Local Natives al Viper: live-report

RadioCage 14 novembre 2013 0

 

local natives 2

di Edoardo Galiberti

E’ arrivato, in ritardo ma è arrivato. L’autunno che pareva essersi dimenticato di passare da Firenze e dall’Italia in generale si è presentato in pompa magna, con tanto di vento gelido.

A questo penso mentre con una Moretti (marmata anche lei) sono in fila per i Local Natives che, da figli di Los Angeles quali sono, probabilmente sono abituati meno di me alla tramontana.

Lo scenario è il Viper, bel locale/teatro fiorentino che da un po’ di anni a questa parte accoglie eventi musicali di spessore internazionale. A ricordarmi la portata oltreconfine dell’evento la folta presenza di pubblico made in USA, che a Firenze spesso è di casa, vuoi per studio, vuoi per lavoro.

Passati i brividi da fila, mi inizio a concentrare sul piatto forte del desco del Viper: una band giovane, al secondo album (“Hummingbird”) giunto dopo un esordio niente male (“Gorilla Manor”, 2010) e diverse tensioni da stress culminate con l’addio del primo bassista.

A fare da ghiotto antipasto i Cold Control, altra formazione di belle speranze, anche lei al secondo lavoro, anche lei, come chi seguirà, con un bell’impianto vocale collettivo a farla da padrone. Non so se originale ma comunque ben pensata l’idea di mettere tutti musicisti sullo stesso piano, quasi a voler creare un effetto stereofonico

Concluso l’entree, si presentano sul palco i Local Natives, ed è subito medley, è subito hipster, è subito botta di vita.

Medley perchè vengono suonate in sequenza “Breakers”, “World News” e “Wide Eyed” senza soluzione di continuità; la batteria è ritmata in modo instancabile, si cambiano chitarre come gli abiti di una Primadonna del festival di Sanremo, senza mai fermarsi.

Hipster perchè negli anni 10 del nostro secolo, i giovanotti come i Local Natives hanno i baffi, anzi i mustacchi, vestono camicie a quadri non sdrucite (altrimenti sarebbero grunge), portano i pantaloni skinny (un tempo si diceva aderenti…). Non c’è neanche il tempo di chiedersi com’è fatto l’albero genealogico musicale della band (sto pensando ai fratelli neanche tanto maggiori Arcade Fire, ai Grizzly Bear, ai Fleet Foxes, a babbo Thom Yorke) che la risposta arriva direttamente sotto forma di musica; è la cover dei “nonni” Talking Heads, “Warning Sign”, presente nel disco d’esordio.

Si va avanti con energia vitale inesaurita, e scorrono dal secondo disco la bella “Ceilings”, l’apertura di “You and I”, “Airplanes”, e più si va avanti più si ha la sensazione di assistere alla performance di una band che nella sua orginalità ha ben chiare e salde le proprie radici nel Folk Rock, il tutto innaffiato da gocce di rugiada acida. Insomma, la lezione dei Padri è stata imparata bene, e la coda con l’ultima serie fatta da “Columbia”, “Bowery” e “Who Knows Who Cares” ne è nuova fulgida testiomianza.

D’obbligo il bis con “Sun Hands”, forse la canzone più nota del sodalizio, dopo di che si va tutti a casa con la mente che, memore dell’impatto con la gioiosa musicalità appena avvenuto, è attraversata dal pensiero di un fiorentino che a suo tempo fece la Storia della sua città: “Quant’è bella giovinezza…”

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