Intervista a Luca Faggella

Matteo Caldari 9 luglio 2012 1

Facciamo due chiacchiere con Luca Faggella, a pochi mesi dall’uscita del suo ultimo lavoro “Tradizione elettrica”. Come e quando nasce la collaborazione con Giorgio Baldi?

Conosco Giorgio da diversi anni, dai tempi de “il Locale”…che ormai è un ricordo mitologico per la musica italiana, dove siamo passati tutti negli anni dal ’95 al ’98… L’ho sentito con il suo gruppo “Delleiene” credo fosse il 1996 e mi son detto “ecco; QUESTO è un chitarrista con cui vorrei suonare”. Sono rimasto sempre con questo proposito. L’occasione è arrivata nel 2009, con la produzione di “Ghisola”. Gli passai i provini dell’album e lui rimase molto colpito da “Come”, con il riferimento ai Joy Division che sono per entrambi il gruppo preferito.

Reminescenze post punk e new wave che ben si miscelano ad un cantautorato di stampo “tenchiano”. Sono questi i tuoi punti di riferimento musicali?

Si assolutamente. Dicevo prima dei Joy Division e ci sono i Wall of Voodoo, The Sound, Wire…credo che le influenze e i riferimenti siano chiarissimamente distinguibili sull’album, anche se spesso il risultato porta lontani dallo spunto di riferimento. Questo “andare al largo” costituisce l’originalità del lavoro che io sento comunque molto “nostro”. Si vero che i testi sono tenchiani anzi per la poeticità forse più ciampiani (non a caso c’è “Va” come unica cover)…E ad ogni modo Tenco e Ciampi sono gli unici riferimenti italiani che ho. Tenco scriveva come mangiava, per dirla breve, molto colloquiale. Il sedicente “indie” italiano per dire, è molto più indietro, molto meno autentico e dice molto poco di questi anni eccetto alcune cose rare, tra cui gli “Stato sociale”.


Parlaci del titolo “Tradizione elettrica”.

Allora inizialmente pensavamo a un album di cover. Ma non potevamo intaccare i capolavori dei nostri “eroi” musicali quindi ci siamo detti “bene, scriviamo come se fossimo in quegli anni, siamo una band post punk e facciamo quello che ci piace fare”. Doveva chiamarsi “Montecristo”, per una idea di rigenerazione, liberazione. Poi…abbiamo pensato che “tradizione elettrica” rendesse meglio l’idea di quello che stavamo realizzando e ci fosse anche un po’ di ironia, di gioco nel non considerarsi innovativi o nuovi e nemmeno indispensabili ma “tradizionali” appunto anche perché se ti riferisci a Green On red o Hoodo Gurus, X e alle band che citavo sopra, ormai siamo alla musica classica in un certo senso. A noi piace considerarci dei classicisti. Poi c’è la chitarra elettrica e appunto, la sua tradizione…da Crosby a The National…


L’ottimo artwork di Paolo Guido riassume in un immagine l’atmosfera del disco. Quanto è importante per te l’impatto visivo dato da una copertina?

Come immagini penso, per la mia generazione la copertina (non c’erano i videoclip) rappresentava la “visualità” di un album. Pensa all’importanza delle copertine allora: Pink Floyd, Yes, Bowie, CSN&Y, ecc. ecc. L’impatto era enorme (anche solo per il formato, quindi alla copertina si affidava un messaggio importantissimo). Alcuni album (The Velvet Underground & Nico con la banana di Warhol, Unknown Pleasures dei JD, la “posse” di Déja Vu di CSN&Y solo per citarne alcuni, si identificano a pieno con la musica). La nostra intenzione è che anche “Tradizione elettrica” si identifichi con il crononauta che diventa bambino e i suoi simboli alchemici, esoterici e matematici e lo sfondo rinascimentale. Ti ringrazio pe rla domanda perché il lavoro di Paolo Guido (che ringrazio ancora) è stato fondamentale. Non a caso viene PRIMA dell’album e cioè siamo partiti dal chiedergli un opera che ha fatto da cornice visuale alla musica…ci rappresenta anche, perché c’è questo avanti indietro musicale nel tempo, questa alternativa parallela avanguardia e classicismo, il giocare e essere bimbi con i suoni della nostra adolescenza.

Tante le partecipazioni sul disco, da Max Gazzè a Gimmi Santucci. Ti piace condividere la tua musica con amici del passato e del presente?

Certo è bellissima la condivisione e gli interventi apportano sempre una diversione e sono spunto per direzioni nuove per un brano. Molto felice che Max abbia amato i due brani su cui suona, con il suo bassone gigante (io stimo moltissimo max anche come bassista, da sempre). Poi va beh, c’è l’armonica wall of voodoo-morriconiana di Olimpia che mi riempie di orgoglio. Per tre anni dal 2009 ho citato i Wall of Voodoo come un riferimento tra i principali…suonare un brano con Stan Ridgeway (e c’è Pietra wexstun alle tastiere) è una soddisfazione grandissima.

Quanto influisce l’essere anche attore e scrittore, nel modo di comporre e di stare su un palco?

Mah nel modo di stare sul palco non so, mi sto scoprendo sempre più riservato e molto meno istrionico e bestia di come ero in passato. Forse perché scrivere mi sembra più importante che andare in scena, per me, al momento.

I testi che scrivo se ci fai caso sono fatti anche e soprattutto per essere letti:i testi, appunto. Cantabili ma testi. Che stanno su pagina come ci sta una poesia o una brevissima prosa. Anche di li l’accuratezza del libretto e della confezione di “Tradizione elettrica”.


Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Nonostante sia appunto molto interessato a scrivere (e sto scrivendo un romanzo ma chissà se mai ci sarà modo di farlo leggere a qualcuno) vorrei portare in giro il più possibile il nuovo spettacolo con Giorgio e la band e suonare “tradizione elettrica” ovunque possibile perché il live ora gira molto più dei dischi. E a me piace che questo album venga conosciuto e ascoltato perché è la miglior cosa che ho fatto musicalmente e come autore e anche come cantante.

Il romanzo è lo spunto da cui è nata la canzone “Montecristo”: un’italia futuribile, militarista e clerico fascista, piena di esiliati e incarcerati, un paese prigione. Con diverse storie che si intrecciano…spie, esuli, perseguitati politici, e un libro nel libro.

 

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