Fiorentina-Livorno, e la classe operaia che va quasi in Paradiso

Alessandro Paroli 10 gennaio 2014 0

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Ci sono tanti modi, a parer mio, di raccontare una partita. Certo, nell’immediato tutti ricercano la cronaca minuto per minuto, assetati di conoscere nei minimi dettagli azioni che probabilmente hanno già visto 2-3 volte, ma che raccontate da qualcun altro, fanno un altro effetto. O a chi non piace rivivere match particolarmente esaltanti con foto e frasi ad effetto a corredo?

Passata la “tempesta” di polemiche poi c’è -come lo scrivente- chi si mette a guardare le cose da un’altra angolazione. Dal proprio punto di vista: e allora, che vi piaccia o no, io il match tra Viola e Amaranto l’ho visto come una sfida non solo tra due squadre di calcio, ma anche tra due modi di essere. Tra due modi diversi di affrontare la vita. Da una parte, in quel rettangolo verde, c’erano organizzazione, divertimento, fantasia, talento, genio, ricerca della bella giocata. Insomma, un estetismo pallonaro molto pronunciato e un po’ stucchevole. Del resto, non potrebbe essere altrimenti se la compagine in questione si chiama Fiorentina ed è la squadra di una città come Firenze: bella da togliere il fiato, artisticamente sul podio del mondo. Dall’altra parte ad affrontare questa ondata di bel calcio, ho visto una squadra di operai del pallone: qualche volta rassegnati alla superiorità avversaria, ma per il resto del tempo duttili, entusiasti (anche solo di giocarla una partita così), a tratti euforici e un po’ spavaldi. Lottatori indomiti: insomma quel tipo di giocatori di cui una squadra completa dovrebbe disporre sempre (e magari a Montella qualcuno avrebbe pure fattopiacere). Giocare tutto un campionato con tanta manovalanza e poco estro e talento diventa arduo, ma Livorno è città orgogliosa dei suoi lavoratori, che siano operai in fabbrica o portuali. Si dice spesso una cosa riguardo ai calciatori vestiti di amaranto: “Livorno non chiede campioni, ma leoni”. Gente che lotta, che “lavora” quotidianamente a testa bassa.

Dopo questa descrizione molto personale delle due squadre, il lettore, che magari non conosce il risultato della partita, potrebbe pensare ad una vera e proprio ‘passeggiata’ da parte della squadra Viola. Ma il calcio è buffo e bello e una cosa in comune, in fondo, Fiorentina e Livorno ce l’avevano, domenica scorsa. O almeno così l’ho vista io. Hanno peccato entrambe, in modi differenti, di concretezza. D’accordo, ha vinto la squadra di Montella 1-0; e i 3 punti sono arrivati identici a quelli che sarebbero arrivati da un rotondo 4-0. Ma inutile dire che ci si aspettasse di più: tutte quelle belle trame, quei dribbling sontuosi e quei tagli vertiginosi hanno prodotto un “umile” gollonzo su calcio d’angolo. Per altro segnato da un difensore. E questo come è potuto accadere? Perché quei giocatori operai vestiti di Amaranto hanno messo il bavaglio agli architetti e agli ingegneri geniali vestiti di Viola; gli hanno legato mani e piedi e hanno provato anche a fargli male. Con un entusiasmo e un’euforia un po’ sterili, la grinta di chi vende cara una pellaccia dura, tipica degli uomini di mare, gli amaranto si sono scaraventati in avanti trovando però, nell’ordine: il portiere Neto, la sfortuna e appunto, poca concretezza.

Considerando che tre indizi fanno una prova, la prova è stata che il Livorno alla fine dei conti non ha fatto male alla Fiorentina, anche se l’ha spaventata a morte. Come dire: la classe operaia che va quasi in paradiso.

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