Kino-recensioni # 2: “Miele” di Valeria Golino

Elisa Rapini 6 luglio 2013 0

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di Elisa Rapini

Martedì scorso all’Arena Ardenza è stato proiettato il primo film della rassegna dedicata alle donne registe: Miele di Valeria Golino.

L’attrice e regista nel 2010 aveva realizzato un primo cortometraggio, Armandino e il madre, una storia napoletana ambientata nel museo di arte contemporanea Madre. In questo suo primo lungometraggio, che ha partecipato al festival di Cannes, la regista ha impresso sulla pellicola la sua interpretazione femminile della storia singolare di una ragazza, un personaggio nato dalla penna dello scrittore Mauro Covacich. La vicenda narrata nel romanzo A nome tuo (2011), da cui il film è tratto, è particolare: una ragazza rimasta orfana di madre in età adolescenziale, a causa di un tumore, decide di spendere la propria vita assistendo, clandestinamente e sotto pagamento, i malati terminali che vogliono praticare il suicidio assistito.

A questo personaggio, interpretato da Jasmine Trinca, la Golino ha dato il nome di Irene nella vita (e quello allusivo di Miele sul lavoro), una fisicità forte e energica, un aspetto volitivo: capello corto, vestiti giovanili, quasi maschili, sguardo penetrante, spesso accigliato. La introduce sul ritmo pulsante ed elettronico di Found out eseguita da Caribou. Sceglie, in più scene, il contrasto tra Irene e un gruppo di giovani e svolazzanti ballerine che le passano accanto con indosso vaporosi tutù, come per rimarcare la distanza tra la protagonista e un’esistenza leggera, eterea. E’ una narrazione per immagini, allusiva e sobria. In questa forma viene presentata la doppia vita di Irene: composta, ineccepibile, rassicurante mentre interviene presso coloro che decidono di porre termine alle sofferenze fisiche, e successivamente in preda a grandi sforzi fisici liberatori come vigorose nuotate nel mare invernale, lunghe e rapide pedalate, o ancora fugaci rapporti sessuali con un uomo sposato. Il ritratto che emerge è quello di una donna profondamente convinta dell’attività che conduce, e al contempo snervata dal pesante carico emotivo che questa comporta e dall’essere costretta a mentire. La vita della protagonista è scossa da un incontro particolare con un paziente che chiede il barbiturico -che Miele è solita acquistare in Messico in quanto illegale in Italia- perché stanco della vita ma non gravemente malato. Un cinico ingegnere, interpretato da Carlo Cecchi,  con una concezione stoica della vita che, di fronte alla sopraggiunta inutilità dei giorni che trascorre, preferisce porre volontariamente termine alla propria esistenza. Il personaggio di questo colto anziano, con un passato di viaggi e successi lavorativi, rapisce Irene e tra i due si crea un legame profondo. La regista, distaccandosi dal romanzo, rende questa relazione totalizzante, capace di incidere sulla vita della ragazza tanto da portarla ad una svolta decisiva.

E’ attraverso i dialoghi tra Irene e l’anziano che emergono i nodi legati al suicidio assistito. Se Irene manifesta la sua profonda convinzione nel diritto dei malati terminali, e solo di costoro, di scegliere una morte indolore, il cinico ingegnere la incalza prima smascherando lo stridente contrasto tra l’ideologia e l’alto costo della pratica che esclude di fatto i non abbienti, poi teorizzando l’accesso alla possibilità di una morte indolore e predeterminata a chiunque, malati fisicamente e non. Sono tutti interrogativi posti ma non indagati; quesiti suggeriti ma deliberatamente non sviscerati. Il lavoro della Golino non è una presa di posizione, è piuttosto una storia delicata, in equilibrio su tematiche difficili su cui prima di tutto la regista vuole semplicemente richiamare l’attenzione.

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