Italia a pezzi. Alla fine solo cassette vuote o La rivolta dei “ negri ” d’Italia

Federico Bernini 13 gennaio 2010 0

# 2
20 mm. Un grandangolo sulle mutazioni del presente.

Italia a pezzi.
Alla fine solo cassette vuote o la rivolta dei “negri” d’Italia

Un 2010 scoppiettante, a salve, dalle cronache calabresi degli ultimi giorni arrivano notizie brutte, parecchio brutte. Inutile ripercorrere i fatti che hanno segnato questi giorni di rivolta, repressione e caccia all’uomo, sono noti a tutti e stando ai tempi dei media di stato oggi è un altro giorno e domani un altro ancora, nel senso che il passato è passato. Sembra che poco rimanga di quello che è successo, qualche ferito, le dichiarazioni del Ministro Maroni e del Papa, i cittadini che si dichiarano antirazzisti e manifestano, un esodo di centinaia di stranieri che come schiavi vengono imbarcati e spediti ad altre destinazioni o si danno alla fuga per paura di essere linciati. La notizia scappa e si confonde nei TG, ma alla fine cosa rimane è un paradosso, alla fine in realtà rimane molto. Rimangono molte cassette vuote, molte arance ancora sugli alberi che marciscono e non è poco. Rimane la rabbia dei cittadini di Rosarno e rimane il dolore, la paura e la frustrazione dei lavoratori stranieri, evacuati dalla forze dell’ordine. Rimane un solo vincitore: la mafia, che ha deciso di cacciare chi era di troppo, un surplus di forza lavoro, e preferisce tenere le arance sugli alberi, incassando i contributi della Comunità Europea, piuttosto che spendere soldi per la raccolta e svendere il prodotto su un mercato intasato.

Aranciata_senza_arance,

La società italiana rimane immobile, i lavoratori tacciono, abbiamo delegato ai lavoratori stranieri la lotta, le rivendicazione dei diritti e della dignità di vivere. Ma questi lavoratori sono l’anello più debole, quello che viene ricattato con le pistole, in un moderno far west all’italiana, solo che alla fine non arriva Clint Eastwood che spara ai cattivi. E’ proprio questa distinzione tra buoni e cattivi che si è confusa, che si è mischiata tra silenzi, ambiguità e connivenze, al punto tale che nello stesso luogo abbiamo assistito alla caccia all’uomo e poche ore dopo ad una manifestazione antirazzista, entrambe condotte dai cittadini di Rosarno; l’Italia è confusa o forse è solo più furba del solito.
Quello che è successo nei giorni scorsi rappresenta in modo specifico la contraddizione tragica e assurda di una moltitudine di lavoratori che non solo vivono e lavorano in condizioni sanitarie e sociali umilianti, di sfruttamento totale, ma rappresenta l’icona degli schiavi moderni, costretti a compiere un esodo sotto protezione, subendo anche l’accusa dello Stato che li condanna per la loro condizione, quella di essere clandestini.
Non si tratta di distinguere tra vittime e carnefici, tanto meno tra buoni o cattivi, ma cercare di leggere quello che è successo sdoganando i soliti retaggi buonisti provando ad affrontare la complessità della situazione.
La questione che rimane centrale in tutta la vicenda è quella del processo produttivo che lega i lavoratori stagionali stranieri a queste terre e a certi contesti.
Di fatto il nocciolo della questione sta nel rapporto “capitale-lavoro”, dove al fatture lavoro corrisponde una classe di lavoratori sottomessa e schiavizzata e al capitale corrispondono le famiglie mafiose dell’ndrine locali. Questo connubio è tenuto insieme da un rapporto di produzione che vede i lavoratori stranieri imbrigliati in una condizione disumana e sottomessi dal bisogno e dalla paura. Il risultato: incassi facili, costi di produzione bassi, molto bassi.

Dopo la rivolta e l’esodo, la cronaca si è spostata sulle dichiarazioni della politica interna e di quella estera, tanto che il Ministro degli Esteri Egiziano ha denunciato, condannando, le condizioni con cui vengono trattati i cittadini arabi e le minoranze mussulmane.
Non si è fatta attendere la risposta di Bossi e poi del Ministro Frattini, che hanno negato la cosa, sostenendo che l’Italia non è razzista.
Il ribaltamento mediatico che si è attuato è grave, perchè si è spostato la discussione su un piano meramente cultural-religioso, come se alla base di quello che è successo ci sia una banale questione di scontro tra culture e religioni diverse, il vecchio paradigma dello scontro di civiltà.
In questa operazione si è prodotto un effetto disorientante e censorio a favore della mafia e del caporalato. In tutta questa discussione non si è parlato di mafia, di infiltrazione mafiosa e inquinamento dei processi produttivi anche nel settore agricolo e dello strumento del caporalato come metodo di reclutamento e di sfruttamento.

L’italia guarda, la politica fa dichiarazioni vuote, quasi senza motivazione, ed è il sonno e la stanchezza che ci avvolge un pò tutti che non vediamo l’ora di dimenticare anche questa brutta storia.
Si produce un effetto straniante e schizzofrenico dove la contraddizione più palese regna sovrana e nessuno dice niente, dove ci si può dichiarare antirazzisti e allo stesso tempo far finta di non vedere quello che da anni si ripete, come un film alla decima visione.
Allora forse senza cercare di essere eroi o vendicatori delle ingiustizie dimenticate, forse per iniziare, basterebbe che la politica, che è quella sempre più tutelata, dicesse che ancora una volta la mafia e lo sfruttamento hanno vinto. Alla società, ai cittadini, a tutti noi, si potrebbe chiedere forse un pò più di sobrietà e un pò meno ipocrisia.
Ah dimenticavo ogni tanto un pò di memoria.

Non è cancellabile l’immagine dei cassonetti bruciati e dei lavoratori con bastoni che sfilano nelle vie del centro di Rosarno, e non sono cancellabili i luoghi dove alloggiavano gli stessi “rivoltosi”, ma alla fine il tentativo è quello di tirare le somme facendo tornare i conti, esorcizzando e mascherando il problema vero: nell’arena del dibattito si fa riferimento a termini come clandestini, razzismo, violenza etc.
Il meccanismo è semplice: generalizzare per trovare un punto comune di caduta senza entrare nel merito dell’accaduto. In questo modo rimangono immuni e nell’ombra quei pezzi di potere che continuano a fare traffici e affari a sbaffo; alla fine le parti si pacificano e una nuova classe di lavoratori sarà pronta ad occupare ex-fabbriche, casolari abbandonati e riempire quelle cassette di frutta ancora vuote nelle aziende agricole, nate per ripilire i soldi dei mafiosi.

Nessuno dice che quei lavoratori hanno reagito ad una situazione ingiusta, non più sopportabile, e nella reazione a volte ci sono anche cose che non ci piacciono, che non reputiamo giuste, ma ci sono come è vero che centinaia di cittadini stranieri vivevano con i topi a poche decine di metri da un centro fatto di case, corrente elettrica, acqua corrente, riscaldamento. Anche questo non è giusto, ma accade, e questo silenzio non è così violento come i cassonetti bruciati?

Vengono in mente i bei romanzi di Carmine Abate, che parlano di immigrati calabresi, di origine albanese, in Germania: immigrati al quadrato. Parlano di una terra difficile, ruvida, densa di conflitti e del dolore della distanza e della povertà. I tempi delle migrazioni in America sono lontane, Abate parla di una immigrazione più recente, di conflitti che non sempre si conciliano. Eppure Abate fa narrativa, invenzione, ma oggi è un po’ una moda fare letteratura, tutti i giorni la si fa, anche su Rosarno si è ricamato una storia che getta di nuovo nell’oblio questioni che fanno l’Italia a pezzi.
Avanti così, avanti il prossimo.

Volentieri si consiglia il romanzo di Carmine Abate, Tra due mari, edito da Mondadori.

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