Fi-Pi-Li Horror Festival: il resoconto

Gabriele Nannetti 29 gennaio 2012 0

Il manifesto della 1° edizione del Fi-Pi-Li Horror Festival, che si è tenuta ieri 26 Gennaio al teatro Kino Dessé di Livorno

Ieri sera, 26 Gennaio 2012, il teatro-cinema Kino Dessé, da sempre ospite di eventi innovativi ed eclettici, è stato la cornice della prima (e speriamo non l’ultima) edizione della rassegna “Fi-Pi-Li horror festival“, dedicata al terrore toscano.

La serata si è rivelata più varia del previsto: non si è trattato infatti di una semplice rassegna di film dell’orrore e il merito è soprattutto degli inserti teatrali allestiti dal Teatro della Cipolla, organizzatore dell’evento insieme all’associazione 99DOC.

Il primo corto proiettato è stato “Horror House”, del concittadino Paolo Taddei, un progetto low-budget con giusto un paio di location e un cast non professionista. La trama eccessivamente ridotta all’osso e la recitazione non eccelsa e dall’accento troppo marcato fanno pensare quasi a una scusa per un po’ di “gore” di sapore zombesco, ma la brevità della pellicola e il trucco sufficientemente curato rendono comunque la visione piacevole.

Poi è stata la volta di “Io sono morta” di Francesco Picone. La fotografia, seppure a tratti eccessivamente cupa, è di grande livello, così come la qualità dell’immagine. Anche le location sono inquietanti al punto giusto e la recitazione sufficiente (il migliore è decisamente il protagonista maschile). La storia è essenziale ma ben congegnata e riserva un colpo di scena davvero inaspettato, che getta nuova luce sul titolo del film e su eventi precedentemente narrati. Un bel prodotto complessivamente. Uniche note negative sono appunto alcune scene in cui la luce scarsa rende troppo difficile capire che succede, e i sottotitoli inglesi che denotano una traduzione amatoriale (e che potevano essere omessi nella versione proiettata, ovviamente, visto che l’audio era italiano).

A spezzare il ritmo orrorifico arriva l’annuncio di Alessio Porquier, presentatore mascherato della serata, nonché co-fondatore del Teatro della Cipolla (insieme a Francesco Mencacci e Riccardo Perassi), di uno sketch organizzato nell’atrio del cinema. Lo spazio angusto rende difficile accomodare tutti gli spettatori, ma contribuisce comunque al clima familiare e partecipativo della piece, divertente parodia in “livornesaccio” del film “Saw – l’enigmista”, ambientata sulla Fi-Pi-Li. Tutto si gioca sull’assonanza tra “saw” inglese e “so” italiano, che diventa “sonasega” (tra l’altro “saw” in inglese significa proprio “sega”), mentre i due malcapitati tentano di liberarsi dalle catene a cui li ha costretti un pazzo che, alla fine si rivelerà più burlone che killer.

Una breve intervista ad Alberto Antonini, giovane cineasta empolese, dà il tempo necessario per calarsi nuovamente nel mood giusto per il primo lungometraggio della serata, “Seguendo il Sangue“, opera prima del suddetto regista. Il dichiarato amore di Antonini per Lynch fa temere un film dalla trama non proprio lineare: e in effetti è esattamente così. La pellicola si fa da subito difficile da seguire, perché a una storia apparentemente semplice incentrata su un rapimento si sovrappongono le turbe mentali del rapitore, diventando poi sostanzialmente un viaggio nella sua psiche, tormentata da un tira e molla tra due aspetti contrapposti della sua personalità. Il film è infarcito di corti che il killer stesso guarda in tv, nell’ambito di una rassegna horror (una sorta di meta-cinema quindi) e che vedono però lui stesso e la sua parte più morale e punitiva come protagonisti. A queste sezioni si alternano i troppo lunghi monologhi-dialoghi in cui il protagonista parla con lo specchio e le conversazioni con un altro lato della sua personalità, più legato alle passioni e al libero arbitrio. Alla fine sarà questo “demone”, ben rappresentato da un’attrice vestita con una grottesca maschera ammiccante, a vincere sull’altro, un uomo enorme, fanatico e dalla morale ferrea, interpretato dallo stesso regista.

Insomma, un film di difficile comprensione, con una realizzazione tecnica sufficiente ma con scene troppo lunghe che fanno arrivare al termine un po’ sfiancati, anche considerando la confusione che generano. Il livello di recitazione di tutti gli attori è molto altalenante, con picchi e baratri, e questo è comunque positivo, perché fa sperare in un possibile miglioramento futuro; anche alcune trovate di regia sono notevoli e tenendo bene in mente che si tratta di un’opera prima, il giudizio non può essere troppo impietoso.

Dopo una breve pausa, più che necessaria, si torna al teatro, ma stavolta senza scivolare nel comico. Walter Nenci ci presenta infatti il suo spettacolo colorito quanto oscuro, in cui un Joker decadente (ispirato più a Heath Ledger che a Jack Nicholson) si aggira per il teatro sparando sentenze e riflessioni sulla morale e sugli istinti umani. Il suo aggirarsi tra il pubblico nella penombra, con la proiezione della sua performance in tempo reale sullo schermo del cinema, creano uno sdoppiamento del piano scenico, contribuendo all’atmosfera cupa resa a meraviglia anche dalle musica di Dombossa Dj alla console. Tra l’altro si crea anche una continuità, forse non cercata, col lavoro precedente, dato che spesso il protagonista di “Seguendo il Sangue” compare anch’egli truccato come Joker. E ci si prepara al gran finale della serata.

Presentato con parte del cast e dello staff sul palco, “Eaters” suscita grandi aspettative e non solo per la presenza del Marmugi in veste di scienziato pazzo (!). La pellicola degli empolesi Boni e Ristori ha infatti ottenuto un buon successo all’estero ed è stata distribuita quasi ovunque, tranne che nel paese che l’ha generata. C’è da dire che il merito di aver creduto nel prodotto va a Uwe Boll, e che questo è anche uno dei pochi meriti che si possano accreditare al suddetto regista ed ex-pugile. Per chi non lo conoscesse, ricordo soltanto che è il vincitore 2008 di due Razzie Award (Oscar al contrario): come peggior regista e peggior carriera. Questo, unito al pessimo trailer del film, non promette troppo bene.

E invece già dopo pochi minuti arriva la sorpresa: “Eaters” è decisamente su un altro livello, non solo nell’ambito della rassegna, ma anche in ambito nazional-amatoriale. Nonostante il budget chiaramente non elevato, la buona fotografia e l’ottimo montaggio danno subito l’impressione di un prodotto di qualità. Tutti i personaggi sono molto stereotipati, ma questa si rivela una scelta vincente, perché li fa identificare immediatamente dallo spettatore senza bisogno di eccessive introspezioni.

La storia è un classico, ma è resa bene a livello scenico e d’atmosfera. Tutto ha inizio con l’epidemia di uno strano virus che tramuta gli uomini in zombi, di cui si ignorano le esatte origini. I pochi sopravvissuti non contaminati vivono in un mondo in cui regna la desolazione, aggregati in gruppi di pochi individui che cercano di sopravvivere. I protagonisti fanno parte di una combriccola guidata da un medico (interpretato da Claudio Marmugi) che sembra compiere esperimenti sugli zombi in cerca di una cura. Per questo i due coraggiosi del gruppo devono procurargli in continuazione nuovi corpi, anche se i progressi nella ricerca sembrano scarsi. E le vicissitudini hanno inizio proprio quando il dottore li invia nel famigerato “settore F”, una zona particolarmente infestata di non-morti. Tra incontri con personaggi bizzarri (fra cui un pittore di zombi che rifornisce i nostri di birra) e sparatorie varie contro carne morta che cammina, i due si imbattono per caso nella ragazza che potrebbe consentire la continuità al genere umano, sfuggono alle grinfie di un gruppo neonazista e scoprono la verità sull’origine del morbo e su quelle che credevano essere persone fidate. La parte finale si banalizza un po’ troppo, con alcune trovate infelici (tra cui una bomba da disinnescare) e quello che poteva essere un cruento ed epico scontro finale si tramuta in una faccenda da un paio di secondi, che ci porta poi nel finale. Deprecabile anche l’esplosione conclusiva gratuita, il cui effetto speciale appare di basso livello, rovinando il precedente lavoro visuale di ottima qualità. Note di particolare merito vanno al trucco, in grado di fornirci zombi e scene macabre/splatter credibilissime, e all’allestimento scenografico, che fa calare in un mondo coerente alla storia narrata.

Giudicandolo in ambito nazionale, “Eaters” si colloca dunque a distanza di sicurezza da film come “La croce dalle sette pietre” di Andolfi, ma non riesce comunque a raggiungere un livello tale da far gridare al capolavoro toscano.

L’afflusso di pubblico dimostra però l’interesse per il cinema nostrano anche indipendente e per il genere horror. È un buon successo, di cui anche Porquier si dichiara soddisfatto, confessando l’interesse a ripetere l’esperienza ma chiarendo al tempo stesso che non c’è nulla di concreto in ballo per ora.Ma quando sarà il momento, Radiocage indosserà di nuovo il grembiule bianco e punterà i suoi microfoni alle urla di terrore.

Al prossimo spavento.

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