“Io non sono lei”: la nostra recensione

RadioCage 25 marzo 2013 0

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(foto di Irene Carmassi)

di Virginia Tonfoni

Un grande telo bianco giace sparso sulle tavole del palcoscenico; l’attrice ferma sul fondale si sta presentando per un ricovero. Lo sguardo perso, inizia a spogliarsi: in una carrellata d identità possibili o perdute si toglie di dosso una dopo l’altra una ventina di magliette sulle quali appaiono scritte come “la donna mongoloide”, ” quella che era bella da giovane”, “la femmina in-castrata”.

Rimasta in vesti minori, l’attrice entra nell’enorme perimetro del telo bianco dispiegato sul palco, nel quale si immerge dal centro; è un grande vestito, e le sarà casa e anima, il luogo dove la sua identità ormai dissolta negli psicofarmaci, tenterà di ricostruire la propria storia.

L’analisi degli effetti dei medicinali è dettagliata quanto terribile. Il Serenase si comporta come un sere-nazi, e altre sostanze hanno effetti neurolettici, “nel senso che mettono i neuroni a letto”, ci spiega la donna che veste il suo enorme vestito, oceano grinzoso di sogno e ricordo indotto.

Francesca Sarteanesi porta in scena, con un’interpretazione fresca attraversata da un’ironia tagliente, la vicenda di una signora incontrata anni prima, paziente psichiatrica che le offrì, al tempo, la sua storia attraverso disegni e didascalie. Il tono è schietto e la narrazione avanza fluida e spietata tra i ricordi di una quotidianità in cui innocui aneddoti divennero un giorno drammi psichici, increspature nel mulinello delle emozioni, e poi, dopo gli psicofarmaci, pieghe irreversibili nella coscienza. Una voce off si occupa delle comunicazioni di servizio rivolte al “gentile pubblico”; l’avviso asettico parla ogni volta che la ricostruzione apparentemente lucida, ma popolata di spettri -uno su tutti quello di un consorte mai esistito- o di nemici reali, come la dottoressa e gli stessi psicofarmaci, coinvolge e trascina gli spettatori nello stato di delirio o apatia della protagonista. Come nel momento in cui la donna si avvicina alla fila di bicchieri vuoti disposti sul proscenio, ne afferra uno, lo morde e lo mangia avida, e ci troviamo a trattenere il respiro, perché forse non solo gli psicofarmaci non curano l’autolesionismo, ma piuttosto lo inducono e la donna si farà male, inizierà a sanguinare sul vestito lunghissimo e immacolato. E invece no, il bicchiere è un’altra risorsa scenica vincente, come quella del vestito, vera parafrasi scenografica della coscienza, piegata e arrotolata su se stessa di una donna che non si riconosce più. “Una mela marcia infesta tutto il paniere” ci ricorda la voce automatica. La donna potrà anche chiedervi come vi chiamate, ma ricordatevi, è insana, e potrebbe trascinarvi nel suo personale delirio, che ha spalancato finestre sul dramma dell’incomunicabilità, del dolore e della perdita del sé.

Francesca Sarteanesi, componente della compagnia degli Omini, affronta così il tema troppo spesso omesso della malattia mentale e delle cure psichiatriche. Uno spettacolo emozionante che attacca le cure psichiatriche, proponendo spaziose e necessarie riflessioni sulla molteplicità della coscienza.

visto il 21/03/2013 al “Cattivo Festival”, Teatro Officina Refugio, Livorno

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