Indirefugio Festival: il nostro live-report #1

Silvia Trovato 27 ottobre 2014 0

Rosanna Harper, Silvia Trovato

L'illustrazione di Demetrio Stratos per la sesta edizione dell'Indirefugio Festival è a cura di Oblo Creature

L’illustrazione di Demetrio Stratos per la sesta edizione dell’Indirefugio Festival è a cura di Oblo Creature

 

La sesta edizione dell’Indirefugio Festival, dedicato al cantautorato e all’autoproduzione, a cura del Teatrofficina Refugio, si è svolta il 17 e 18 ottobre, con la partecipazione di numerosi artisti.

L’apertura del festival è stata venerdì 17 e si è concentrata sulla figura di Demetrio Stratos, cantautore a cui il collettivo del T.O.R ha voluto dedicare la sesta edizione del festival. Ogni anno Indirefugio è dedicato ad un cantautore o ad una cantautrice che abbiano avuto un significato politico e sociale e che abbiano rappresentato un cambiamento. Demetrio Stratos, cantautore italo-greco, noto per il lavoro svolto con gli Area e per l’impegno nella canzone di realtà, nella ricerca e nella sperimentazione vocale, è stato il nume tutelare dell’Indirefugio Festival 2014.

La serata del 17 ottobre si è aperta con Marco Lenzi che ha introdotto il documentario “La Voce Stratos”. Sei pittori hanno dato vita a una performance artistica “Illustratos” con cui hanno dipinto in mezz’ora la loro visione sonora di Demetrio Stratos, lasciandosi ispirare dalla musica dell’artista. Daniele Caluri, Diego Bisso, Valentina Restivo, Isabella Staino, Giorgia Madiai, Federico Silvi sono stati gli artisti coinvolti nella performance “Illustratos”.

Daniele Caluri. “L’intenzione degli Area è attualissima, come uno scritto di Pasolini”.
«Ho conosciuto Stratos e gli Area ai tempi del liceo. Gli Area furono una bomba lasciata cadere dentro il mio padiglione auricolare: è impressionante la loro modernità, alcuni suoni, timbri, sono datati, ma l’intenzione è attualissima, come uno scritto di Pasolini. Negli anni Settanta suonavano quello che è moderno oggi, soprattutto nei contenuti, nella carica provocatoria. Nel documentario, Fariselli diceva che a venti anni si cerca di cambiare il mondo con le proprie opere, compresa la musica, e poi crescendo si diventa più disillusi, più cinici. Per me è un peccato: cerco per quanto possibile, di mantenere la stupidità dei venti anni, la stessa che quando viene mescolata a ragione e passione può dare vita a qualcosa di meraviglioso, come nella musica degli Area, uno dei miei gruppi preferiti, da sempre. Quello che ho fatto stasera non rende giustizia: avrei dovuto fare un astratto, per descrivere la loro potenzialità».


Isabella Staino. “È stata una bella iniziativa, c’era una bella tensione”
«Mi sono fatta condurre dalla musica, dalla voce: il quadro, che è stato fatto in soli 32 minuti, è venuto più mosso del solito. I miei quadri sono solitamente più statici, mentre in questo c’è la presenza del vento che entra: una donna che va incontro a questo vento e una tazzina di caffè che si rovescia. È stata una cosa bella, c’era una bella tensione: qui al Refugio fanno sempre delle cose molto ben organizzate, sono tanti anni che seguo il progetto. La prima volta che riesco a fare qualcosa direttamente».

Federico Silvi Visual Arts. “Un lavoro minimale, utilizzando colature di vernice”
«Stratos lo conoscevo poco, più per il suo periodo beat e non per quello più sperimentale. Il documentario che ho visto prima di fare il quadro è stato utile anche per avere una visione più ampia. La creazione di una qualsiasi espressione artistica nasce più dall’intimità, da qualcosa che senti dentro, ho cercato di rimanere su un lavoro minimale per il poco tempo a nostra disposizione, solo 30 minuti. Ho lavorato facendo delle colature di vernice e la scomposizione del volto in quattro segmenti. Mi ha interessato conoscere meglio Stratos: non credevo che in Italia ci fosse stato un periodo di così grande fermento di sperimentazione riuscita».

Diego Bisso. “Segno, essenza, ricerca”
«Il mio è un lavoro sull’impossibilità di capire il senso compiuto, si trascende ciò che è detto, si apre una profonda ricerca. Ho inventato un paesaggio mentale con quelle tre pietre sospese nella parte alta della tavola da cui uscivano frasi che si depositivano nella parte sottostante della tela e ho accenato un ritratto, un lavoro di stratificazione che ho percepito anche nella ricerca di Stratos. Ho accennato il ritatto perché questa persona è la sua voce. Ho usato la grafite, mezzo di emergenza, veloce per raccogliere l’impressione, segno assoluto perché nero, minerale molto arcaico».

Valentina Restivo. “Il canto, il muscolo, la cultura atavica, il contemporaneo, il gesto”
«La visione sonora è frutto di una documentazione. Ho voluto dipingere lo strumento, la facoltà attraverso il muscolo di riprodurre il suono, la sensazione, il rumore. Nella documentazione sono partita dal supporto visivo dipingendo il suo viso e aggiungendo poi degli elementi che si legano alla sua ricerca; i monaci buddisti sono un riferimento allo scioglilinga che usano i monaci per raggiungere lo stato di grazia. Stratos usa la voce come Klee faceva con la pittura, attraverso lo stilizzato realizzava l’idea».

Giorgia Madiai, contattata telefonicamente.“Ho lavorato di getto, seguendo il flusso delle emozioni!”.
«Non conoscevo Stratos come personaggio. Ho ascoltato la sua voce e sono andata a sensazione. Ho lavorato di getto, seguendo il flusso delle emozioni, ho dipinto un uomo con una espressione angosciante, che tiene delle rose in mano: volevo rappresentare qualcosa che esplode, che trova il suo massimo culmine emozionale».

Marina Mulopulos, talentuosa, affascinante e poliedrica cantante italo-greca, da sempre impegnata nella sperimentazione e nella ricerca vocale si è esibita sul palco del T.o.r.
Qui potete ascoltare la sua intervista dove parliamo di diplofonia e polifonie, Demetrio Stratos e storia dei popoli.

«Stratos per me è un mentore, una grande ispirazione che ho scoperto tardi. Ho sempre lavorato con l’urgenza di creare suoni e mi innamorai di Stratos, della sua urgenza creativa, del suo attivismo, del suo lavoro che è andato oltre il suono; ricerca totale della risonanza della voce del corpo. La diplofonia per la mia ricerca personale parte dall’infanzia quando si sperimentano suoni doppi per arrivare a parlare; la diplofonia è una voce vettoriale, dove sotto, in base al movimento delle labbra, della lingua si sviluppa un altro suono che è una risonanza di quello principale, ce ne sono innumerevoli. Nella storia dei popoli ci sono i tibetani che lavorano con gli armonici producendo il canto di tuba, che è proprio una preghiera; si tratta dello stesso suono utilizzato dai sardi nei canti popolari, che si chiamano mamuthones. È una risonanza dell’aria nella parte bassa della trachea, la tonalità reale è un’altra ma producendo quella vibrazione dell’aria si allargano le corde. Ho iniziato a cantare a 12 anni e all’età di 19 anni ho avuto i noduli alle corde vocali che paradossalmente sono stati salvificanti. Usavo la voce in un altro modo e la stavo rovinando; è così che ho deciso di riabilitare questi noduli con una logopedia, invece di operarmi, iniziando una profonda ricerca personale e artistica. La vocalità è un bisogno di vita».

 

 

Foto di Emiliano Dominici

Foto di Emiliano Dominici

Foto di Emiliano Dominici

Foto di Emiliano Dominici

Foto di Emiliano Dominici

Foto di Emiliano Dominici

Foto di Emiliano Dominici

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