La fabbricazione degli idola

Alessio Traversi 29 febbraio 2012 0

L’inizio è un folgorante balletto con tanto di karaoke sullo schermo. L’intero corpo degli interpreti di “Padre Pio, una storia falsa” si lancia nella pimpante coreografia di chi ci crede: di chi si abbandona a un inno collettivo che dovrebbe avvicinarci e renderci partecipi del mistero divino.

Ma chi si aspetta uno spettacolo volto a dileggiare credenze e istanze religiose resterà forse deluso; la pièce scritta da Francesco Biondi non si concentra infatti sull’intimità del rapporto tra coloro che adorano e coloro che vengono adorati, e pertanto sul mistero più profondo della fede; indaga piuttosto sulle ben più mondane pratiche, che non determinano in origine quel rapporto ma che purtroppo a volte ne conseguono, della fabbricazione degli idola.

Del resto nella società occidentale, e tanto più nel nostro paese, la fabbricazione degli idola (= “manifestazioni della divinità create dall’uomo”) è un’abitudine ormai sperimentata anche in campi che istituzionalmente non dovrebbero avere a che fare con la religione. E l’inno sacro, così come la sua pubblica celebrazione, è un’espressione ormai sconfinata ben al di là delle navate delle chiese.

Non a caso il personaggio Padre Pio nello spettacolo non compare, se non sotto le forme di busto in gesso, di simulacro, di souvenir della beatificazione grottescamente manipolato dagli attori. Ed è proprio la manipolazione il fulcro che muove tutta la vicenda, e che si incarna principalmente nel suo protagonista, il piccolo potente da basso impero di provincia interpretato in modo adrenalinico da Filippo Scarparo, costruttore della leggenda del Santo e figura che incrocia l’abitudine a vendere il sacro come merce con la follia visionaria di chi crede di essere guidato da una voce divina.

Intorno a lui si muove una fauna di personaggi pronti a servire senza remore questo allucinato disegno, dal sindaco del paese al commerciante di oggetti sacri, fino al direttore artistico delle processioni, ben interpretati da Marco Bruciati; nonché le figure femminili senza pudori di Anna Lisa Matarazzo, anch’esse pronte a corrispondere senza rimpianti i cupi istinti del protagonista.

La regia di Jonathan Freschi fornisce al lavoro un clima da festa decadente, nella quale si imbucano fucili e modellini d’auto, nella quale anche i pupazzi di un piccolo teatro di cartone vengono manipolati fino al loro grottesco esaurimento fisico; una festa feroce ma senza allegria, che a tratti ricorda l’ultimo cinema di Pasolini, specie nell’espressionismo con cui inscena il rapporto tra religione e corpo, e ancor più quello tra religiosità e sessualità; una festa con un finale nero, poiché infine si scopre che la voce che guida il protagonista dall’alto altro non è che la voce stessa della Morte, che si insinua subdola nelle maglie della nostra storia.

Il tutto condito da un forte iperrealismo, con l’uso reiterato in scena di una diretta video di quanto accade sul palco e con l’interessante contrappunto sonoro creato da Giorgio De Santis.

Padre Pio, una storia falsa”, prodotto dalla livornese Bottega del Verrocchio (e realizzato con il patrocinio dell’ UAAR, Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti) è uno spettacolo irriverente e ironico, e destinato indubbiamente a dividere; ma probabilmente non è quella tra credenti e non credenti la linea di demarcazione.

Pertanto appare appropriato che a chiudere il lavoro torni nuovamente il grottesco karaoke iniziale; a suggerire che la festa deve pur continuare; e magari anche a suggerire che forse il sacro non lo si deve cercare solo là dove ci si aspetta che sia.

(foto: estratto del promo dello spettacolo)

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