Quando un paese è una polveriera

RadioCage 15 dicembre 2010 7

scontri roma

Appare quanto mai scontato e nello stesso tempo erroneo chiamare in causa i sempre pronti all’uso “anni settanta” per spiegare quanto è accaduto ieri nel centro di Roma. Eppure i paralleli si sono sprecati, tanto più inadeguati quanto basati su criteri labili, persino estetici, come quello per cui appena spunta un casco sulla testa di un manifestante, automaticamente siamo proiettati nel 1977. Ed ecco che, spostato il ragionamento su un piano più comodo e rassicurante in quanto canonico, diventa facile liquidare la questione aggrappandosi al drappello delle “poche centinaia di teppisti che danneggiano manifestazioni nella loro stragrande maggioranza pacifiche”.

Ci si impegna così nella mera decontestualizzazione e sovrapposizione su un altro scenario dei ragionamenti che negli ultimi vent’anni si sono continuamente ascoltati nelle trasmissioni sportive in cui si commentavano gli incidenti negli stadi.

Purtroppo ciò può servire forse a cavarsela senza danni in un dibattito su “Matrix”, ma non certo a comprendere il senso reale di quanto sta accadendo.

La battaglia romana ha ben poco da spartire con le manifestazioni che misero a ferro e fuoco Roma trent’anni fa, ed ha dentro di sé un germe diverso anche da quello che nel 2001 originò gli eventi di Genova.

Non solo sono diversi i protagonisti, ma anche la spinta che li muove.

L’Italia di oggi non è più quella di dieci anni fa: il divario tra la classe dirigente del paese e la popolazione non è stato mai così spaventosamente profondo. Anche nel 2001 vigeva il dominio narrativo berlusconiano, ma in questi ultimi dieci anni quella classe dirigente ha raggiunto un livello di mancanza di spessore, meschinità e bassezza culturale mai toccato prima.

Il fatto che una riforma universitaria che mette a rischio il futuro di una intera generazione possa essere approvata e applicata esclusivamente in base alla compravendita di personaggi sconosciuti e semi-analfabeti come Domenico Scilipoti è evidentemente un affronto troppo grave per un paese ormai da molti mesi messo in ginocchio dal crollo verticale delle opportunità di lavoro e delle prospettive.

Mai come oggi il paese appare governato da figure che agiscono per il proprio interesse personale e che difendono i loro lussi privati senza neppure preoccuparsi di mascherarlo ma anzi lasciando che il concetto passi tranquillamente anche attraverso le platee televisive, mentre buona parte dei cittadini, imprigionata nei mutui e nella precarietà deve fare rinunce e in qualche caso elemosinare un lavoro, un pezzo di pane, un po’ di dignità.

Se bisogna proprio trovare un parallelo con un altro periodo storico, il riferimento giusto è allora quello ottocentesco.

Non sono stati i famigerati black-block a incendiare le macchine di Via del Corso. E non sono stati neppure adolescenti mossi da un spirito più nichilista di quello che animava i loro coetanei negli anni passati. Il fatto è che il livello di frustrazione collettiva si è talmente elevato che l’intero paese appare una polveriera continuamente pronta ad esplodere.

Mai come oggi la cosiddetta comunità ci appare un’entità astratta attaccata con lo sputo.

Il dato è matematico: rispetto a dieci anni fa vi sono più persone disposte a lanciare un mattone contro la vetrina di una banca, e che decidono se farlo o meno esclusivamente in base al fatto di poter subire una punizione personale.

L’anelito a scontrarsi con un nemico enorme, impalpabile e senza nome, quale il potere, lo stato o le banche, è sempre più forte.

Davanti a ciò appare davvero limitativo aggrapparsi al solito ritornello “denunciamo le violenze”, “prendiamo la distanza”, “non legittimiamo”.

Certo, molto televisivally correct, ma poi?

Se uno slancio di rinnovamento complessivo non attraversa la nostra società la polveriera sarà sempre pronta ad esplodere.

(la redazione)

7 commenti »

  1. Alfredo Simone 15 dicembre 2010 alle 13:03 - Reply

    Un’analisi assolutamente condivisibile che spetta a tutte e tutti noi far sì che diventi patrimonio comune, non come verità rivelata ma come spunto di discussioni senza ipocrisia per costruire davvero un nuovo modo di essere cittadini e non sudditi…. troppo facile inneggiare alle grandi manifestazioni pacifiche e ordinate.Ci sono persone che si buttano dai viadotti per la disperazione di non poter mantenere i figli, altre che sono costrette a scelte ‘clamorose’ come stare giorni e giorni su una gru, altre che si tolgono la vita in quei luoghi di annientamento che sono le carceri e gli ex cpt e l’elenco potrebbe continuare a lungo. Ribellarsi è giusto, ribellarsi è possibile, ribellarsiè necessario.

  2. rita 15 dicembre 2010 alle 17:22 - Reply

    Ho 67 aanni e sono di Genova. Mi limito a segnalare che si è parlato di black blok nella diretta della La 7 ed anche di inspiegabile falla nella sicurezza per un camioncino di una impresa edile contenente picconi e mazze da muratori nelle vicinanze della zona rossa. Black blok, inspiegabile falla, zona rossa a me evocano un incubo il G8 di Genova. Ed è ormai un incubo ricorrente. Gli è andata bene allora perchè non ripetere la stessa tecnica oggi? Ma la naturalezza con cui si usa terme zona rossa non impressiona nessuno? Per il resto d’accordissimo con l’articolo

  3. Massimo 15 dicembre 2010 alle 22:33 - Reply

    condivido!

  4. nico 16 dicembre 2010 alle 11:08 - Reply

    la cattiva coscienza della classe dirigente, oggi come nei “famigerati” anni Settanta, ha bisogno di esorcizzare la realtà che è fatta di cose terribilmente concrete, di aspirazioni, frustrazioni, passioni, indignazioni. q

  5. nico 16 dicembre 2010 alle 11:12 - Reply

    la cattiva coscienza della classe dirigente, oggi come nei “famigerati” anni Settanta, ha bisogno di esorcizzare la realtà che è fatta di cose terribilmente concrete, di aspirazioni, frustrazioni, passioni, indignazioni. Quindi bisogna tirare in ballo l’ideologia, la dietrologia, la retorica democratica, la complottistica, per non ammettere che persone e moltitudini possono perdere la pazienza e ribellarsi. Purtroppo la sinistra politica (con rare eccezioni) non si esime da questo rituale, e si sente sempre costretta ad essere più realista del re.

  6. alberto rossi 18 dicembre 2010 alle 18:42 - Reply

    non me ne vogliate, ma mi pare che la vostra analisi dei fatti di Roma sia un tantino superficiale e faziosa, fino a giustificare le violenze e le distruzioni gratuite di beni pubblici e privati. In poche p…arole il vostro ragionamento è questo: i veri responsabili della “polveriera” sono Berlusconi e il suo governo colpevoli di esasperare quei bravi ragazzi che hanno messo Roma a ferro e fuoco. Ma non dimostrate il perché, salvo qualche riferimento a già sentiti luoghi comuni.
    Non vi pare un’analisi un po’ troppo stiracchiata e deboluccia?
    Voi dite: “il divario tra la classe dirigente del paese e la popolazione non è stato mai così spaventosamente profondo.” Però non argomentate la vostra affermazione, per cui non si riesce a capire sulla base di quali dati di fatto esprimete questo vostro convincimento.
    Sia ben chiaro. Io non sono (né intendo fare) il difensore d’ufficio di Berlusconi, anche perché notoriamente non ne ha bisogno. Ma la vostra “analisi” dei fatti romani, se non corroborata da valide argomentazioni, pare soltanto una delle tante manifestazioni di allergia a Berlusconi, che incrementa il proprio consenso grazie anche a certe gratuite manifestazioni di intolleranza nei suoi confronti.
    Vi sembra poi giusto riversare tanto odio sul parlamentare Domenico Scilipoti, semplicisticamente tacciato di analfabetismo e di compra-vendita data per certa senza averne le prove?
    Io, invece, ho un’altra idea della genesi dei fatti romani (e non solo). Quelle decine o centinaia di giovani che hanno devastato Roma sono in qualche modo vittime dell’abbondante semina di odio operata da tanti politici, giornalisti e opinionisti.
    Finché si pensa di combattere l’avversario politico non con l’arma del dialogo e del dissenso civile e democratico, ma con il disprezzo e l’odio, le “polveriere” saranno sempre più numerose e pronte ad esplodere sulla pelle della povera gente.

  7. redazione 18 dicembre 2010 alle 19:01 - Reply

    ciao Alberto
    grazie comunque per il commento.
    Non ci pare che quanto abbiamo affermato come redazione corrisponda a quanto tu riporti. Fortunatamente i lettori possono rendersene conto da soli leggendo sia il nostro che il tuo intervento.
    Solo una doverosa precisazione: l’odio politico è un sentimento che non ci appartiene.
    Crediamo che Scilipoti in questi giorni abbia esemplificato ottimamente la decadenza della nostra classe politica, e crediamo che siano in milioni a pensarlo. Questo è quanto.
    Per il resto l’odio, come dici tu, oggi è semmai un sentimento di discriminazione contro i più deboli e indifesi costruita giorno dopo giorno “sda tanti politici, giornalisti e opinionisti”. Quelli che compiacciono la nostra classe dirigente

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