non ci appartiene”.
Ricordo che nel ’94-’95 e poi ancora nel ’99, le due guerre nella ex-jugoslavia sembravano essere così lontane, un bollettino di guerra quotidiano che aveva più il sapore di una sit-com passatempo, sempre uguale e ripetitiva; eppure Sarajevo moriva ogni giorno, Novi Sad vedeva i suoi ponti bombardati e le case distrutte, risorgevano nel silenzio e nell’ignoranza comune, quasi a non volerci credere, nuovi campi di concentramento sul vecchio stile nazista.
Eppure sembrava che questa guerra fosse lontana, che non ci appartenesse ma erano solo 500 km in linea d’area dall’Italia. Oggi probabilmente ci siamo dimenticati di questa guerra così come di molte altre guerre degli anni ’90.
L’impressione è che siamo stati educati a studiare il pacchetto senza capire quale fosse il suo significato, oltre che storico, ermeneutico. Come il nostro sapere, costruito sulla storia passata, diventasse strumento di decodifica del presente.
Sono mancati i ponti, i passaggi intermedi e si è dato per scontato che studiare la Shoah, la seconda Guerra Mondiale, la storia del Fascismo e del Nazismo, bastassero per renderci cittadini preparati a vivere diversamente il nostro presente.
Evidentemente no o comunque non è bastato e non può bastare in una comunità come la nostra dove il primo ministro si permette, senza la minima reticenza, di telefonare a distanza di 5 minuti a due delle sue trasmissioni preferite, Porta a Porta e Matrix; e nella sera in cui il “Lodo Alfano” viene bocciato per incostituzionalità lui si fa avvocato di se stesso e si difende di fronte al paese come se dovesse dimostrare la sua innocenza e ammettendo implicitamente che il Lodo era fatto per lui, per la sua tranquillità, per la sua impunità.
Questo è quello che c’è davanti a noi, anche intorno. Ma non tutto è perso.
Forse la sinistra, tutta, nella sua complessità e varietà, potrebbe e dovrebbe riflettere e praticare la costruzione dei ponti.
Anche a scuola e nei percorsi educativi sarebbe auspicabile che si facesse così, per dare l’opportunità alle nuove generazioni di studenti di vedere che la storia ed il presente non sono altro da noi e che la rimozione nel buco dell’oblio è una forma di psicosi; che c’è un’altra possibilità, quella di guardare la vita intorno senza per forza dover essere né eroi né perdenti.
È soltanto la possibilità di fornire un’altra angolatura da cui osservare.
Nelle guerre jugoslave degli anni ’90 la prima cosa fu distruggere i ponti. Di quella cultura non è rimasto molto, ancora forti sono le resistenze e le conflittualità tra etnie. Ma nessuno, soprattutto tra le giovani generazioni, ha rimosso quella “guerra in casa” durata in tutto una decina di anni.
Forse potremmo prendere insegnamento da quella silenziosa tragedia.
Federico Bernini

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