Ascanio Celestini al Teatro Goldoni: la nostra recensione

Rosanna Harper 28 giugno 2013 0

celestini

di Rosanna Harper

La suggestiva cornice del Teatro Goldoni, resa ancora più bella dalle recenti notizie che, probabilmente, la danno chiusa per la prossima stagione autunnale, ha ospitato Ascanio Cestini.

L’attore e regista romano è arrivato in città per partecipare alla prima serata del dodicesimo incontro di Emergency che, quest’anno, ha trovato collocazione proprio a Livorno. Con lo spettacolo “Racconti – il Piccolo paese”, Celestini ha coinvolto, ha fatto divertire e ha tenuto attento il suo numeroso pubblico. Molte, infatti, sono state le persone che hanno preso posto in platea e sulle balconate del teatro.

Ma la serata, oltre all’esibizione di Celestini condotta senza il supporto di scaletta e copione, ha visto l’intervento di altri ospiti e la presenza di Gino Strada, seduto tra il pubblico. Un accorato e sentito appello da parte di una lavoratrice del Godoni, una delle tante che rischia di rimanere senza lavoro nel caso in cui il teatro chiudesse, rompe il brusio delle persone che impazienti aspettano l’arrivo di Celestini: <Un teatro – legge la lavoratrice – deve mantenere un certo numero di pulsazioni, al di sotto delle quali non può andare. Non lavorare per il mantenimento del teatro significa prepararne la fine … Lo spettacolo deve continuare: il lavoratori del teatro Goldoni rivendicano la programmazione autunnale del 2013>.

Lo stesso applauso, fragoroso e rumoroso, che arriva a sostegno della lettera, accoglie l’intervento di Cecilia Strada: <Siamo felici di essere a Livorno e spero che anche Livorno sia felice quanto lo siamo noi. Siamo qui per parlare di diritti che in Italia rischiano di diventare privilegi. I diritti alla verità e alla giustizia: sapere perché il 10 aprile del 1991, 140 persone sono uscite di casa e non sono più tornate. Occorre dissipare questa nebbia che impedisce la verità>.

Il monologo di Celestini, come giusto che sia, adesso può cominciare.

Al centro del palco e illuminato da un faro l’attore si lancia in un’allegoria, una lunga metafora talvolta ermetica e criptata, di un piccolo paese capeggiato da un piccolo presidente, un sospettabile Tony Mafioso, che vive circondato da altri piccoli personaggi, l’entorauge dei suoi parlamentari, pronti a soddisfare qualsiasi suo desiderio. Nel piccolo paese, il cui sistema economico e politico, evidentemente, è caratterizzato da contraddizioni interne e da cerimoniali da soddisfare, il primissimo scopo da perseguire è quello di consumare: <chi lavora produce, chi produce consuma – ripete velocemente Celestini>. Questa è la frase che sembra scandire i processi lavorativi, diventati vittima di una quanto mai anacronistica alienazione. Una società in cui l’evoluzione del pensiero e il lavoro eseguito dai filosofi non trova più posto: <C’è l’esigenza di considerare i filosofi come categoria indispensabile. Il pensiero è indispensabile>. Una società in cui l’informazione si piega al volere dei padroni: <ci sono giornali che possiamo chiamare tali solo perché sopra c’è scritto “Giornale”> e in cui la condizione delle donne è quella di oggetto. Neanche a farlo apposta, Tony Mafioso e l’intera classe dirigente, improvvisamente una mattina, si risvegliano donna. A loro insaputa e con tanto loro stupore, quasi fosse una punizione scesa dall’Alto per colpirli. Il giusto contrappasso per chi, in vita, ha tratto le donne come “le altre”. E, parlando di diritti, Celestini si lancia in un’antitesi, quasi cartesiana, tra bene e male: <se non c’è guerra, non c’è pace; se non ci fossero le malattie non ci sarebbero i medici; se non ci fosse l’angoscia non ci sarebbero i pacifisti>.

L’attore si avvia poi alla conclusione, con la recitazione di una velocissima filastrocca. Saluta il suo pubblico più di una volta e poi,a sipario calato, si concede ai numerosi fan per foto e autografi. Come nel migliore dei riti.

visto al Teatro Goldoni, Livorno, il 26 giugno 2013

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