La costruzione e la distruzione di un mito

RadioCage 23 dicembre 2010 0

ITALY SOCCER

Ciò che maggiormente colpisce nella vicenda che ha portato sulle prime pagine dei giornali la famiglia del calciatore livornese Cristiano Lucarelli in relazione alla presunta presenza abusiva della madre all’interno di una casa popolare, non è tanto l’aspetto legale, che del resto si confonde nella inestricabile selva delle innumerevoli situazioni soggettive di assegnatari di alloggi pubblici sui quali l’ente gestore non riesce a svolgere efficaci controlli, quanto la dimensione all’interno della quale la comunità locale ha negli ultimi dieci anni fabbricato e poi distrutto un suo mito.

Tal dimensione potrebbe rappresentare un significativo caso di studio di come l’opinione pubblica cittadina, con i suoi media e i suoi opinion leader in testa, possa collettivamente contribuire alla creazione di personaggi cui si assegna la funzione di incarnare la tradizione e lo spirito della città, nella sua forma più canonica e consolatoria.

Qualche anno fa Cristiano Lucarelli era un ragazzo non ancora trentenne che, in virtù dei suoi meriti calcistici e delle sue sbandierate idee politiche, si pretese di erigere a rappresentante di un’intera popolazione cittadina e di quelli che si voleva fossero i suoi valori: il saldo radicamento dell’ideale comunista, il rifiuto della logica dello star-system, l’attaccamento alla città e alla sua storia, l’anteposizione dei valori etici ai guadagni economici. Anche a quei tempi non tutte le situazioni che riguardavano gli assegnatari degli alloggi popolari erano trasparenti, ma non era così importante che la città aveva le stesse falle e contraddizioni di oggi, l’importante è che non le avesse lui.

E così in molti chiamarono i loro figli maschi Cristiano.

E Cristiano Lucarelli, che era ancora un ragazzo appena trentenne, restò inconsapevolmente travolto da quel processo collettivo di mitizzazione, tanto che si spinse in quella che è stata forse la maggiore avventatezza della sua carriera, quella di farsi raccontare in un libro intitolato “Tenetevi il miliardo”. I giorni in cui quel libro fu pubblicamente presentato, in contemporanea con il rifiuto del calciatore di abbandonare la maglia amaranto per altre che gli avrebbero garantito maggiori introiti monetari, rappresentarono l’apice di quel processo.

Stampa e televisione locali finirono di comporre un ritratto agiografico, in decine di lettere e interventi sul web il “popolo amaranto” esprimeva un’approvazione che non di rado sfociava nell’adorazione.

Nell’immaginario della comunità cittadina si era ormai scolpita e cristallizzata una figura mitologica che non avrebbe mai più potuto cambiare. Cristiano Lucarelli non era solo il nostro rappresentante nel mondo, era anche, e contemporaneamente, quello che tutti noi avremmo voluto essere e quello che tutti noi volevamo essere.

Insieme all’immaginario però si modificava anche la realtà, e la famiglia Lucarelli cominciava ad assumere un ruolo sempre più importante nella vita concreta della città, ritagliandosi uno spazio di primo piano nella gestione degli affari portuali e, tramite l’operato singolo di Cristiano, dando avvio all’esperienza editoriale del quotidiano “Il Corriere di Livorno”.

L’immaginario era rimasto a viaggiare lungo un binario, la realtà aveva cominciato a correre su un altro.

Ciò che è accaduto poi è ciò che può accadere, e che anzi di solito accade, a qualsiasi essere umano: cambiano i punti di vista, si incrinano le convinzioni, qualche esperienza va storta, non si riesce a mantenere il completo controllo sulla propria immagine e su tutto ciò che la riguarda.

Così il mito comincia a sgretolarsi.

Cristiano Lucarelli cambia squadra, la cooperativa di famiglia sul porto incontra i suoi problemi, l’esperienza del Corriere di Livorno si rivela dopo pochi anni fallimentare e infine emerge la vicenda della casa popolare che la madre continua a detenere e il dubbio che la signora abbia ancora i requisiti per farlo.

Quella stessa comunità che aveva fabbricato il mito con tanta determinazione ora, di nuovo con i suoi media e i suoi opinion leader in testa, ha un ansioso bisogno di distruggerlo.

Così come la statua era stata eretta pietra per pietra, mattone per mattone, “comunista per comunista”, ora deve essere abbattuta attraverso un grade rito collettivo.

E’ il crollo definitivo, reso ancora più fragoroso dalle incaute dichiarazioni attribuite al padre Maurizio dal quotidiano locale:

I miei figlioli hanno i miliardi e ce l’avranno sempre. […] Non c’è bisogno che qualcuno dica che con 13 euro (canone di affitto mensile pagato dalla madre per l’alloggio popolare ndr) ci si comprano birra e panino. Io con 13 euro non ci compro nemmeno le cee (anguille appena nate la cui pesca e consumazione sono state proibite per legge, reperibili a costi altissimi sul mercato clandestino). Perché io faccio colazione con le cee e desino con l’aragosta. Da 9 anni a questa parte io vivo in ambienti lussuosi, e delle case popolari non m’importa nulla

La stampa enfatizza, sulle stesse comunità web che avevano osannato Cristiano Lucarelli si scatena la guerra contro il calciatore e la famiglia. Non basteranno smentite, chiarimenti, aggiustamenti di tiro: l’epopea si è infranta.

Ma in realtà non è cambiato niente rispetto a qualche anno fa.

L’uomo e il calciatore probabilmente non sono cambiati, la città è sicuramente la stessa. E’ una città colpita in modo sempre più pesante dalla crisi del mercato del lavoro, ma ciò in cui la sua comunità ha creduto qualche anno fa è ciò in cui avrebbe ancora potuto credere oggi.

Nel mezzo c’è stato un processo di costruzione e distruzione di un mito.

Un modo per andare avanti, per arrangiarsi da soli quando rimane ben poco altro in cui credere, ben poco altro da prendere ad esempio, ben poco altro da raccontare, ben poco altro con cui si ritiene opportuno impaginare strilloni.

Abbattuta la stuatua, restano a terra quelle pietre, quei mattoni, quei comunisti.

E resta da consigliare a Cristiano Lucarelli e alla sua famiglia di lasciar perdere le carte bollate e le querele contro chi oggi li giudica e li maltratta via web. Tutto ciò è solo l’epilogo, più che prevedibile, di quel processo cominciato qualche anno fa. Non è un processo che Cristiano Lucarelli ha voluto, ma è un processo che Cristiano Lucarelli non ha impedito. Non è un processo che si svolge in un’aula di tribunale ma nell’immaginario di una comunità, e non è pertanto per vie giudiziarie che lo si deve affrontare. Così come non è per vie giudiziarie che sarà possibile farsi (ri)accogliere con serenità, e con un ruolo diverso, in quella stessa comunità.

Alla comunità livornese, e in particolare ai suoi media e ai suoi opinion leader, resta invece da consigliare di non eccedere nella fabbricazione di miti, perché prima o poi finisce sempre male, e ancor di più di non eccedere nella mitizzazione di sé stessa. Per questo quando Berlusconi afferma che essere livornesi è ancora peggio di essere comunisti forse è il caso di farci una risata sopra, ma niente di più.

Non siamo “i più ganzi di tutti”, e forse non ci fa così bene crederlo.

La redazione di Radio Cage

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