Cosa significa tifare Livorno

Alessandro Paroli 20 marzo 2014 0

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Tifare il Livorno significa un sacco di cose. Ma ce n’è una che in questa settimana mi sta assillando (in maniera più che positiva, ovviamente) insistentemente; e cioè l’idea che tifare i colori amaranto comporti tanta fatica. Ma tanta. Prendiamo ad esempio l’ultima partita di campionato: Livorno-Bologna 2-1.

Ammettiamo che uno spettatore qualunque abbia acceso il televisore, sintonizzandosi sul canale che trasmetteva la sfida tra amaranto e rossoblù (per l’occasione in realtà con una mise verde pistacchio), solo all’inizio del secondo tempo. Risparmiandosi in questo modo il barbosissimo primo tempo, nel quale le due squadre hanno pensato solo ed esclusivamente a non farsi del male e a far rimpiangere ai tifosi la giornata di sole al mare. Se il nostro telespettatore, dicevo, si fosse messo comodo all’inizio della seconda frazione avrebbe potuto sicuramente esclamare:” Ahh!! ma che bel Livorno che vedo oggi..”. Perché, effettivamente, i primi venti minuti giocati dagli uomini di Di Carlo erano stati di rara bellezza: grinta, intensità, qualità, voglia di vincere una partita più che fondamentale. E allora, dopo un minuto Benassi e dopo nove, il solito Paulinho. 2-0 e partita in ghiaccio, avrebbe potuto pensare il nostro tele-tifoso. Ammettiamo inoltre che il suddetto abbia dovuto assentarsi dalla partita per poi vedere il risultato finale: 2-1 per gli amaranto, Bologna che accorciava le distanze con un rigore allo scadere di Christodoulopoulos. Niente di più, in apparenza.

E invece no. Un finale di normale amministrazione del risultato si è trasformato in uno psicodramma, che ha rischiato di finire in tragedia sportiva. In tre minuti il Livorno ha incassato due espulsioni e un gol. In 9 contro 11, con il Bologna che, accorciate le distanze, premeva sulle ali dell’euforia per raggiungere un pareggio che onestamente non sarebbe stato meritato, l’ansia del suicidio calcistico ha cominciato ad aleggiare sull’Armando Picchi. Sugli spalti la maggior parte dei tifosi era in apnea, tra un’imprecazione e uno scongiuro. Ma quei dieci minuti restanti di passare proprio non avevano intenzione. Il terrore di veder rotolare un pallone alle spalle di Bardi era più che palpabile; la fatica, la sofferenza per un risultato che è lì, a portata di mano, ma ancora un pizzico lontano. Come a Genova, come in tante altre occasioni. Poi, un triplice fischio si è sentito tra la marea assordante di fischi per distrarre i giocatori bolognesi. Era quello dell’arbitro,bontà sua.

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