Zen Circus al Cage Theatre: live report

Silvia Trovato 14 marzo 2014 0

The Zen Circus

 

(Foto di Mirko Turini)

Ogni uomo è fatto in un modo diverso dico nella sua struttura fisica, è fatto in un modo diverso, ed è fatto in un modo diverso anche nella sua combinazione spirituale. Quindi tutti gli uomini sono a loro modo anormali, tutti gli uomini sono in un certo senso in contrasto con la natura e questo sino dal primo momento con l’atto di civiltà che è un atto di prepotenza umana sulla natura, è un atto contro natura” con queste parole di Giuseppe Ungaretti intervistato da Pier Paolo Pasolini si apre il live degli Zen Circus al Cage Theatre.

Un’introduzione che viene dritta da “Canzone contro la Natura” terzo brano dell’ottavo lavoro degli Zen “Canzoni contro la natura”, un disco di narrazione satura, combattente, urgenza espressiva, dove alla lingua appuntita del nostro caro trio, si aggiungono trame di ritratti e riflessioni che partono da un impianto filosofico che indaga la natura umana: natura di dissidenti falliti, nipoti di anarchici invecchiati, tigli saggi e divini, giochi all’autodistruzione, ballate dolci e apocalittiche. C’è visione, c’è un impianto sonoro che ci ricorda la Pfm di De Andrè, trame circolari di combat folk e cantautorato possente.

L’apertura del concerto è affidata al trio torinese dei Nadàr Solo, che creano dal primo momento un contatto elettrico e carico con il pubblico, regalandoci dei brani scritti con penna limpida, genuina e intensa, con un’energia e un impatto che cattura “L’amore non sta negli infissi migliori/ che vi tengono i ladri lontano/ l’amore sta nelle case in rovina/ che cadono a pezzi senza padrone/ sta nelle case senza le porte/ che quando piove ci posso entrare/ però che cosa volete che sappia/ io che non sono capace ad amare?”ci raccontano “Le case senza le porte” tratto dal loro disco del 2013 “Diversamente, come?”.

Il live degli Zen è generoso e forte, è l’occasione di far conoscere alcuni brani del nuovo disco, come di ripercorrere anche tante altre loro canzoni; il primo brano, che segue immediatamente la voce di Ungaretti, è l’ipnotica e trascinante “Colombia” da “Vita e opinioni di Nello Scarpellini, Gentiluomo”, 2005. C’è spazio per ritrovarsi con grande affetto e partecipazione con questo gruppo dopo l’anno che ha visto Appino, Karim e Ufo impegnati nei loro progetti solisti: Appino con “Il Testamento” Targa Tenco 2013 come miglior esordio, Karim Qqru con l’imponente sperimentazione de “La notte dei lunghi coltelli” e Ufo, nelle vesti di Ufo Dj, in giro per l’Italia con la sua ricchissima, magica, collezione di vinili.

Gli Zen tornano dal vivo con un pubblico sempre più eterogeneo a cui fanno dono di uno spettacolo che spazia da “Mexican Requiem” a “Andate tutti Affanculo”, da “Figlio di puttana” a “Fino a spaccarti due o tre denti”, da “L’egoista” a “Vent’anni”. Da “Canzoni contro la natura” arrivano “Viva” furore e disgregazione e uno sguardo ficcante che si immerge nel Paese “Di cosa ridete e di cosa urlate/ perché festeggiate ancora l’estate/ di cosa ballate di cosa vi fate/ tutti viva qualcosa sempre viva qualcosa/ evviva l’Italia/ viva la fica/ viva il duce/viva la vita”, “Postumia” disillusione, in un confronto intergenerazionale immaginario, amaro e assolutamente non didascalico “Hey tu/ vieni a vedere che bello che è/ nonno è questo il futuro che sognavi tu”. “Albero di tiglio” è una ballata severa con cui il poderoso albero-dio ci sprona a una riflessione con una saggezza antica e dura, graffiante “lo so bene io/ son quello che chiamate dio/ davvero avete creduto/ che potevo esservi amico/ nessuno con questo potere/ vorrebbe mai fare il bene/ è una legge di tutto il creato/ il potere ha il male integrato/ e poi il bene è un’idea vostra/ frutto solo della vostra ignoranza/ una bugia grande e antica/ detta per complicarvi la vita” e ancora “Voi credeste che io fossi fatto/ a vostra immagine e somiglianza/ perché lo avete letto su libri/ che vi siete scritti da soli/ io non ho mai avuto un figlio/ come potrei io che sono un tiglio”.

È un concerto dove si balla, si libera il furore, ci si abbraccia, ci si bacia, si ride sulle freddure di un notiziario immaginario che parte alla fine del concerto e si torna a casa; cielo stellato pulito da un vento che ha soffiato forte, il cuore pieno di storie blu.

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