RE SOLO E NON SOLO #2

Aldo Galeazzi 18 maggio 2012 0

RE SOLO E NON SOLO
Secondo appuntamento con il mio libro di racconti. Dopo essere rimasti azzannati da quello che poteva essere il cane del Grande Lebowsky, (andatevi a leggere la puntata del 12 maggio), oggi abbiamo a che fare con un processo un po’ particolare. L’atmosfera mi fa venire in mente quel vecchio film di Tornatore: “Una pura formalità”, con Depardieu e Polanski, ma non voglio rovinarvi la suspance, quindi taglio corto e buona lettura.
Aldo Galeazzi.

MEDITAZIONI
D’UN CRIMINALE.
Sono a metà fra il raccontare la mia sorte ultimissima, (godo d’una certa indipendenza metafisica), ed una poetica spicciola, dal volo radente e dai toni grossolani.

Ho pochi indizi per la formulazione d’accuse specifiche, peraltro anche la mia colpevolezza è presunta e non vorrei certo figurarmi presuntuoso di fronte alla maestosa entità di ciò che è considerato delitto. Il paesaggio poi, nella sua paralisi di desolazione urbana periferica, in assenza di vento, suggerisce riflessioni e divagazioni sul contesto e sui colori dell’orizzonte.

Avrete senz’altro già adattato un volto a queste mie dichiarazioni prime, sarà l’identikit da allegare al verbale che controfirmerò, ma per favore non immaginatemi barbuto o zoppo o che so io pelato; ho tutte le falangi delle dita, non porto occhiali ne’ apparecchio per l’udito; dirò di più visto da lontano potrei perfino essere scambiato per voi, o per vostro fratello.

Ormai è certo avete in mano la mia confessione e confidenzialmente vi confesso che avevo chiesto solo un po’ di tregua alle mie ultime giornate, alle ore di avere quel po’ di pazienza che si concede a chi ineluttabilmente porterà la sua parte d’acqua al mulino primordiale dell’umanità. In questa parentesi sospesa, in questa dilatazione temporale avrei inscritto la mia piccola circostanza personale, un caso intimo, privato.
Sin da subito però il sottile sospetto d’una macchinazione che perentoria, per contro, s’insinuava tra il mio privato e l’universale ordiva la mia precipitazione da semplice facchino della mia quota d’acqua a messe della macina del mulino.

Ora ciò che distinguevo, l’unica cosa decifrabile era l’inadeguatezza d’ogni circostanza, il moto feroce della incomunicabilità, il mio solipsismo.

Il tentativo nasce fallito nella pochezza d’una relazione che non ci incarni indivisibili o appena condivisibili, questo è un punto fondamentale del mio memoriale, cercai l’assoluta fedeltà e devozione affondando le dita nel corpo della libertà, ma l’unica cosa che ottenni fu un idea di colpa, la mia o la nostra? M’atterrisce quest’ideale cristiano.

Le ombre scivolavano verso di me, sciogliendo a poco a poco la veste di luce di quel giorno, ma il mio sguardo rimase perduto in un infinito distante; qualcosa nel tempo, seppur rallentato, s’era inceppato e adesso godeva d’una metamorfosi che lo rendeva pesante sulle mie spalle; la Dea a protezione del nostro nulla non oltrepassò i confini e mancò il convegno, solo quindi abbassai gli occhi su questa donna che giace morta ai miei piedi, senza testa.

 

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