Livorno, Verona e la “lotta” sul campo.

Alessandro Paroli 26 febbraio 2014 0

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di Alessandro Paroli

Livorno-Verona è un evento assurdo. Lo chiamo evento, perché tutto ciò che viene prima e molti commenti dopo non hanno niente a che vedere con il calcio, con lo sport.  Giorni interi a parlare dell’ingente dispiegamento di forze dell’ordine che dovranno bloccare la “furia ultras” come se, improvvisamente, fossimo diventati l’Ucraina; come se davvero, tra livornesi e veronesi ci fosse da combattere una battaglia vera: combatto perché il mio modo di tifare è migliore del tuo, perché tu, tifoso del Verona, sei per forza di cose fascista, oppure tu, tifoso del Livorno, sei senza ombra di dubbio comunista. Allora diventa scontro ideologico e chi più ne ha più ne metta… Ma basta, mi fermo,  e torno a quello per cui ho iniziato l’articolo: il calcio giocato.

Uscendo dai cancelli dell’Armando Picchi, ho avuto come l’impressione di aver assistito a due mini partite. Tipo quelle estive, da trofeo Birra Moretti, da 45′ minuti ciascuna. Battute a parte, Livorno e Verona si sono spartiti equamente i due tempi a disposizione, con la differenza che la squadra di Mandorlini ha segnato un gol in più nella sua “metà”. Riassunto semplicistico? Sicuramente. Era solo per rendere in parole l’impressione che ho avuto, a fine partita. C’è tanta carne al fuoco nella sconfitta casalinga degli uomini di Di Carlo: la mezza “papera” di Bardi sul primo gol, le distrazioni difensive del secondo, e l’ingenuità di Castellini, che si fa scappare Iturbe sulla linea del fallo laterale propiziando il terzo gol, firmato Toni. Al Livorno manca ancora una torre come Toni, che possa far salire la squadra, senza che Paulinho (spaventosa la mole di lavoro del brasiliano) si scapicolli a cercar palloni giocabili davanti alla difesa. Manca il capitano Luci, eccome se manca: Emerson è un signor giocatore anche a centrocampo, ma sono convinto che, in questo momento, il Livorno tragga più giovamento con il brasiliano a comandar la difesa e a dettare i tempi di gioco già dalle retrovie. In generale, comunque, regalare un tempo intero all’avversario (tanto più se si chiama Verona, sesta forza del campionato) è azione delittuosa e il Livorno non si può certo permettere certe distrazioni: come a Catania, con un pizzico di attenzione in più, le cose sarebbero state meno complicate.

C’è un bel però. Altre squadre, nella condizione nella quale erano gli amaranto a fine primo tempo, avrebbero potuto subire la classica imbarcata; a prendere un altro paio di sberle dai vari Toni, Iturbe e Marquinho ci si sarebbe potuto mettere poco. E invece no: un Livorno rimesso in campo da Di Carlo con tre punte ha messo alle corde il Verona, lo ha spaventato a morte. “Uno-due micidiale”, hanno commentato i telecronisti per definire i 3 minuti terribili (per l’Hellas) che hanno portato Paulinho prima, e Greco poi ad impattare il risultato sul 3-2. Due perle che hanno fatto sperare e soffrire il popolo amaranto, perché improvvisamente la rimonta impossibile sembrava di nuovo possibile, a portata di mano. Alla fine, come sapete, non è successo, ma il Livorno ci ha provato fino alla fine perché, ne sono certo, questa squadra ha voglia di salvarsi.

Infine, vorrei fare i complimenti a Mimmo Di Carlo. Come sa chi frequenta minimamente queste pagine, non ero tra quelli che aspirava al cambio in panchina e non ne voglio fare mistero. Devo anche dire che, oltre ai tre nomi nuovi Belfodil, Castellini e Mesbah, il nuovo mister ha “acquistato” altri due giocatori in virtù dei nuovi arrivi: Duncan e M’baye, finalmente riportati nei loro ruoli naturali. In queste condizioni, sono ancora convinto che  anche Davide Nicola avrebbe potuto far meglio. Fatto sta che ora c’è Di Carlo e noi, tutti, facciamo il tifo per lui.

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