ex CSI al Cage Theatre: live-report

Alessio Traversi 1 dicembre 2013 0

1426294_702457956455700_650900648_n

Quanto tempo dovrà ancora passare prima che qualcuno riesca di nuovo a connettere i suoni più cupi e taglienti del rock con parole come

sogno tecnologico bolscevico / atea mistica meccanica / macchina automatica no anima / ecco la terra in permanente rivoluzione / ridotta imbelle sterile igienica / una unità di produzione

E chissà se accadrà di nuovo.

Se parli dei CSI non puoi non parlare del tempo, e di quello spazio vuoto che nel tempo hanno lasciato, come era inevitabile che accadesse.

Perché niente si legava più indissolubilmente alla fine dello scorso millennio della loro musica, che era la musica dello sradicamento moderno e della Sarajevo in fiamme, la musica di un’epoca cupa che si disintegrava per lasciar spazio a un’altra ancora più cupa, e che però abbiamo imparato bene a far apparire più sgargiante impacchettando di lustrini le pareti delle nostre prigioni.

I CSI non avrebbero mai potuto essere post-, e lo sanno bene Massimo Zamboni, Giorgio Canali, Francesco Magnelli e Gianni Maroccolo quando salgono sul palco del Cage Theatre per ripercorrere quegli anni e quelle canzoni che un giorno, incredibilmente, li portarono persino al primo posto in classifica: davanti a Britney Spears e dopo quella “A tratti” con cui gli ora cosiddetti “ex CSI” aprono il concerto per ribadire che i megafoni sono destinati ad incepparsi e gli idoli destinati a bruciare

Al centro, a mettere una pezza su una lacuna incolmabile per definizione, c’è la brava Angela Baraldi, che per molti versi riesce nell’arduo compito di dare nuova veste ai brani più autorevoli del rock italiano dei tempi moderni. Prova di grande generosità la sua, che si esprime al meglio nell’assalto della prima parte del set: “In viaggio”, “Forma e sostanza”, “Unità di produzione”, “Maciste contro tutti” e “Finistere”, in un turbinio nel quale le chitarre di Zamboni e Canali si ritrovano come un tempo, appoggiandosi sul tessuto sonoro e sul tappeto ritmico di Magneli e Maroccolo, che hanno l’aria di divertirsi davvero molto, a loro volta supportati dalle martellanti percussioni di Simone Filippi

Quindi la furia si placa e c’è spazio per la tregua di “Del mondo”, con Zamboni alla voce, e di “Linea Gotica”, in cui la voce solista è invece quella di Canali.

Si scivola poi ancora più indietro con “Annarella”, con il Cage che risuona del canto corale del pubblico, prima di tornare a brani più andanti come “Depressione caspica” e “Fuochi nella notte di San Giovanni” e poi addentrarsi nella memoria partigiana di “Guardali negli occhi”, in coda alla quale torna la toccante rielaborazione del canto popolare “Il bersagliere ha cento penne”, per chiudere poi in levare con la sequenza “Narko’$”, “Blu”, “M’importa ‘na sega”.

Infine il tempo dei bis: una versione dolente di “Irata”, una timida di “Cupe Vampe” e una energica della ritrovata “Buon anno ragazzi”, prima che, a luci ormaì accese, Maroccolo ricominci a strigliare il suo basso per trascinare tutti nel frastuono sonoro di “Emilia paranoica”.

Si esce appagati, e nella notte ci si interroga di nuovo sul tempo.

Che cosa vorrebbero ora gli estimatori dei CSI è sin troppo chiaro a tutti, ma forse dirlo oggi non è gentile.

Che sia, ma che sia presto, perchè poi potrebbe non essere più il tempo.

Lascia un commento »