Mark Lanegan al Viper: live-report

RadioCage 3 dicembre 2012 0

di Edoardo Galiberti

Piove a Firenze, piove da giorni, le strade si allagano un giorno sì e quello dopo anche. Ti ritrovi a pensare a splendori assolati lontani nel tempo, e che adesso paiono sfumati  quanto la vista offuscata di un astigmatico pieno di vino mentre cerca di leggere un cartello stradale. Ed è a quel punto che ti domandi a cosa serve l’inverno.

Poi ti ricordi che oggi è Venerdì 30 Novembre e stasera al Viper suona Mark Lanegan, e allora sorridi perchè tutto torna. Torna perchè questo romantico rabbioso cavaliere senza macchia e senza paura di Ellensburg, Washington (lo Stato di cui fa parte anche Seattle, per chi leggesse e fosse una capra in geografia) non c’entra niente con l’estate, col mare e col sole, con i torsi nudi e i concerti da prato, con i “volemose bene” e le birre gelate.

Uno che ha cavalcato lancia in resta l’epopea grunge con gli Screaming Trees, che ha vissuto dei e nei vizi che hanno dilaniato la generazione maledettamente ispirata dei Kurt Cobain e dei Layne Stanley, non cerca il sole, il caldo e la luce,  almeno quella naturale. Vuole pochi, soffusi punti luminosi, atmosfere intime, raccolte. In pratica, tutto ciò che gli permetta di urlare con rabbia ma non di berciare beceramente, di calarsi nel suo nuovo ruolo musicale, quello di erede (ovviamente non dimentico delle sue esperienze in salsa grunge) della fertile e rigogliosa tradizione di cantastorie d’oltreoceano (citare Neil Young e Tom Waits pare quasi ridondante).

E allora arrivi al Viper ed è tutto come speri; il menu prevede come piatto forte il suo ultimo lavoro, quel “Blues Funeral” che a qualche purista del’ “urla e distorci” ha fatto specie perchè in certi tratti troppo melenso ed  edulcorato (udite udite) da tastiere e ritmi non da batticuore.

Questa dimensione da “ascolto in macchina mentre finisci serata” (che il sottoscritto, comunque, gradisce) scompare nel live. Con “The gravedigger’s song” si apre il concerto e si capisce subito che la chitarra la farà da padrona; una Gibson nera imbracciata con matura padronanza da un grande Steven Janssens in versione imbrillantinata alla Johnny Cash. Si prosegue sulla stessa falsariga uscendo dal disco nuovo per fare incursioni in Bubblegum (lavoro del 2008) con  “Hit the city” e Field songs (2001) con “Resurrection song”. Cambiano le chitarre mentre il contraltare alla prima chitarra, Aldo Struyf, già frontman del gruppo spalla “Creature with Atom Brain”,  si sposta con disinvoltura da suoni organistici che fanno molto vaudeville postmoderno a una seconda chitarra, il tutto mentre basso e batteria scandiscono il ruggito ora feroce ora intimista del Nostro reduce da sofferte peripezie R’n’R. Da quelle delle origini degli Screaming Trees alle incursioni in band epocali come i Queens of the stone age fino all’attuale maturità.

L’apice si tocca con “Riot in my house”, in cui il divario tra l’ascolto del disco e la versione live è più ampio; voce che schiuma grinta felicemente spalleggiata da un lato da una prima chitarra in stato di grazia e da puntuali accompagnamenti chitarristi e  percussivi degli altri 3 sodali dall’altra parte.

Si va via dopo i doverosi bis di rito e si ripensa all’altalena di suoni appena terminata e condotta dalla sapiente mano di Lanegan che ha saputo modulare la furia  di pezzi come “Quiver syndrome” con l’intimismo di “Gray goes black” e “Tiny grain of truth” senza mai tradire la sua spina dorsale di allievo di Seattle.

Esco e fuori ha smesso di piovere.

Peccato.

Visto al Viper, Firenze, il 30 novembre 2012

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